• 05feb

    Quando le giornate sono limpide, il volo verso Leh è una pagina di viaggio sospesa nel cielo. E’ una porta di comunicazione che si apre nel tempo e nello spazio. Non è il lungo e monotono volo intercontinentale. Dimentichi tchadar-2007-16che sei su un aereo e guardando dai finestrini voli su un tappeto volante. Chi può e soprattutto se al primo volo sull’Himalaya cerca di spostarsi dai finestrini di destra da dove entra il primo sole, basso, là verso il Garwal, a quelli di sinistra dove i frequent flyers riconoscono il massiccio di Nun e Kun. Il sole è sorto per noi da dietro le montagne del Garwal. La Nanda Devi era una piramide in controluce. La rotta ci ha portati su Simla, sopra il Rothang Pass (all’inizio della pista fra Manali e Leh), il pilota ci ha indicato il Kar Tso e il lago Tsomoriri, poi per guadagnare tempo e lasciar passare la nebbia lo ha img_7089risorvolato per infilarsi infine sopra Upshi nella valle del fiume Indo. Ogni tanto ritornavamo nell’azzurro per poi rituffarci fra la nebbia e le montagne. Il silenzio era sceso tra i passeggeri, avevamo paura che si ripetesse la storia di ieri, quando le cattive condizioni meteorologiche avevano costretto il pilota a rinunciare all’atterraggio e ritornare e Delhi. Oggi invece il tempo ci ha favorito ed il pilota è riuscito ad infilarsi fra la montagna ed il monastero di Spituk.

    Nel Gompa Somar, il tempio nuovo di Leh, per tutto il giorno i fedeli hanno img_7375pregato mentre un Rimpoche impartiva benedizioni ed i monaci salmodiavano e cantilenavano. Nel cortile sono stati disposti grandi teloni a mò di tappeto. Bella questa Leh invernale, con le strade senza turisti chiassosi che cercano le specialità del proprio paese. La gente veste maggiormente l’abito tradizionale soprattutto gli uomini che in estate non lo indossano preferendo calzoni e felpe all’occidentale. E’ naturale perdersi con l’immaginazione  quando si alza lo sguardo guardando verso lo Stok Kangri e le altre cime innevate che a cerchio racchiudono la piana di Leh. Nel mezzo sta la fascia pianeggiante, con l’Indo che scorre lento, diviso in numerosi rami ed è tutto un luccicare di strade asfaltate, canali e canalette, grandi opere di irrigazione che scorrono fra prati, campi, piste aeroportuali, chorten, case ladakhe, lunghi capannoni militari.

    L’ultimo Kushok Bakula è deceduto alcuni anni fa rimpianto da tutti i ladakhi per la fiera ed intransigente difesa della sua gente. Stamane abbiamo partecipato alla festa tenutasi al monastero di Spituk che di Bakulatchadar-2007-223 Rimpoche era la sede ufficiale, anche se poi lui preferiva il più ritirato e tranquillo Sankar gompa ai bordi settentrionali dell’oasi di Chanspa. Sono due i giorni di festa e le danze si svolgono con le maschere, mentre all’esterno monachelli di tutti i conventi della valle chiedono una donazione. Sonam scuote la testa irritato. “Non chiedevano soldi prima che voi occidentali cominciaste a foraggiarli.. pensino a pregare invece di cercare soldi, sempre soldi”. La festa con le danze Cham si celebra nel cortile che domina la valle sull’Indo guardando verso sud. Le maschere indossate img_7307contro i demoni raffigurano volti di uomini, donne e animali. Assistono al Cham monaci di tutte le dipendenze, vengono dai monasteri di Sankar presso Leh, Gurphung a Stok e Pashi Gephel a Sabu. Le danze non differiscono poi tanto da tutte le cerimonie. Qui siamo in casa Gelugpa, i virtuosi, l’ordine riformato da Tsong Kapa ed al quale appartiene anche il Dalai Lama. A differenza dei festival ormai turistici come quello di Hemis, stamane qui vi era un assembramento di migliaia di persone. Cortile e terrazze, finestre e balconi. Le maschere indossate a Spituk chiamate jelbagh e le varie danze si sono svolte davanti alla statua di Tara (principio femminile passato dall’ hinduismo al lamaismo), esposta per l’occasione traendola dal tempio a lei dedicato. L’aria è fredda, ogni tanto un colpo di vento sembra scendere dallo Stok Kangri e rabbrividiamo. Le danze Cham, non più ammesse oggi nel vicino Tibet, sono state per secoli l’unico “momento teatrale” cui si assisteva in villaggi e città dell’Himalaya. Mentre i danzatori ripetevano l’ennesimo movimento, mi chiedevo se sia ancora lo stesso per quei giovanotti in giubbino di pelle e berretto ad unghia.

    (Le notizie inserite nell’articolo sono state tratte interamente dal blog di Marco Vasta (http://www.sonam.info/dblog/),  che nel Gennaio 2007 Marco aggiornava quotidianamente prima, durante e dopo la spedizione invernale nello Zanskar. Tutti i diritti sono riservati a Marco Vasta, ideatore ed organizzatore della spedizione.

    Matteo Osanna

    Foto Leh/Spituk:

    http://picasaweb.google.com/osannamatteo/FotoLehSpitukGrandePreghieraGrandeBenedizione#