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    Marrakech, Mercoledi 25 Febbraio 2009

    img_4240A settembre tornai dal Marrocco con un piccolo dubbio: Nord Africa o Sud Europa? Dopo aver passato un pomeriggio intero all’aeroporto di Casablaca ed essermi visto cancellare per ben due volte il volo per Marrakech con biglietto alla mano e senza nessuna spiegazione, dopo essermi trovato  questa mattina alla stazione dei bus sballottato da una parte all’altra dai soliti procacciatori d’affari e dopo la coinvolgente visita immerso nel souq di Marrakech mi é img_4260venuto da dire “c’est l’Afrique!” Quindi piccolo dubbio risolto: Nord Africa. Ora siamo pronti per scendere verso Laayoune ed affrontare le quindici o forse più ore di pulman. Sarà un viaggio lungo ed intenso il nostro, perchè tenteremo di scendere  fino alla Mauritania con i mezzi pubblici e senza il visto…. quindi imprevisti all’ordine del giorno, speriamo basti la pazienza! Un romantico e nostalgico viaggio “via terra” dunque, uno di quei viaggi che ormai la moda del viaggiatore non riconosce più.

    Matteo Osanna


    Laayoune, Giovedi 26 Febbraio 2009

    Diciotto sono state alla fine le ore che ha impiegato il bus per raggiungere Laayoune, la capitale del Sahara Occidentale.  La città non ha proprio niente da offrire, è solo un utile punto di sosta per sgranchirsi le gambe e allungare la schiena nella lunga attraversata verso sud. Qui l’integralismo è ben img_4268radicato, molte donne hanno il volto coperto dal velo.  Strano ma piove, il chè non aiuta per niente a passare la giornata in mezzo a questi palazzoni senza senso che incutono tanta tristezza. Una guida conosciuta all’albergo racconta che era trent’anni che non cadeva dal cielo cosi’ tanta acqua e tutta in una volta. Una benedizione per noi? Questa regione ha una storia complicata da spiegare, tuttora attuale e che provo a raccontarvi in breve.  Il Sahara Occidenale è il più grande territorio non indipendente al Mondo.  L’etnia di questa regione è diversa da quella del Marocco.  Si chiamano Saharawi e discendono da tribù locali berbere che si sono fuse con quelle arabe. Rivendicano questa zona sin da quando la Spagna occupava ancora la regione.  Fu nel 1973 che venne organizzata la guerriglia contro le forze di occupazione e nacque il Fronte Rivoluzionario del Polisario. Dopo anni di lotta, il Sahara occidentale ottiene l’indipendenza dalla Spagna, ma vittima di un accordo segereto stipulato a Madrid, il nord viene occupato dal Marocco e il sud dalla Mauritania.  Il Fronte inizia allora una nuova guerriglia di resistenza fino a convincere la Mauritania a ritirare le proprie truppe, ma il Marocco nonostante la dura opposizione dei Saharawi occupa anche la parte meridionale del paese.  Fin dagli anni settanta il Fronte del Polisario, proclama formalmente la Repubblica Araba Saharawi Denocratica che venne riconosciuta da 76 Stati in tutto il Mondo.  L’ONU, ratifico’ l’atto di img_4272autodeterminazione del popolo Sahawari ma il Marocco espresse la sua totale opposizione all’ indipendenza e fu organizzata dal Re ”la marcia verde” con la quale 350 mila marocchini entrarono nella regione per vanificare un eventuale referendum.  Incentivo’ inoltre i marrocchini del nord a trasferirsi a sud, non facendogli pagare le tasse, concedendo incentivi per aprire attività e dando premi a tutti quelli che si sposano con una donna Sahawari.  Furbo vero,  per quando arriverà il momento di un vero referendum?  L’annessione del Sahara Occidentale da parte del Marocco non è mai stata riconosciuta dalla Nazioni Unite le quali dopo essere riuscite ad imporre un cessate il fuoco nel 1991 si diedero da fare per l’organizzazione di un referendum per l’autodeterminazione Sahawari.  I vari referendum slittarono negli anni perchè furono sempre boicottati dal Marocco e la celebrazione di un primo referendum appare ancora lontano anche perchè la comunità internazionale sembra essersi dimenticata della questione.  Domani dovremmo raggiungere Dakhla, ultimo avamposto e grande città prima della temutissima frontiera Mauritana.

    Matteo Osanna


    A 50km dalla frontiera, Venerdi 27 Febbraio 2009

    img_4294Lasciamo Laayoune alla mattina presto, una città con molto più colore di sera che di giorno. Man mano che scendiamo verso Dakhla, il paesaggio diventa sempre più arido. “Hamada” si chiama questo deserto di pietra punteggiato da innumerevoli cespugli spinosi diviso in due da una lunga striscia nera d’asfalto: la nostra strada. Solo qualche timida duna che  ogni tanto si affaccia sulla strada e l’oceano alla nostra destra, rompono il paesaggio. I posti della polizia marocchina sono molto frequenti e non manca durante il controllo la solita domanda alla quale non siamo ancora riusciti a dare una spiegazione: “qual’è il tuo lavoro?” Sembra vogliano infierire. Arrivati al controllo di Dakhla contrattiamo con dei mauritani un img_4281“passaggio”, naturalmente a pagamento per Nouadhibou. Un po’ più caro di quello che ci aspettavamo ma bastano pochi minuti per decidere,  scaricare il bagagli dal pulman e partire subito. Viaggiamo su di un vecchio Peugeot malandato che spiffera aria dagli sportelli. Mancano oltre 300 chilometri alla frontiera. Stiamo entrando nel vivo del viaggio lungo questa strada talmente diritta da non vederne la fine e spesso capita di vedere qualche miraggio.

    Matteo Osanna


    Nouadhibou,  Sabato 28 Febbraio 2009

    Ce l’abbiamo fatta, siamo in Mauritania e stiamo tutti bene. Ci sentiamo tranqulli riguardo la sicurezza, l’ultimo colpo di stato c’è stato ad Agosto e quindi per un po’ di tempo ci sarà senz’altro un po’ di stabilità. Oggi pero’ img_4305non  ho voglia di parlare di storia…ma di viaggio e riprendo da questa mattina, cioé da dove ero rimasto ieri. L’ hammada si stà trasformando, non è più solamente piatto e pietroso ma formato da collinette di roccia a destra e qualche grande duna che appare e scompare a sinistra. Poi cosa inaspettata ci tuffiamo nella nebbia e dopo qualche chilometro, dal nulla appare la sbarra della frontiera marocchina. Sono le nove. Lasciamo i passaporti in un ufficio della dogana che ci vengono restituiti dopo oltre due ore da un’altro ufficio dove, da dietro una finestra esce la voce di un uomo che chiama i nomi e riconsegna i passaporti timbrati. Sembra di rivivere le lunge file dei primi giorni di visite mediche al servizio militare. Le chiamate sono divise in gruppi, noi apparteniamo al terzo gruppo. Pensavamo fosse fatta dopo il rilascio dei documenti e dei due controlli compreso quello della macchina, ma non fù cosi’. Prima della sbarra d’uscita in un’altro ufficio, una fila di gente giustificava una lunga fila di macchine. Un’altro controllo. Sono al numero 14 e a noi su di un foglietto ci vienne img_4320scritto il 44. Siamo ancora in Marocco e non riusciamo ad uscire, non riusciamo ad entrare in quella striscia di terra che divide il Marocco dalla Mauritania, dove non ci sono regole, la famosa “terra di nessuno”, che sempre c’è tra una frontiera e l’altra. E’ una strada che non é altro che una pista battuta malmessa di sassi e roccia, piena di macchine abbandonate, una zona non ancora del tutto ripulita dalle mine tanto é vero che fino a qulche anno fa, per attraversarla bisognava unirsi ad un convoglio militare che partiva due volte alla settimana. Finalmente verso le ore 13 usciamo dalla frontiera Marocchina, attraversiamo “la terra di nessuno” e dopo 4km raggiungiamo la frontiera Mauritana. Dopo il controllo della gendarmeria andiamo all’ufficio passaporti dove in un’ora sbrighiamo tutto e tra dune e oceano entriamo nel paese dei Mauri, la Mauritania.  L’unica pecca, che non ci rende del tutto tranquilli e soddisfatti, è quella che ci è stato concesso un visto di soli quattro giorni che però al dire del capo della polizia, visto che abbiamo il biglietto di rientro previsto per il 13 Marzo, possiamo rimanere sereni    ed eseguire tranquillamente il nostro giro. Ma sarà vero? Saluti a tutti da parte di tutti.

    Matteo Osanna


    Oasi di Terjt – Martedi,  3 Marzo 2009

    (Lat N20°15.142′ W013°05.156′)

    img_3715Cerco di riepilogare qualche cosa degli ultimi tre giorni qui dall’oasi di Terjt, un meraviglioso palmeto nel deserto tra le montagne dell’Adrar a circa un’ora da Atar dove  sgorga una sorgente di acqua calda e si puo’ fare il bagno in una piccola piscina  naturale.

    Se proprio vogliamo chiamarla città, Nouadhibou è una città povera e polverosa, le cui case attaccate le une alle altre, sono basse e rettangolari. Lungo le strade e i marciapiedi pieni di buche, le caprette mangiano quel che resta dei rifiuti e quando sono fortunate trovano qualche ciuffo d’erba. Non img_4314ci sono semafori e alla sera il buio prevale sulla luce. E’ un paese povero e la differenza con il Marocco la si vede appena si arriva. Siamo arrivati  fin qui non per visitare la città ma perchè da Nouadhibou parte “il treno del ferro”, il più lungo del mondo. E’ un treno merci che misura oltre 2km di lunghezza e collega la costa a Zouerat, nel nord del paese, dove hanno sede le miniere da cui si estraggono i minerali di ferro. Copre una tratta di circa 700 km e scusate se uso spesso la parola circa ma in Africa và img_3637usata spesso, perchè nessuna distanza è sicura e nessun orario é certo. La stazione è una casetta rettangolare che sembra abbandonata e si trova a 5km dal centro. Fuori dal lato della ferrovia sotto un porticato qualche donna dietro alcune banchette cerca di vendere acqua, frutta e biscotti. La gente arriva alla spicciolata e sotto il portico e lungo la ferrovia, si riempie di umanità. La differenza con il Marocco è anche nella img_4384gente. La loro carnagione è più simile alle genti dell’Africa Nera per esempio, tutti indossano la vestaglia chiamata “bù bù” e la lunga sciarpa di cotone legata attorno alla testa, “la checè”. Al di là delle fonti a cui ci eravamo attinti,  il treno essendo un merci, non ha orari fissi come credavamo. Puo’ partire a tutte le ore, dal primo pomeriggio alla tarda sera in fondo non é un treno nato per la gente…e chi se ne frega di questa gente! In più siamo in un img_4397paese povero dell’Africa e i tempi per i trasporti pubblici sono spesso bibblici. Tutti i locali usano questo treno per raggiungere il nord perchè oltre che salire a pagamento nelle uniche due carrozze passeggeri, è possibile salire gratuitamente negli innumerevoli  vagoni merci. Riamaniamo in attesa tutto il pomeriggio e dopo oltre sei ore di attesa, verso le 20.30, si sente un fischio e due fanali rompono il buio lungo la ferrovia. E’ il nostro treno. Prima passano tutti i vagoni merci poi davanti alla stazione si fermano le uniche due carrozze passeggeri del convoglio che naturalmente vengono prese d’assalto anche da chi non possiede il biglietto. Per via del buio e della folla ci perdiamo ma una volta ritrovati riusciamo a fatica a salire, i più pratici salgono al volo, prima che il treno sia fermo. img_4467 Molti comunque spariscono dentro i vagoni merci. Troviamo posto vicino ad una famiglia, su questo treno dove c’è di tutto. Il vagone sembra essere stato bombardato. Gli schienali per non dire che mancano, dico che sono squarciati, i finestrini sono bloccati o aperti o chiusi. Nel vagone diverse persone eseguno il classico rito del thè ed iniziano i canti. La famiglia intanto cambia il suo bambino in mezzo a noi in tutta tranquillità. Siamo un po’ sacrificati ma c’è una bella atmosfera. La notte si fatica chiudere occhio, é tutto un avanti e indietro, si resta sacrificati sul proprio sedile con la schiena incastrata nella voragine dello schienale che non c’è. Quando il treno frena, e img_3661lo fa spesso, si ha come la sensazione di essere violentemente tamponati e invece si scopre che non è successo niente. Arriva il mattino e solo alla luce del giorno ci accorgiamo delle reali condizioni del vagone e della sua igiene. Verso le 8, il treno si ferma a Choum. Gran parte della gente scende qui per raggiugere Atar che dista due ore di macchina. Ma noi vogliamo toglierci lo sfizio di farlo tutto questo treno, vogliamo vedere dove và a finire. Sappiamo che arriva Zouerat ma non ci sono notizie a riguardo, nemmeno le guide ne parlano. Dunque altre sei ore e siamo tra le cave delle montagne di Zouerat dalle quali estraggono il minerale. E’ un posto che non raccomando a nessuno, non solo dimenticato da Dio, ma anche dall’uomo. E’ un deserto di polvere nera,  dal quale sembrano uscirne le fiamme. Vorrei raccontarvi tutta la storia riguardo le formalità burocratiche con polizia e gendarmeria per entrare ed uscire da questa cittadina, dove non ho mai visto  caprette cosi’ magre, ma raccontarvi tutto adesso necessiterebbe di molto tempo. Troviamo un pick-up, lasciamo questo posto inospitale perimg_4529 natura e non per la gente e ci dirigiamo verso Atar che dista circa sei ore.  Prendiamo una pista, poi un’altra e un’altra ancora e poi via cambiando pista in continuazione. Sembra di essere in mare, si perde l’orientamento e si ha per orizzonte nient’altro che l’orizzonte. In pochi passano da queste parti,  nessuna rotta turistica prevede questo percorso, solo noi arriviamo ad Atar passando per  Zouerat. Pero’ si attraversano paesaggi bellissimi, a tratti preistorici. Caprette e cammelli pascolano in delle distese di niente che assomigliano  a delle praterie e bisogna stare attenti a non investirli. E poi ancora deserto, montagne e guglie rocciose. Arriviamo nella regione dell’Adrar ad Atar  stremati alle dieci di sera chiedendoci come l’autista sia stato cosi’ preciso nell’orientarsi in queste pianure di niente, sia di giorno che di notte.   (Ps: Domani lasceremo Atar per raggiungere Cinguetti e Ouadane, saremo a piedi nel deserto per alcuni giorni. Non preoccupatevi, vi aggiorneremo prima possibile)

    Matteo Osanna


    Atar, Martedi 10 marzo 2009

    Siamo ritornati appena adesso dal deserto, vi aggiorniamo…..

    img_4581Moulay Chrif, l’abbiamo conusciuto la sera del nostro arrivo ad Atar, reduci e stravolti dal lungo viaggio con “il treno del ferro”. In realtà sarebbe più esatto dire che “fù lui che trovo’ noi”. Si presento’ e guarda caso era colui a cui aveva telefonato l’autista che dal Marocco ci porto’ in Mauritania. Sapeva che quel giorno saremo potuti arrivare e aveva speso tutta la giornata cercandoci in tutti i campeggi e gli alberghi della città. Quando nel buio ci vide varcare il portone del camping era più contento lui di noi. Si presento’, ci porto’ davanti alla mappa della regione dell’Adrar e ci mostro’ tutti i punti di interesse e di quello che si poteva fare a seconda dei giorni a nostra disposizione. Poi è arrivato al dunque, si é proposto come organizzatore, nonchè guida per accompagnarci nell’Adrar. Abbiamo img_37931parlato, abbiamo contrattato, gli abbiamo dato fiducia. “In shallà”  (se Dio vuole). Raggiunta Ouadane, un’oasi a 200km da Atar, proseguiamo verso Guelb Errichat, un cratere dal diametro di 45 km dalle incerte origini; forse è stato un meteorite, forse era un vulcano, forse è solo una formazione geologica di questo tipo. Passiamo la notte a Ouadane, “perdendoci” nella città vecchia e in una delle sue antiche bibblioteche.

    1°Campo (Lat. N 20°41.833′ W011°56.475′)

    img_3814Occorre un’ora di fuorisrada per percorrere i 35km di deserto che separano l’oasi di Ouadane da qualla di Tenauchert da dove dobbiamo partire a piedi verso l’oasi di Cinguetti. Mentre venivamo accolti con un the’ dentro una capanna, un bambino giocava con una scatoletta  arruginita di sardine vuote fingendo fosse una macchina, usando dei biscotti come passeggeri. Tra i palmeti e le capanne, gli incontri con le img_4788donne, finiscono sempre in un mercato dove a loro dire nulla costa caro. Soffiava una fresca brezza che rendeva le ore più calde della giornata (11.00-16.00) più piacevoli. Viaggiamo con quattro cammelli e un cammelliere, più Chrif che si improvvisa cuoco e aiuto cammelliere. Dice che quando viene con i gruppi, ha una tenda cucina con la bombola del gas, una dove si mangia e una dove si dorme. Noi che siamo img_4872solo in tre, dobbiamo vivere come vivono loro. Siamo sulla strada giusta per poter trovare quello che cercavamo: la vita del deserto. Ci viene concessa anche una tenda, nomade naturalmente, di quelle con palo di legno centrale tirata agli angoli da quattro corde legate a dei picchetti. Il cammelliere si occupa non solo dei suoi animali, ma anche della legna per il modesto fuoco e di scandire il tempo con i bicchierini di thè. I piatti e le pentole si lavano con un filo d’acqua che spesso la si riversa da un recipiente all’altro e si sgrassano con la sabbia. Quando la sabbia diventa asciutta allora anche il piatto risulta asciutto e pulito. I cammelli trasportano i nostri zaini e tutto cio’ che occorre per fare il campo e il silenzio della notte viene rotto solo da loro: “le navi del deserto”.

    2° Campo (Lat. N20°36.348′  W012°05.711″)

    img_5172Occorre poco più di un’ora alla mattina per smontare il campo e caricare i cammelli. Bisogna essere uomini del deserto per saperlo fare. L’ aria è frizzante e per non avere freddo, mi lego attorno alla testa la mia “Chece”. Questa sciarpa in cotone lunga almeno tre metri viene utilizzata in tutto il Sahara e in buona parte del Sahel. Non serve solo a proteggersi dal freddo ma anche dal sole, dal vento, dalla sabbia e dalle mosche. Se poi scendiamo nel caso img_4919del cammelliere la adopera pure per avvolgere la legna quando va a raccoglierla, ci asciuga i bicchierini del thè e ci manovra le pentole bollenti. Anche Chirif con la sua ci asciuga sempre i piatti. Diumà, cosi’ si chiama il cammelliere, traccia le rotte dove la sabbia è più dura, per sprofondare meno. Quando camminiamo ospitiamo sulla nostra schiena centinaia di mosche. Se butto un occhio al GPS, procediamo ad una velocità di 5kmh. Non si incontra tanta gente nel deserto, solo cinque nomadi in sella ai loro cammelli rompono l’orizzonte. Il paesaggio potrebbe sembrare monotono ma non lo è: si alternano dune e paesaggi rocciosi a zone piatte e img_4936sabbiose con ciuffi d’erba a tratti ricchi di acacie. Se i cammelli sono “le navi”, le acacie sono gli “ombrelloni”. E’ proprio all’ombra di queste piante che avvengono le soste dove riposarci mentre i cammelli allungano il collo verso i rami per mangiare. Un pastore con il suo gregge di caprette visita il nostro accampamento. La vita nel deserto è una vita di pochi incontri umani che pero’ quando si verificano sono sempre piacevoli. La vita scorre lenta nel deserto e bisogna sapere come doverla affrontare. Se si procede di buon passo, due ore alla mattina e due ore al pomeriggio, si riescono a percorrere 20km. Nell’unica pausa che dura quattro ore,  i cammelli vengono scaricati e poi ricaricati. E’ un’arte quella del mestiere del cammelliere. Diumà lascia i cammelli liberi di andare a pascolare e poi se li deve andare a riprendere ogni volta a diverse centinaia di metri di distanza. Diumà come chi vive da sempre nel deserto, è in grado img_5009di compiere una cosa con la sabbia: il pane. Il pane che loro chiamano “Galet” è simile ad una focaccia. Dopo aver impastato la farina con acqua, lievito e sale ed averlo fatto lievitare per una mezzoretta vicino al fuoco, lo si mette nella sabbia dove qualche istante prima bruciava il fuoco stesso. Infine lo si ricopre con la cenere e con la brace. Venti minuti da una parte e venti dall’altra e la magia è riuscita. Diumà soddisfatto con una mano la tiene e con l’altra lo batte privandolo cosi’ di sabbia e cenere. Buonissimo!

    3° Campo (Lat N20°31.880′ W 012°12.626′)

    img_5082Una vera istituzione dei popoli del deserto è il rito dei “tre tè”. La prima tazza è amara. Come la vita, dice il detto. La seconda va bevuta dolce. Come l’amore. La terza tazza di tè deve essere ricca di zucchero. Dolcissima come l’infanzia dice il proverbio. Oppure: soave come la morte, avverte un altro detto. In una teiera posta su dei carboni ardenti viene fatta bollire l’acqua con le foglie di thè. Poi alzando il braccio verso l’alto viene lasciato cadere in un bicchierino e da qui inizia il giro, travasandolo da un bicchierino all’altro diverse volte per creare la schiuma. In seguito viene lasciato cadere di nuovo nella teiera e rimesso a bollire. Un buon thè, fatto a regola d’arte, deve avere una schiuma o come la chiamano loro una “mousse” di circa un centimetro. Diumà è un vero maestro nel farlo ed è la prima cosa che esegue ogni volta che ci fermiamo dopo aver scaricato i cammelli.

    4° Campo (Lat N20°28.028°  W012°20.668′)

    Diumà scarica per l’ultima volta i suoi cammelli, siamo sulla grande duna, alle porte di Cinguetti, considerata dal mondo Islamico la “Settima Città img_5318Santa”. Ritrovarsi pero’ un fuoristrada a qualche metro di distanza e vedersi spuntare da una città parzialmente illuminata tre lunghi ripetitori telefonici toglie quella poesia che in questi cinque giorni di deserto abbiamo assimilato. Ma se si guarda dall’altra parte verso sud-est, l’Erg di Ouarane ti restituisce cio’ che la vista panoramica di Cinguetti ti toglie. Per due secoli Cinguetti non fu solo capitale dei Mauri ma anche punto di riferimento culturale dell’Africa Occidentale. Dodici sono le biblioteche presenti in città che custodiscono gelosamente libri antichissimi. Il custode di una di queste racconta che il suo libro  più img_4008vecchio risale al 1699. Da qui passavano tutte le carovane dirette verso il Mali, il Senegal e il Marocco. La città era al massimo splendore, partivano carovane di oltre 32.000 cammelli. Il suo passato carovaniero ha contribuito non poco a far si che la Mauritania diventasse un confine tra il mondo Arabo e quello dell’Africa Nera. Le case e le vie arrotondate, assumono l’aspetto omogeneo delle dune perchè Cinguetti soffre “l’avanzamento del deserto” che ogni anno ruba qualche metro alla città. Negli anni ottanta, una tempesta durata mesi porto’ fra le case fino a tre metri di sabbia. Di “Haber”, la prima Cinguetti ne sono rimaste solo le rovine, la “città vecchia” è solo abitata parzialmente, quella “nuova” è quella della luce elettrica alimentata da un generatore, qualche bar e qualche boutique. L’omogenità degli spigoli arrotondati della città, la si ritrova anche nella povertà della gente che subisce oggi più che mai img_5371l’influenza negativa di un turismo che, per diversi motivi, sta facendo la fine delle carovane. I turisti sono rimasti una delle poche ricchezze per loro, comprargli qualcosa, significherebbe per qualcuno alleggerigli  per qualche giorno la vita. In un reportage ho trovato scritto queste parole, che rendono bene l’idea di questa città: “Cinguetti mi sembra un posto che non c’è, troppo stanco, consumato per esistere….si ha la sensazione che qui il tempo sia iniziato molto prima”. Cinguetti, questa vecchia signora che a mio parere il tempo non ha rubato comunque il fascino, ora non è altro che  l’ombra di se stessa e lo si legge nelle scritte sui muri dei bar, dei ristoranti, dei img_5307barbieri e dei telefoni pubblici che ne resta solo il nome sopra le porte chiuse. Risalgo sulla grande duna perché voglio perdermi di nuovo laggiù, in quel mare di dune che sembra non abbia mai fine, alla ricerca di nuovi orrizzonti e di quell’uomo, quel cammelliere che camminava a piedi nudi, senza telefonino e senza orologio e che tutti i pomeriggi, guardando il sole, alle tre in punto si alzava per andare a riprendersi i cammelli e proseguire il viaggio.

    Matteo Osanna

    ps. Ringrazio tutti per averci seguito. Un saluto a tutti da parte di tutti. A presto! (Matteo, Diletta, Andrea)

    Foto Mauritania: http://picasaweb.google.com/osannamatteo/FotoMauritaniaInDirettaDallAfricaOccidendale#