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	<title>Osanna Matteo’s Weblog</title>
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	<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 18:56:00 +0000</pubDate>
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		<title>Il bussiness dell&#8217;Everest: viaggio con lo zio fra i giganti himalayani</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Feb 2010 18:03:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Osanna</dc:creator>
		
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KATHMANDU&#8217; (NEPAL) - Vista dall&#8217;alto la catena himalayana sembra un&#8217;immensa carta stagnola stropicciata e invece non è altro che il risultato dello scontro avvenuto milioni e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;<em>Può succedere che da una camminata in Valmarecchia nascano dei sogni&#8230;che a volte si realizzano. Il mio è un insolito viaggio con lo zio, trent&#8217;anni più vecchio di me. &#8220;</em></p>
<p style="text-align: justify; "><img class="alignleft size-medium wp-image-1386" title="img_09881" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2010/02/img_09881-300x200.jpg" alt="img_09881" width="300" height="200" />KATHMANDU&#8217; (NEPAL) - Vista dall&#8217;alto la catena himalayana sembra un&#8217;immensa carta stagnola stropicciata e invece non è altro che il risultato dello scontro avvenuto milioni e milioni di anni fa, fra il sub continente indiano e la massiccia placca asiatica. L&#8217;aeroplanino colmo di merci e turisti prima sfiora le montagne poi atterra saltellando su di una cortissima pista in salita dove ad attenderlo fuori dall&#8217;aeroporto un muro umano di <em>portatori </em>è in attesa di nuovo lavoro. Lukla è la grande porta d&#8217;accesso<img class="alignright size-medium wp-image-1389" title="img_1099" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2010/02/img_1099-300x200.jpg" alt="img_1099" width="300" height="200" /> alla valle del Khumbu, da qui parte la Via che porta all&#8217;Everest. Si sfila tra piccoli bazar, sotto l&#8217;incessante sventolio colorato delle bandierine di preghiera e carovane di yak, cambiando ogni tanto versante, attraversando lunghi ponti sospesi. Negli anni venti quando ormai i due poli erano dati per conquistati, l&#8217;Everest venne definito il terzo polo. Sono passati più di 50 anni dal 29 maggio 1953 quando il neozelandese Edmund Hilary e lo sherpa Tenzing Norgay misero piede sulla cima più alta del mondo per la prima volta. Da allora molte cose sono cambiate, grazie all&#8217;Everest è nato un bussines e <img class="alignleft size-medium wp-image-1391" title="1-edmund-hillary-e-tenzing-norkay-alla-loro-spedizione-sulleverest" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2010/02/1-edmund-hillary-e-tenzing-norkay-alla-loro-spedizione-sulleverest-300x225.jpg" alt="1-edmund-hillary-e-tenzing-norkay-alla-loro-spedizione-sulleverest" width="300" height="225" />guardando i prezzi a volte ci si dimentica di essere in Nepal ed essere in Europa. Ancora oggi attorno a questa giostra, ogni bene di consumo, per chilometri e chilometri e migliaia di metri di dislivello, viene trasportato con l&#8217;antica forza dei muscoli, per questo più si sale più i prezzi tendono a lievitare. Nei ripidi tratti in salita, salta agli occhi la fatica e lo sforzo dei portatori: la testa rimane nascosta dal carico, le spalle e le braccia non si vedono, solo i talloni spuntano da sotto il carico. L&#8217;equilibrio vitale che si è creato in questa valle ruota attorno ad un unico filo conduttore: il turismo, dove tutto viene fatto e costruito <img class="alignright size-medium wp-image-1416" title="img_1108" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2010/02/img_1108-200x300.jpg" alt="img_1108" width="200" height="300" />in funzione di esso. Namche Bazar è nata proprio così, la capitale della valle e del popolo sherpa è stata &#8220;portata&#8221; sulle spalle della gente. Il nostro fisico si abitua lentamente alla quota e la fatica è accompagnata da una sottile emicrania. &#8220;Om mani padme um&#8221; dicono le scritte bianche che all&#8217;improvviso appaiono sui grossi sassi lungo il sentiero. Recitano il mantra che purifica l&#8217;uomo dai sei complessi dell&#8217;ego. <em>Orgoglio, ottusità, gelosia, cupidigia, ignoranza e rabbia</em> vengono trasformati nelle sei qualità della mente illuminata: <em>resistenza, armonia, generosità, buon comportamento, entusiasmo e comprensione.</em> Lungo la via, il Monastero di Tenghboche rappresenta un luogo sacro, &#8220;dove a nessuno <img class="alignleft size-medium wp-image-1395" title="img_8699" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2010/02/img_8699-300x200.jpg" alt="img_8699" width="300" height="200" />deve essere fatto alcun  male&#8221;, dove la parte finale di un&#8217; insegna vicino al monastero riporta: &#8220;possiate viaggiare in pace e camminare nel diletto e possa la benedizione del perfetto essere sempre con voi&#8221;. Da qui in poi, si  ha come la sensazione di varcare una soglia invisibile, ci si lascia la materialità alle spalle per dirigersi verso il divino. Camminare fra queste valli, significa anche inciampare in qualche leggenda: &#8220;Un  Grande Lama che viveva in un piccolo monastero di un villaggio qui vicino, un giorno fu avvicinato da un essere mai visto prima, era grande e peloso. Lo yeti ovvero l&#8217;abominevole uomo delle nevi, continuò ad aggirarsi sempre più frequentemente nei dintorni del monastero fino<img class="alignright size-medium wp-image-1398" title="img_1445" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2010/02/img_1445-300x200.jpg" alt="img_1445" width="300" height="200" /> ad instaurare una stretta amicizia con il Grande Lama. Un giorno però in una delle sue camminate, il Grande Lama trovò lo yeti morto proprio nei dintorni del monastero. Fu talmente dispiaciuto che per continuare a vederlo, volle conservare la sua testa&#8221;. La dura ascesa prosegue, oltre i 4.000 metri di altitudine la valle si allarga, potrebbe sembrare di essere arrivati al nulla e invece ci si trova nell&#8217;immenso, in una dimensione in cui la Terra appare come alle sue origini. Luce sempre più ardente, aria vuota, rocce al posto delle piante. Si sale attratti da queste montagne che producono su di noi un &#8220;effetto calamita&#8221; e  a quota 5.050, troviamo il gioiello della tecnologia italiana <img class="alignleft size-medium wp-image-1399" title="2-piramide-oservatorio-5050-mt" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2010/02/2-piramide-oservatorio-5050-mt-300x200.jpg" alt="2-piramide-oservatorio-5050-mt" width="300" height="200" />conosciuto da tutti come &#8220;Osservatorio-Piramide&#8221;. Ideato dal prof. Ardito Desio, è diventato oggi, gestito dal comitato Ev-K2-Cnr in collaborazione con l&#8217;Accademia di Scienze e Tecnologia Nepalese un laboratorio di studi e ricerche ad elevata altitudine. La struttura dotata di avanzate tecnologie ed autosufficiente dal punto di vista energetico, offre un&#8217;insostituibile opportunità per lo studio dei cambiamenti climatici e ambientali, della geologia e dei fenomeni sismici, della medicina e della fisiologia umana in condizioni estreme. Ancora più in alto invece, nei pressi delle voragini azzurrine e delle<img class="alignright size-medium wp-image-1404" title="3-nei-pressi-del-campo-base-5364-mt-riunione-straordinaria-del-consiglio-dei-ministri-nepales" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2010/02/3-nei-pressi-del-campo-base-5364-mt-riunione-straordinaria-del-consiglio-dei-ministri-nepales-300x225.jpg" alt="3-nei-pressi-del-campo-base-5364-mt-riunione-straordinaria-del-consiglio-dei-ministri-nepales" width="300" height="225" /> cattedrali di ghiaccio del Campo Base (5.364 mt.), si tiene in via del tutto eccezionale una riunione straordinaria del governo Nepalese, che anticipando di qualche giorno il confronto di Copenaghen vuole inviare un messaggio al Mondo intero riguardo l&#8217;impatto che il riscaldamento globale esercita sull&#8217;Himalaya. Il premier Madhav Kumar Nepal (giunto in elicottero assieme ad un ventina di ministri, tutti muniti di mascherina per l&#8217;ossigeno) ha sottolineato che &#8220;le questioni relative al <img class="alignleft size-medium wp-image-1423" title="4-veduta-panoramica-da-kala-pattar5550-in-basso-campo-base5364-in-alto-a-destra-la-vela-del-n" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2010/02/4-veduta-panoramica-da-kala-pattar5550-in-basso-campo-base5364-in-alto-a-destra-la-vela-del-n-300x225.jpg" alt="4-veduta-panoramica-da-kala-pattar5550-in-basso-campo-base5364-in-alto-a-destra-la-vela-del-n" width="300" height="225" />clima non riguardano solo l&#8217;Himalaya, ma l&#8217;intero pianeta&#8221;. Con questa storica ed insolita riunione il Nepal &#8220;chiede a tutte le grandi nazioni che emettono più gas nocivi, di ridurne urgentemente l&#8217;intensità, esortando i paesi ricchi ad assumersi maggiori responsabilità&#8221;. Con la speranza che questo avvenga ma che soprattutto serva a qualcosa, saliamo ancora e mettiamo lo scarpone sul nostro obiettivo: il Kala Patthar (pietra nera) a quota 5.550 metri. A questa altezza l&#8217;aria è rarefatta, si respira infatti solo il 50% dell&#8217;ossigeno che si dispone sul livello del mare, ma è la perfetta conclusione di questo viaggio dove la cima della Terra si svela al nostro sguardo e a<img class="alignright size-medium wp-image-1424" title="img_85791" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2010/02/img_85791-300x200.jpg" alt="img_85791" width="300" height="200" /> quello del cielo. Per gli orientali la montagna più alta del pianeta  è madre perché da lei sgorgano i fiumi e quindi la vita. Per tutto il resto del mondo invece l&#8217;Everest simboleggia il limite, perché lassù la terra finisce. Possiamo dunque dire che lassù vita e morte per un attimo  si sfiorano? Credo di si. Da quando sono iniziate le scalate alla vetta le statistiche (aggiornate al 1996) dicono che chi tenta la salita ha tre possibilità su quattro di rimanere vivo. Un amore e una passione quello della montagna che viene sempre più spesso travolto e annullato da troppe persone che non fanno altro che  rincorrere un primato. Forse sarà solo che io vivo questo amore diversamente: guardo, ammiro, vibro, incamero e me ne vado. Ancora un ultimo sforzo per abbracciare lo zio, ce l&#8217;abbiamo fatta la nostra salita finisce qua.</p>
<p style="text-align: justify; ">Matteo Osanna</p>
<p style="text-align: justify; ">Foto Everest:</p>
<p style="text-align: justify; "><a href="http:/http://picasaweb.google.com/osannamatteo/FotoEverest?authkey=Gv1sRgCISyw63z6oLAvAE#">http://picasaweb.google.com/osannamatteo/FotoEverest?authkey=Gv1sRgCISyw63z6oLAvAE#</a></p>
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		<title>All&#8217;ombra della &#8220;Dea del Cielo&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Dec 2009 16:04:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Osanna</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[KATHMANDU&#8217; (NEPAL) - Sembra non passare mai il tempo per Kathmandù, oltre ad essere rimasta negli anni  punto di riferimento dei  viaggiatori di tutta l&#8217;Asia, rimane ancora oggi luogo d&#8217;incontro e di partenza per chi intende scoprire alcune delle regioni più belle del mondo, quelle valli che si nascondono tra le montagne Himalayane. Qualcosa però [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">KATHMANDU&#8217; (NEPAL) - Sembra non passare mai il tempo per Kathmandù, oltre ad essere rimasta negli anni  punto di riferimento dei  viaggiatori di tutta l&#8217;Asia, rimane ancora oggi luogo d&#8217;incontro e di partenza per chi intende scoprire alcune delle regioni più belle del mondo, quelle valli che si nascondono tra le montagne Himalayane. Qualcosa però è cambiato negli <img class="alignright size-medium wp-image-1366" title="img_0945" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/12/img_0945-200x300.jpg" alt="img_0945" width="200" height="300" />ultimi anni, di fuochi che bruciano i rifiuti ormai non se ne vedono più per le strade della capitale, così anche di mucche che mangiano gli scatoloni non se ne incontrano tante, mancano anche gli scioperi e le bombe dei maoisti, che per fortuna non esplodono più nelle vie della città. Nel 1996 era stata proclamata dai maoisti la &#8220;people war&#8221;, una ribellione armata contro il regime monarchico e che dopo oltre un decennio di rivolte erano riusciti ad entrare ed assumere la maggioranza del governo, durata nove mesi e caduta la scorsa primavera. Da marzo dello scorso anno invece, il Nepal non è più un regno ma è ufficialmente una Repubblica. Ma ora, dopo la caduta dell&#8217;ultimo governo a maggioranza maoista e di questo nuovo rimpasto politico durato alcuni mesi, si riuscirà a finire di scrivere la nuova Costituzione con tutti i partiti che cercheranno di trarne i propri benefici e con i maoisti all&#8217;opposizione? Comunque sia la stabilità di questi anni ha portato benefici solo nella capitale e in qualche altro centro di interesse turistico mentre al di fuori di queste, il Nepal continua a rimanere un paese schiacciato dalla povertà che &#8220;vanta&#8221; un reddito famigliare tra i più bassi del mondo, dove l&#8217;aspettativa media di vita non supera i 60 anni e un abitante su due non sa leggere e scrivere. Il nuovo quartiere di Thamel, è un luogo dove si può trovare di tutto, è il cuore pulsante delle attività commerciali che sembra cercare di bilanciare la povertà del paese ma questo da solo non basta a placare un futuro fatto di incertezze. La speranza sta forse scritta sui volti di quei bambini che si vedono andare e tornare da scuola con le loro divise ordinate. Probabilmente saranno loro una volta istruiti, a dare una svolta importante e portare più benefici a questo paese di quanti se ne siano <img class="alignleft size-medium wp-image-1367" title="img_09281" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/12/img_09281-200x300.jpg" alt="img_09281" width="200" height="300" />visti finora. A testimoniare che almeno la spiritualità resiste ancora non sono solo i templi pieni di gente ma lo si apprezza sopratutto alla mattina, quando sin dall&#8217;alba le donne di Kathmandù scendono in strada recando offerte alle divinità. E&#8217; difficile dire esattamente quali religioni seguano esattamente i Nepalesi, sono state censite più di cento etnie molti credono sia nell&#8217;induismo che nel buddhismo arricchendoli con elementi di sciamanesimo. Anche il modo di darti il benvenuto ancora resiste, ti salutano con un &#8220;Namastè&#8221;, il loro saluto a mani congiunte che si traduce letteralmente con &#8220;mi inchino alle qualità divine che sono in te&#8221; sottolineando in questo modo la sacralità presente in ogni persona. La perla di Kathmandù, è l&#8217;area di Durbar Square, ricca di templi dedicati alle tante divinità, è il luogo in cui in passato ai tempi della monarchia, venivano incoronati i re. Tra i tanti templi c&#8217;è anche l&#8217;edificio dove ha dimora la dea vivente: la Kumari Devi.  La  Kumari viene scelta da una particolare casta Newari e per tradizione è una bambina che non ha ancora raggiunto la pubertà e che può avere anche solo quattro anni. Ella deve avere requisiti fisici ben precisi, che vanno dal colore degli occhi alla forma dei denti, dal suono della voce al suo oroscopo. Il regno della Dea bambina finisce con il suo primo ciclo mestruale. Con questo primo segno di pubertà, la ragazzina torna ad essere una comune mortale e iniziano le ricerche di una nuova Kumari. Placatasi dunque l&#8217;onda del sogno hippy degli anni settanta, in una città ormai profondamente trasformata dal contatto con l&#8217;occidente e<img class="alignright size-medium wp-image-1368" title="img_0953" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/12/img_0953-300x200.jpg" alt="img_0953" width="300" height="200" /> dal passaggio di migliaia di alpinisti e trekker attratti da queste montagne, il Nepal ha trovato nel turismo himalayano una delle più promettenti e consolidate risorse economiche, fino a diventare l&#8217;industria principale del paese. Questo cuscinetto di terra che separa geograficamente due potenze ormai consolidate come India e Cina e che se potessero lo farebbero subito loro, ha una grossa fortuna: le montagne himalayane. Ben 8 dei &#8220;14 ottomila&#8221; della Terra si trovano in Nepal e in pochi riescono a resistere al mito della &#8220;Dea del Cielo&#8221; come lo chiamano i nepalesi o alla &#8220;Dea madre della Terra&#8221; come lo chiamano i tibetani, o semplicemente come lo chiamiamo noi all&#8217; Everest.</p>
<p style="text-align: right;">Matteo Osanna</p>
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		<title>&#8220;Passo dopo Passo&#8221; (Mustang, NEPAL)</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Oct 2009 20:31:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Osanna</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[MUSTANG (NEPAL) - Dove vai? &#8220;In Mustang&#8221;. E dov&#8217;è il Mustang chiesi ad un portatore che incontrai lungo un sentiero dell&#8217;Annapurna qualche anno fa. &#8220;Il Mustang è a circa dieci giorni di cammino!&#8221; Fu in quell&#8217;istante e da quella risposta che incominciai a pensare che forse un giorno sarei venuto qui.                       Mentre il Nepal si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">MUSTANG (NEPAL) - Dove vai? &#8220;In Mustang&#8221;. E dov&#8217;è il Mustang chiesi ad un portatore <img class="alignright size-medium wp-image-1264" title="11" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/10/11-300x200.jpg" alt="11" width="300" height="200" />che incontrai lungo un sentiero dell&#8217;Annapurna qualche anno fa. &#8220;Il Mustang è a circa dieci giorni di cammino!&#8221; Fu in quell&#8217;istante e da quella risposta che incominciai a pensare che forse un giorno sarei venuto qui.                       Mentre il Nepal si aprì al turismo negli anni &#8216;50, il Mustang rimase chiuso fino al 1992 e ancora oggi, la possibilità di raggiungerlo rimane limitata. Per contenere l&#8217;impatto ambientale e culturale spesso devastante che il turismo ha portato con sé in Nepal, l&#8217;accesso ai <img class="size-medium wp-image-1265 alignleft" title="3" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/10/3-300x214.jpg" alt="3" width="300" height="214" />territori del Regno è ristretto e regolato da una precisa normativa di legge che obbliga tutte le spedizioni di trekking  a non intrattenersi per più di dieci giorni pagando peraltro un salato permesso. Il Mustang, apparteneva in origine al Tibet Occidentale quando una controversia tra Nepal e Cina sull&#8217; appartenenza dell&#8217;Everest portò a dei negoziati dove la frontiera settentrionale del Nepal venne ridisegnata guadagnando tra questi territori anche il Mustang. Attualmente, dopo esser divenuto negli anni della<img class="alignright size-medium wp-image-1268" title="2" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/10/2-300x200.jpg" alt="2" width="300" height="200" /> resistenza all&#8217;invasione cinese del Tibet il rifugio dei guerrieri Khampa, conserva pienamente la propria cultura ed etnia tibetana, arrivando ad essere definito &#8220;l&#8217;ultimo Tibet&#8221;. E&#8217; anche conosciuto come &#8220;l&#8217;antico regno di Lho&#8221; dove Lho in tibetano significa &#8220;a sud&#8221; ed è abitato  dai Loba ovvero la &#8220;gente del Lho&#8221;.  I Re del Mustang, persero l&#8217;autonomia del Regno, per scelta volontaria, quando i Gorka unificarono e crearono il Nepal nel 18° secolo. Il Re di quel periodo decise di annettersi spontaneamente al <img class="alignleft size-medium wp-image-1269" title="4" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/10/4-200x300.jpg" alt="4" width="200" height="300" />Nepal e pagando una tassa annuale al Governo Nepalese, riusciva a mantenere i suoi poteri e una sua giurisdizione, ovviamente solo all&#8217;interno del suo Regno. Poi nel 20° secolo le cose cambiarono. I Rana presero il potere e decisero di revocare l&#8217;autonomia del Regno del Mustang, lasciando tuttavia il nome e l&#8217;autorità al Re locale, che da quel momento aveva giurisdizione solo nelle diatribe locali e nella gestione del palazzo e dei suoi averi. Poi ad ottobre dello scorso anno, il Regno del Mustang è cessato di esistere. I maoisti hanno fatto in modo di abolire i regni che erano all&#8217;interno del Nepal, uno dei quali, appunto, il Mustang. Oltre il villaggio di Kagbeni, &#8220;la porta dell&#8217;alto Mustang&#8221;, inizia la &#8220;restrict area&#8221; e vi si può procedere solo a piedi<em>. </em></p>
<p style="text-align: justify;">Il viaggio si sviluppa lungo la valle del fiume Kali Gandaki, alle pendici <img class="alignright size-medium wp-image-1272" title="5" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/10/5-300x200.jpg" alt="5" width="300" height="200" />dell&#8217;Annapurna, del Dhaulagiri e del Tilicho in un maestoso scenario di montagne, fiumi, antichi villaggi e monasteri Buddisti, una via che una volta univa il Nepal al Tibet per il commercio del sale. E&#8217; una regione desertica, dove il vento non solo lo vedi arrivare, ma lo senti quando i sassolini ti colpiscono la faccia assumendo le sembianze di proiettili. Si sale e si scende, affrontando passi superiori a 4.ooo metri in un <img class="alignleft size-medium wp-image-1273" title="6" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/10/6-300x200.jpg" alt="6" width="300" height="200" />paesaggio illuminato da una luce abbagliante. In salita c&#8217;è silenzio, non si parla, il fiato serve per camminare. E&#8217; comunque un piacere spostarsi in questi profondi canyon  le cui  sponde di roccia erosa  assumono forme e colori spettacolari  e dopo alcune ore di cammino, appaiono inaspettatamente come miraggi all&#8217;orizzonte, questi villaggi fortificati. Vengono descritti come &#8220;gemme incastonate&#8221; e forse è proprio il miglior modo per farlo.  Questi villaggi si sviluppano <img class="alignright size-medium wp-image-1274" title="7" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/10/7-300x200.jpg" alt="7" width="300" height="200" />attorno ad un gompa e sono generalmente contornati da terrazze coltivate ad orzo, unico cereale che riesce a crescere a questa altitudine e che costituisce l&#8217;elemento base dell&#8217;alimentazione popolare. Esempio magico di questi villaggi è quello di Dhakmar, posto in un anfiteatro naturale di guglie rosse, in una verde prateria attraversata da ruscelli e pascoli di cavalli, dove <img class="alignleft size-medium wp-image-1275" title="8" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/10/8-300x200.jpg" alt="8" width="300" height="200" />le nuvole che corrono silenziose nel cielo non passano troppo lontane sopra la testa. Sembra che il Paradiso sia sceso in terra. Si dorme nelle case dei valligiani dove spesso agli ultimi arrivati capita di dormire nella stanza che funge da tempio tra lumini al burro di yak, incensi e tante divinità. Le case sono le caratteristiche costruzioni in mattoni di terra cruda intonacata, sormontate da cataste di legna e file di preghiere tibetane <img class="alignright size-medium wp-image-1276" title="9" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/10/9-300x200.jpg" alt="9" width="300" height="200" />dove il bagno non è altro che un buco nel pavimento posto sopra la stalla. In ogni villaggio teschi di animali sovrastano tutti i portoni: sono trappole per gli spiriti che diffidano le forze maligne ad oltrepassare la soglia. Palettate di sterco caricano la stufa, voci di viandanti trapelano dai muri di fango. Coralli, turchesi e sorrisi dorati. Un piede avanti all&#8217;altro, &#8220;passo dopo passo&#8221; fino in fondo alla meta.</p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-1279" title="10" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/10/10-300x200.jpg" alt="10" width="300" height="200" /></p>
<p style="text-align: justify;">Giungere a Lo Manthang dopo giorni di lungo cammino è per chi lo desiderava da una vita una soddisfazione unica. E&#8217; vivere il viaggio, è ritrovarsi in quello che è stato provocandoti quella &#8220;dipendenza dal viaggiare&#8221;.  Prati verdi che si accendono e si spengono alla passaggio delle grandi nuvole, finestre colorate che appaiono come occhi truccati sui muri bianchi delle case. Piccoli ruscelli d&#8217;acqua tagliano le <img class="alignright size-medium wp-image-1280" title="111" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/10/111-200x300.jpg" alt="111" width="200" height="300" />vie della cittadina, diventando un luogo di incontro per le donne che lavano vestiti e stoviglie. Le mura racchiudono la città, dove all&#8217;interno si ergono altre mura e altre case, poi il monastero e il Palazzo Reale. A Lo Manthang i monaci sono quasi un centinaio tra bambini e adulti. Per tradizione il primo figlio maschio si prende la terra di famiglia, mentre il secondo entra in monastero all&#8217;età di 5/6 anni, dove studia gradualmente per diventare Lama. Monaco e Lama non sono sinonimi, si diventa Lama dopo un lungo percorso di monachesimo. Anche se sulla piazzetta spicca un piccolo &#8220;internet point&#8221; attivo da circa un anno, per certi versi il tempo della cittadina rimane inalterato a tempi feudali e continua ad essere  &#8220;un posto nel tempo ma fuori dal tempo&#8221;, uno di quei luoghi dove l&#8217;odore della storia è ancora presente. <img class="alignleft size-medium wp-image-1281" title="12" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/10/12-300x200.jpg" alt="12" width="300" height="200" />Un odore che si può respirare soprattutto alla sera, quando dopo il tramonto i pastori tornano con i loro greggi e le loro mandrie ed invadono letteralmente le vie della città. &#8220;Ci si sente parte della storia&#8221;. Altro momento dov&#8217;è possibile ritrovare il profumo delle tradizioni, è capitare a Lo Manthang in occasione del Teji Festival. La manifestazione è un insieme di danze atte a descrivere &#8220;il male&#8221;, che dura <img class="alignright size-medium wp-image-1282" title="13" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/10/13-300x200.jpg" alt="13" width="300" height="200" />tre giorni e che culmina con una cerimonia per sconfiggere appunto &#8220;il male&#8221;. Questo succede il terzo giorno di danze, quando il monaco principale uccide con offerte sacrificali e con frecce, un pupazzo fatto di farina che rappresenta &#8220;il male&#8221;. Per l&#8217;occasione giungono al Festival diversi turisti ma nonostante questo,  tutto è rimasto  molto genuino e ancora tanti Loba  giungono sin qui dalle lontane campagne. Ma cosa ne sarà quando la strada raggiungerà Lo Manthang e al festival ci saranno più turisti che locali?</p>
<p style="text-align: justify;"><em><img class="alignleft size-medium wp-image-1287" title="16" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/10/16-214x300.jpg" alt="16" width="214" height="300" /></em>E&#8217; gradita notizia sapere che a Lo Mantang  è presente da diversi anni un&#8217;equipe italiana di restauratori composta di tre elementi, che lavorano ad un progetto finanziato dall&#8217;American Himalayan Foundation con lo scopo di trasformare i contadini locali in restauratori. <strong>&#8220;Una grossa scommessa - spiega - Luigi Fieni responsabile dell&#8217;equipe visto le difficoltà di comunicazione e l&#8217;assoluta mancanza di educazione. Sembra una cretinata ma dare un pennello in mano a chi non ha mai tenuto una penna è di una difficoltà incredibile. All&#8217;inizio ci furono diverse difficoltà - continua - Luigi, visto che noi eravamo &#8216;gli stranieri&#8217; che andavamo in Mustang a dare ordini, a dire cosa era giusto fare e cosa non lo era. All&#8217;inizio tutti pensavano che potevano  lavorare senza stranieri perché credevano che il restauro fosse  un&#8217;altro modo per dire &#8216;ridipingere&#8217;, una parola usata in quasi  tutta l&#8217;Asia, quando si parla di &#8216;restauri&#8217; fatti dai  locali. Per la conservazione delle divinità poi c&#8217;era un grosso dilemma: per i buddisti, le divinità dipinte non sono solo colori e disegni ma sono le divinità vere e proprie&#8221;.</strong> <strong><em><span style="color: #888888;"><span style="color: #ffcc00;">Puoi spiegarti meglio Luigi?</span> </span></em>&#8220;Pensa che prima di cominciare il restauro si deve fare una cerimonia particolare con la  quale il Khenpo, l&#8217;abate del monastero, cattura le anime nei dipinti  con uno specchio cerimoniale, il Melong, e lega<img class="size-medium wp-image-1283 alignright" title="14" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/10/14-300x200.jpg" alt="14" width="300" height="200" /></strong><strong> lo specchio ad una  colonna del monastero, dove gli spiriti delle divinità rimarranno fino  alla fine del restauro. In questo modo le divinità non saranno  &#8216;disturbate&#8217; dall&#8217;uso di solventi o siringhe che usiamo nei vari  procedimenti del restauro&#8221;</strong>.<em><span style="color: #ffcc00;"> </span><span style="color: #ffcc00;"><strong>Ci</strong> <strong>fu un momento particolare in cui vi sentiste ben accetti?</strong></span></em><em><span style="color: #ffcc00;"> </span></em><strong>&#8220;Si certo. Un giorno facemmo un tassello di pulitura al monastero di Thubchen di un paio di metri quadri. Il Re venne a vederlo e si complimentò per la grande bravura che avevamo nel dipingere. Ci abbiamo messo un quarto d&#8217;ora per fargli capire che avevamo solamente tolto la vernice invecchiata e lo sporco e quello che vedeva erano dipinti originali del xv</strong><strong> secolo. Da quel giorno tutto diventò più facile, i Loba si resero conto che avevano bisogno di noi e piano piano divenimmo parte del villaggio, completamente integrati e accettati&#8221;. </strong><strong><span style="color: #ffcc00;"><em>Quanto tempo trascorrete in Mustang?</em> </span>&#8220;Il <img class="size-medium wp-image-1286 alignleft" title="15" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/10/15-300x214.jpg" alt="15" width="300" height="214" />contratto annuale dipende dal budget ed il periodo varia dai 5 ai 6 mesi ogni anno. Fino al 2004 li passavamo tutti in Lo, poi dal 2005 sono cominciate le rogne con il Governo Nepalese, che ci bloccava, anche per due mesi a Kahtmandù con le scuse più stupide, del tipo &#8216;perché dobbiamo pagare degli stranieri per fare qualcosa che sappiamo fare benissimo?&#8217;&#8221;.</strong> <em><span style="color: #ffcc00;"><strong>Perdonami se sbaglio, ma </strong></span></em><strong><em><span style="color: #ffcc00;">credevo non fosse il Governo Nepalese a pagarvi&#8230;.</span></em> &#8220;Infatti&#8230; i fondi sono sempre stati americani e i nepalesi non hanno mai pagato un dollaro, per non parlare del fatto che in più ci guadagnano visto <img class="alignright size-medium wp-image-1288" title="17" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/10/17-300x214.jpg" alt="17" width="300" height="214" />che paghiamo anche le tasse in Nepal&#8221;. <em><span style="color: #ffcc00;">Lavorate per questo paese e vi fanno</span> </em></strong><strong><em><span style="color: #ffcc00;">pagare anche le tasse?</span></em><em> </em>&#8220;Per farla breve da quando ci sono i Maoisti dove il governo può chiedere mazzette ci va a nozze. Non che prima non ci fosse stato quel problema ma si è sicuramente accentuato. Fino al 2008 i nostri permessi erano gratuiti visto che lavoravamo per il Mustang. Da quest&#8217;anno le autorità hanno optato per il &#8216;chi se ne frega&#8217; e la Fondazione ha dovuto sborsare 16.000 dollari per i nostri permessi, soldi che avrebbe potuto spendere per il Mustang. Il Mustang - conclude - Luigi Fieni  si prende solo il 10% dal trekking permit, tutto il resto va nelle tasche dello &#8216;Stato&#8217; nepalese&#8221;.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Mentre anche io penso alla mia di conclusione, mi viene in mente &#8220;l&#8217;internet point&#8221; sulla piazzetta centrale proprio di fronte alla scuderia dei cavalli del Re e come mai in questo caso il contrasto è forte: due porte, poste una di fronte all&#8217;altra, due tempi opposti e distanti diversi secoli che si guardano senza toccarsi, una rappresenta il medio evo e  l&#8217;altra il futuro, un futuro che altrimenti sarebbe difficile da vedere e da raggiungere per chi abita qui. Un bene o un male?</p>
<p style="text-align: right;"><em>Matteo Osanna</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong><em>P.S. </em></strong><em>Dopo una conversazione con Luigi Fieni, il mio pensiero è tornato ad una mia vecchia teoria:  la differenza tra &#8220;vivere&#8221; in un paese  e &#8220;visitarlo&#8221;  è abissale, sono due cose completamente diverse. Quello che spesso appare  come oro che luccica agli occhi del turista  non è la stessa cosa per uno del luogo. </em><em>Ringrazio Luigi per la sua infinità disponibilità e per le sue importanti delucidazioni presenti oltre che nell&#8217;intervista, anche all&#8217;interno dell&#8217;articolo. Auguro a lui e a tutta la sua equipe un buon prosieguo di lavoro in Mustang.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Foto Mustang: </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><a href="http://picasaweb.google.it/osannamatteo/FotoMustang?authkey=Gv1sRgCMajzI-j1qLkeA#" target="_blank">http://picasaweb.google.it/osannamatteo/FotoMustang?authkey=Gv1sRgCMajzI-j1qLkeA#</a><br />
</em></p>
<p style="text-align: justify;">
]]></content:encoded>
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		<title>In diretta dall&#8217;India: &#8220;Viaggio alle Sorgenti del Gange&#8221; (Garwal, INDIA)</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Jul 2009 22:00:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Osanna</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[Italia - Delhi 21-22 Luglio 2009
In qualsiasi parte del Mondo, l&#8217; essere umano ha sempre cercato di stabilire un dialogo con Dio e sempre in ogni luogo,  ha fatto lo stesso con i fiumi. Non è un caso che sulle rive di qualsiasi corso d&#8217;acqua di notevole importanza e non, sia partita la vita seguita [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="TEXT-ALIGN: right"><em><strong>Italia - Delhi 21-22 Luglio 2009</strong></em></p>
<p style="TEXT-ALIGN: justify">In qualsiasi parte del Mondo, l&#8217; essere umano ha sempre cercato di stabilire un dialogo con Dio e sempre in ogni luogo,  ha fatto lo stesso con i fiumi. Non è un caso che sulle rive di qualsiasi corso d&#8217;acqua di notevole importanza e non, sia partita la vita seguita poi dalla civiltà. Così sta capitando anche a me, che sentendomi parte della specie umana,  mi ritrovo sempre più spesso a chiaccherare con Lui e  vedere scorrere un fiume al fianco di ogni  viaggio intrapreso; in Ladakh, la risalita del fiume Zanskar in pieno inverno quando era ghiacciato, in Nepal la valle del Kali Gandaki per raggiungere il Mustang e a casa nostra in Romagna, l&#8217;indimenticabile risalita completa dalla foce alla sorgente del nostro fiume, il Marecchia. E&#8217; ormai tutto pronto e per ancora una volta mi ritroverò presto in  un viaggio con a fianco un&#8217;altro fiume: il Gange. Quello che cercherò di fare oltre a tentare di mantenere una piccola collaborazione a distanza con il quotidiano <em>La Voce di Romagna,</em> sarà quello di aggiornare il blog con la maggior frequenza possibile, in modo tale che chi mi segue, anzi chi ci segue (con me ci sono anche Diletta e Cristina), possa vivere il viaggio in diretta.  Ormai non resta altro che aspettare ancora qualche ora e partire&#8230;il viaggio ci chiama&#8230;e che il viaggio sia buono!</p>
<p style="text-align: right;"><em>Matteo Osanna</em></p>
<p style="TEXT-ALIGN: center">&#8221; Rompi gli indugi. Parti. E ricorda che il passo più difficile</p>
<p style="TEXT-ALIGN: center">non è l&#8217;ultimo, nonostante la stanchezza accumulata nel cammino,</p>
<p style="TEXT-ALIGN: center">ma il primo, che ti costringe ad abbandonare l&#8217;inerzia dei tuoi giorni.</p>
<p style="TEXT-ALIGN: center">Questo sentiero sarà la via, la direzione, la meta.</p>
<p style="TEXT-ALIGN: center">Prosegui con il tuo ritmo verso lo sfondo che appare lontano,</p>
<p style="TEXT-ALIGN: center">ma che presto diventerà primo piano. Copri la distanza.</p>
<p style="TEXT-ALIGN: center">Consuma altro dislivello. Respira aria rarefatta delle altezze.</p>
<p style="TEXT-ALIGN: center">Osserva, e lascia parlare queste curve secolari, questi luoghi generosi</p>
<p style="TEXT-ALIGN: center">di vita, queste grandi montagne &#8220;.</p>
<p style="TEXT-ALIGN: right"><em>(Tratto da Meridiani Montagne)</em></p>
<p style="text-align: right;">
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: left;"><em><strong>Italia, 24 Luglio, via sms</strong></em></p>
<p>India - 24, 25, 26 luglio 2009<br />
Peccato, in questi giorni Internet non funziona in questa parte d&#8217;India.<br />
Il lavoro prosegue comunque. Spero di riuscire ad aggiornarvi il prima possibile. A presto.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Rocco per Matteo</em></p>
<p style="text-align: right;"><strong></strong></p>
<p style="text-align: left;"><strong></strong></p>
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: left;"><em><strong>Italia, 26 Luglio, via email</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Mi scuso per il ritardo ma da qua è veramente fatica aggiornarvi. Impossibile per il momento riuscire caricare le foto, dovete accontentarvi delle notizie. Quello che leggerete è il racconto delgi ultimi tre giorni che sono riuscito ad inviare a mio cugino Rocco via mail dopo un numero infinito di tentativi. Spero di riuscire nei prossimi giorni a migliorare il tutto, ma non dipende da me. Ciao a tutti e continuate a seguirci.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Rocco per Matteo</em>.</p>
<p style="text-align: right;">
<p style="text-align: right;">
<p style="text-align: right;">
<p style="text-align: right;">
<p style="text-align: right;">
<p style="text-align: right;"><strong><em>Delhi-Rishikesh, 23 Luglio 2009</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Arrivati a Delhi nella notte. Di nuovo l&#8217; India, questo paese dalle mille contraddizioni, dove quelle cose rimaste ancora<img class="alignright size-medium wp-image-1098" title="1" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/07/1-300x193.jpg" alt="1" width="300" height="193" /> inalterate nei secoli si mescolano oggi nell&#8217; India moderna, quella che cresce e che avanza a ritmi vertiginosi. Si parte e come tutte le volte bisogna fare l&#8217;abitudine alla guida indiana e ti dici: “impossibile farlo per un occidentale” ma subito dopo ti chiedi anche “come fanno loro”. La risposta è forse nella frase che ogni tanto qualche indiano ripete “anything is possible in India”. Quando la macchina prende velocità significa che ci lasciamo alle spalle la città, ma a volte è solo un&#8217;illusione perchè ci si ritrova spesso fermi in qualche fila  causata da incidenti o da qualche altro inspiegabile motivo. Tutto fa parte del gioco e di quella cosa, anzi di quella frase, che quando programmi uno spostamento la lasci sempre per ultima: <img class="alignleft size-medium wp-image-1099" title="2" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/07/2-300x200.jpg" alt="2" width="300" height="200" />“tempi indiani permettendo”. Bisogna dirigersi verso l&#8217;Uttarachal (paese del nord) e più precisamente nella provincia del Garwal perchè si entri nel vivo del viaggio, dove si possono trovare le vette più importanti dell&#8217;Himalaya indiano e dove nascono i due fiumi più sacri per gli indù: la Yamuna e  la Ganga (Gange). Ricordate il disco &#8220;white album&#8221; dei Beatles? Bene alcune di quelle canzoni le scrissero proprio qui a Rishikesh dove ci troviamo ora. Negli anni sessanta questa tranquilla cittadina che si sviluppa su ambe le sponde del Gange, venne resa famosa proprio dai ragazzi di Liverpool che trascorsero lunghi periodi di meditazione all&#8217;interno di un ashram (luogo per il ritiro spirituale) diventando così oltre che un ritrovo<img class="alignright size-medium wp-image-1100" title="4" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/07/4-300x224.jpg" alt="4" width="300" height="224" /> per hippy un polo di attrazione per chi va in cerca di spiritualità. Rishikesh con i suoi innumerevoli asharam viene considerata oggi la “capitale mondiale dello yoga”. Numerosi indiani giungono fin qua per bagnarsi nelle acque del Gange. Molti di loro vengono da lontano e non sono abituati a vedere noi occidentali così spesso come accade  agli abitanti del luogo e te ne sono grati se sei disposto a fare con loro una foto. Uno addirittura mi ha anche chiesto di fargli un&#8217;autografo su di una banconota! La spiritualità della città la si ritrova soprattutto alla sera lungo i ghat, quando al tramonto, al tempio di <em>Parmath Niketan Asharam</em>, sotto gli occhi della dea madre Ganga, qualche turista perso fra i pellegrini e le luci delle candele,  ipnotizzato dai canti e dai tamburi, assiste alla  cerimonia della puja serale.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Matteo Osanna</em></p>
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<p style="text-align: right;"><strong><em>Rishikesh-Janchichatti, 24 Luglio 2009</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-1102" title="5" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/07/5-300x180.jpg" alt="5" width="300" height="180" />Lasciamo il punto in cui il Gange incontra la pianura e ci dirigiamo a nord verso Uttarkashi dove poi si prenderà la strada che sale verso fino ai 2.500 metri di Janchichatti a sei chilometri dalla nostra prima sorgente, quella del tempio di  Yamunotri dove sgorga il fiume Yamuna. Basta affrontare la prima curva e incrociare subito uno dei particolari cartelli che invitano l&#8217;automobilista  a guidare con prudenza. Lasciamo un caldo umidissimo per ritrovarci in un clima più mite. E&#8217; tutto un sali e scendi, il percorso povero di ponti obbliga la strada a seguire il pendio della montagna. Lungo la nostra strada di questa giornata a tratti soleggiata, a tratti nuvolosa, incrociamo parecchie frane date in custodia ai cantonieri delle strade, gli spaccapietra. Il nostro pellegrinaggio è<img class="alignright size-medium wp-image-1104" title="3" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/07/3-252x300.jpg" alt="3" width="252" height="300" /> inziato ieri con una cerimonia di benedizione indù avuta in un tempio di Rishikesh, l&#8217;ultima tappa prima dell&#8217; inizio del Char Dham e cioè del motivo perchè siamo qui. Faccio due passi indietro. “Questo viaggio, era una cosa già prevista da tempo, ma chi viaggia lo sà, si devono combinare diversi fattori che spesso è difficile metterli in fila. La salute prima di tutto, poi il tempo e il danaro che vanno di pari passo,  ed infine se la si trova la compagnia giusta. Poi qualche mese fa quando ritornavo dal Mustang, a Muktinath conobbi un asceta alla ricerca dell&#8217;illuminazione, i cosidetti Sadhu che non faceva altro che ripetermi ridendo, una filastrocca di quattro nomi che così velocemente non capivo. Poi a forza di ascoltare,  quei quattro nomi diventarono Badrinath, Kedarnath, Gangotri, Yamunotri.” Questo è il Char Dham e questi quattro luoghi sono templi sacri dove si trovano le sorgenti dei fiumi Alakanda, Mandakhini, Bhagirathi, Yamuna. Questi quattro fiumi danno origine al Gange.</p>
<p style="TEXT-ALIGN: right"><em>Matteo Osanna</em></p>
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<p style="text-align: right;"><strong><em>Yamunotri Temple (1°sorgente), 25 Luglio 2009<br />
(alt. 3.208 mt.) (Lat. N 30°59.963&#8242;  E 078°27.743&#8242;)</em></strong></p>
<p class="ii gt" style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-1106" title="11" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/07/11-200x300.jpg" alt="11" width="200" height="300" />Yamuna, ha una sorella gemella di nome Yama, Signore della morte; “la leggenda vuole che i pellegrini che si immergeranno nelle sue acque, saranno salvati da una morte faticosa”. Finalmente si parte. Oggi siamo diretti al primo tempio del pellegrinaggio, quello di Yamunotri, dedicato al dio Vishnu il preservatore, colui che protegge e sostiene tutto ciò che di buono c&#8217;è al mondo. E&#8217; iniziato un viaggio, che ogni credente induista vorrebbe almeno intraprendere una volta nella vita. I pellegrinaggi vengono effettuati per varie ragioni: chiedere agli dei di esaurire un determinato desiderio, portare le ceneri di un parente ad un fiume sacro o acquistare meriti spirituali. Il sentiero, che segue dall&#8217;alto il corso del fiume, parte subito in salita. E&#8217; tuttavia un sentiero ben tenuto  e i 700 metri di dislivello si spalmano bene nei sei chilometri che bisogna affrontare per raggiungere il tempio.<br />
Basket? E&#8217; la domanda con la quale i <em>coolies</em> (portatori) si avvicinano proponendoti di farti salire nel loro cesto, ottenendo così per un giorno, il lavoro assicurato. Horses? Questa invece è la domanda con la quale i cavallanti mettono a disposizione sempre per lo stesso motivo i loro cavalli. Pellegrini di diversa casta e diversa età affollano il sentiero. La maggior parte salgono a dorso  di cavallo, altri seduti nelle<img class="alignright size-medium wp-image-1107" title="21" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/07/21-300x200.jpg" alt="21" width="300" height="200" /> gerle cioè nel cesto trasformato in sedia, altri ancora nelle portantine tenuti in spalla da quattro uomini che camminano tutti allo stesso passo. A piedi siamo in pochi e tra quei pochi ci siamo anche noi. Si incontrano diversi punti di ristoro lungo il percorso, dove ci si può dissetare con tè ed acqua perchè gli alcolici e le bevande nere (caffè, Coca Cola) sono vietate e  ci si può sfamare mangiando qualcosa, naturalmente vegetariano. Nelle grotte ci vivono i baba dove si riuniscono in preghiera e meditazione. In un pellegrinaggio non si può rifiutare l&#8217;invito di un baba, così ci accomodiamo a terra dove riceviamo in offerta tè e benedizione. Ora abbiamo anche noi quello che tutti hanno, il tipico segno arancione sulla fronte, il <em>Tilak,</em> a simboleggiare il terzo occhio, lasciamo un <img class="alignleft size-medium wp-image-1108" title="41" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/07/41-300x222.jpg" alt="41" width="300" height="222" />offerta e proseguiamo il cammino. Gli incontri sono piacevoli, a volte un sorriso è seguito da una stretta di mano e spesso dalla richiesta di una fotografia insieme, poi, con un Namaste ci si saluta. Si continua a salire fra lo scrosciare delle acque fino a giungere ad un ritrovo di cavallanti e portatori. Siamo alle porte di Yanumotri. La particolarità di questo tempio è che al suo interno, ci sono delle sorgenti di acqua calda. Le puje vengono effettuate attorno di quella che viene considerata la sorgente e al suo fianco c&#8217;è una sorta di pozzo la cui acqua sgorga a 50° dove la gente in dei sacchetti di tela, ci cuoce riso e patate. E&#8217; giunta l&#8217;ora del bagno&#8230;bisognerà pure salvarsi da una morte faticosa!</p>
<p style="text-align: right;"><em>Matteo Osanna</em></p>
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<p style="text-align: right;"><strong><em>Gangotri, 27 Luglio 2009<br />
(alt. 3.058 mt.) (Lat. N 30°59.658&#8242; E078°56.478&#8242;)</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Finalmente per un giorno la sveglia suona ad un&#8217;ora decente. Dobbiamo infatti  aspettare le ore 10.00 che apra il <img class="alignright size-medium wp-image-1110" title="img_8402" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/07/img_8402-300x200.jpg" alt="img_8402" width="300" height="200" />Tourist Office ad Uttarkashi dove dei funzionari della polizia rilasciano i permessi per accedere al Gangotri National Park. I fatti si svolgono all&#8217;interno di una casetta rotonda in legno dove poco dopo che sei dentro ti ritrovi tutto bagnato dal sudore con in vestiti appiccicati addosso come un francobollo. Nel frattempo un impiegato con la tipica calma indiana ricopia i nostri dati su di un libro, poi il libro viene passato ad un&#8217;altro impiegato che li ricopia su di un&#8217;altro libro che poi, lo passa ad un&#8217;altro che li ricopia ancora su di un registro che alla fine assieme ad un foglio bianco con sopra scritti i nostri nomi in nero, lo passa al funzionario capo, che dopo <img class="alignleft size-medium wp-image-1111" title="img_8840" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/07/img_8840-200x300.jpg" alt="img_8840" width="200" height="300" />averlo letto da sotto gli occhiali, lo firma e me lo dà in mano. Finalmente abbiamo il permesso. La strada è la solita strada di montagna, fatta di buche, frane e curve cieche. Da Uttarkashi inizia quello che i geologi chiamano il grande Himalya Indiano. La strada costeggia il corso del fiume Gange che qui viene ancora chiamato Bhagirathi, prima dal basso, poi dall&#8217;alto, poi iniziano i saliscendi. Si può notare come la strada abbia rubato del posto alla montagna, per un bel tratto è un cantiere continuo. Diverse cascate precipitano dagli alti pendii e formano enormi nubi di goccioline d&#8217;acqua quando arrivano a toccare l&#8217;impetuosa corrente del fiume. I boschi dalle enormi piante si infoltiscono, l&#8217;aria si fa più frizzantina, siamo arrivati a Gangotri, rifugio di rishi (uomini santi) e saggi in fuga dalle tentazioni del mondo, meta di pellegrini in cerca di salvezza, uno dei luoghi più sacri di tutta l&#8217;India. Un tempo il Gange sgorgava proprio qui a Gangotri, da qui nacque la sacralità del luogo, ora il ghiacciaio è arretrato di 19 chilometri fino a Gaumukh. Una stradina affiancata da negozi, conduce all&#8217;ingresso del tempio della dea Ganga. Altro tempio e dunque altra puja per noi, sulle rive del fiume dove il rumore assordante dalla corrente faceva sentire <img class="alignright size-medium wp-image-1112" title="img_8125" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/07/img_8125-300x200.jpg" alt="img_8125" width="300" height="200" />a malapena le parole incomprensibili del sacerdote che ci faceva la funzione. Quello che poi accade sulla piazza dei pulman di Gangotri è una piacevole sorpresa che faccio fatica a spiegare dal momento che sono arrivato che era già tutto cominciato. Un gruppo di pellegrini provenienti da non so dove, festeggiava il proprio arrivo a Gangotri. Erano tutti gioiosi, uomini e donne creavano un cerchio assieme alla folla e ai curiosi. Tre uomini suonavano i tamburi ed ogni tanto all&#8217;interno del cerchio umano, qualcuno cadeva in trance ed iniziava a ballare, in alcuni momenti diventavano anche una decina. Partivano con un grido e poi, i loro corpi ondeggiavano, i loro occhi <img class="alignleft size-medium wp-image-1113" title="img_8489" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/07/img_8489-200x300.jpg" alt="img_8489" width="200" height="300" />si rovesciavano, le loro palpebre vibravano. Siamo stati fortunati, è difficile in un viaggio trovarsi nel posto giusto al momento giusto, forse ce lo meritavamo. Vi lascio con una leggenda. &#8220;Molti e molti anni fa il re Bhagirath salì in pellegrinaggio sui monti himalayani dove pregò e meditò in povertà e penitenza fino a quando le sue preghiere di far scendere la dea Ganga sulla terra, vennero esaudite da Shiva. Ma la dea Ganga cadendo dal cielo avrebbe distrutto la terra con la sua potenza se Shiva, imprigionandola nella foresta dei suoi capelli, non l&#8217;avesse domata e ridotta a sorgente benevola e purificatrice. E così Ganga scese dalla fronte di Shiva, seguì il re Bhagirath e si scavò il suo corso in questa valle stretta e profonda che da allora, come il fiume, prese il nome di Bhagirathi, il re pellegrino&#8221;.<em> </em>E&#8217; da qui che parte il nostro secondo trek, il più famoso verso le sorgenti, per raggiungere la cosidetta <em>Gaumukh</em> (bocca della mucca).</p>
<p style="text-align: right;"><em>Matteo Osanna</em></p>
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<p style="text-align: right;"><strong><em>Uttarkashi, 31 Luglio 2009<br />
Trek dal 28/07 al 31/07 2009<br />
(Gangotri-Bhojbasa-Gaumukh-Topoban)</em></strong></p>
<p><strong>1° Giorno -BHOJBASA-(alt. 3.787) Lat. (N 30°57.119&#8243; E079°03.044&#8243;)</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-1116" title="12" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/07/12-300x200.jpg" alt="12" width="300" height="200" />Bisogna lasciarci alle spalle il villaggio, raggiungere il tempio ed attraversarlo per prendere il sentiero che porta a Bhojbasa. Abbiamo con noi due portatori: Bin ha ventidue anni ed è il capo, Lil ne ha diciotto ed è il suo aiutante. Entrambi sono nepalesi, fanno la stagione qui a Gangotri come portatori perché la rupia indiana è più forte di quella nepalese. Bin quando dice &#8220;choolò&#8221; significa andiamo. Il sentiero si alza dolcemente sul lato destro orografico della vallata, in mezzo a boschi di conifere e betulle, tra cespugli di fiori e di bacche colorate. Incontriamo pochi pellegrini, al di sotto delle nostre aspettative, dato anche dal fatto che a differenza di Yamunotri, il percorso dura diversi giorni e si presenta più difficile. Il cielo minaccia pioggia e giunti a Cheerbasa la nostra previsione si realizza: piove. Ci ristoriamo con un tè caldo nell&#8217;unica casetta che assieme a due grotte ed un gazebo in lamiera ne costituisce il villaggio. Si riparte sotto una <img class="alignleft size-medium wp-image-1117" title="22" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/07/22-300x200.jpg" alt="22" width="300" height="200" />leggera pioggerellina, lungo questa salita che non presenta particolari difficoltà se non quella di stare attenti a non prendere storte sul sentiero, reso disconnesso dai numerosi sassi. Passati i 3.600 metri la pioggerellina va esaurendosi, siamo ormai all&#8217; altezza delle nuvole che formano una riga grigia ai lati e all&#8217;orizzonte, a metà delle montagne. Ma non possiamo lamentarci, siamo qua in pieno monsone. Giungiamo a Bhojbasa, un luogo di sosta per i pellegrini che vogliono salire fino a Gaumukh, &#8220;la bocca della mucca&#8221;, la sorgente del Gange. Bhojbasa non offre niente di particolare, soprattutto oggi che il monsone ci passa davanti agli occhi, non è possibile ammirare né i verdi pascoli, né le spettacolari meditazioni, né la bellezza del ghiacciaio di Gangotri che con i suoi 25 Km di lunghezza, è il più lungo in Himalaya. A Bhojbasa di giorno si vive alla luce del sole alla sera a quella di un generatore e lampade a petrolio.</p>
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<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: left;"><strong>2° Giorno -TOPOBAN (2°sorgente)- (alt. 4.300 mt.) (Lat. N30°55.073&#8243; E 079°04.557)</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Continua il nostro viaggio, a piedi naturalmente, per quella che probabilmente sarà la tappa più dura di tutto il <img class="alignright size-medium wp-image-1128" title="31" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/07/31-200x300.jpg" alt="31" width="200" height="300" />viaggio. Dobbiamo infatti raggiungere gli oltre 4.000 metri di Topoban, dopo aver percorso una parte del ghiacciaio Gangotri. Anche se ha smesso di piovere da poco, oggi il tempo sembra concedere spazi più azzurri di ieri. Le nuvole si sono un po&#8217; alzate ed è possibile ammirare a tratti le imponenti cime del Bhagjrathi. Poi finalmente ci appare il ghiacciaio di Gangotri, là dove il fiume scompare per noi che saliamo, là dove il fiume Bhagirathi (Gange) viene alla luce per tutto il mondo indù. Questo luogo, è una grotta di ghiaccio alla base del ghiacciaio chiamata dagli indiani Gaumukh che significa &#8220;bocca della mucca&#8221; (alt. 3.894 mt. Lat N30°55.910 E 079°04.503). Ci avviciniamo al fiume e di conseguenza alla sorgente. Diversi pellegrini indù effettuano le abluzioni, ma con attenzione, perché in questa stagione la portata d&#8217;acqua è molto consistente e la corrente molto forte. Rimangono sulla riva e si <img class="alignleft size-medium wp-image-1129" title="42" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/07/42-300x200.jpg" alt="42" width="300" height="200" />bagnano con una brocca argentata o dorata. &#8220;Dicono che in un pellegrinaggio alle sorgenti del Gange, chi si bagna nelle sue acque, vedrà tutte le sue colpe cancellate dalle sacre acque e sarà purificato nel corpo e nell&#8217;anima&#8221;. Dopo essermi spogliato, anche anche io mi concedo un&#8217; abluzione con una brocca chiesa in prestito ad un pellegrino. L&#8217;acqua è congelata e la si sente soprattutto quando la si versa sulla testa. La si sente scorrere fra i capelli, sul collo e sulla fronte; mi viene in mente di quando Shiva accolse tra i suoi capelli la dea Ganga sulla terra. Risaliamo di <img class="alignright size-medium wp-image-1145" title="7" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/07/7-300x200.jpg" alt="7" width="300" height="200" />qualche metro fino a raggiungere l&#8217;altezza del ghiacciaio e riprendiamo il pellegrinaggio. Gangotri è un ghiacciaio nero, non è di quel bel bianco azzurro splendente perché è coperto di detriti anche se ogni tanto spunta qualche cresta. Procediamo a rilento, per via del percorso a tratti segnalato e a tratti no, facendo molta attenzione nell&#8217;affrontare i seracchi. Impieghiamo circa due ore per un tratto di appena un chilometro. Il tempo inizia a cambiare e tornano le nuvole non appena lasciamo il ghiacciaio per affrontare l&#8217;ultima impervia salita dove i sassi scivolano via da sotto i piedi, verso il pianoro di Topoban. Durante tutto il percorso ci si aiuta, non solo tra di noi, ma anche con gli altri pellegrini. Diventa così anche un&#8217;occasione per conoscere nuova gente. Scilandra, lo scrivo come si pronuncia, non è solo un pellegrino indiano ma è anche l&#8217;editore di un quotidiano di Dheli, il Dainik Bhaskar, il quale ha già scritto un libro sui <img class="alignleft size-medium wp-image-1138" title="img_8663" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/07/img_8663-300x200.jpg" alt="img_8663" width="300" height="200" />Sadhu e ne sta finendo un altro sulla sua esperienza personale nei villaggi Himalayani. E&#8217; anche un profondo conoscitore dello yoga e della meditazione e sa quasi tutto sull&#8217;induismo.  Nel primo pomeriggio arriviamo a Topoban, in mezzo alla nebbia. A Taboban vivono attualmente due Baba: Mony Baba, detto &#8220;silent Baba&#8221;, e Bangali Mata. Seguiamo il ruscello e a sinistra arriviamo da Bangali Mata. Quest&#8217;ultima vive sotto una roccia a punta di cui ne ha chiuso il perimetro con dei sassi<img class="alignright size-medium wp-image-1139" title="img_8643" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/07/img_8643-200x300.jpg" alt="img_8643" width="200" height="300" /> creando così il suo piccolo e modesto monolocale. A proposito di modestia ecco il nostro alloggio: una piccola casetta dai muri di pietra lunga tre metri e larga due, alta un metro, con il tetto in nailon e lamiera sorretto da dei bastoni orizzontali. La nostra &#8220;tana&#8221; è posta a qualche metro da quella di Bangali Mata. Lei è vent&#8217;anni che vive qui da sola, lascia il suo ashram solo in inverno, nei mesi in cui a Topoban si hanno temperature glaciali. Il vero nome di Bangali Mata è Tara Mae ma da quando ha deciso di rinunciare al mondo, si fa chiamare appunto con il nome di una dea. A circa 200 metri dal nostro ashram, posto su di una piccola collinetta, incontro il secondo abitante del pianoro di Topoban. Anche lui, come Bangali Mata, è un monk che significa &#8220;colui che ha rinunciato alla vita&#8221;. Anche lui ha rinunciato al suo vero nome e si fa chiamare Nagardas. E&#8217; conosciuto come <img class="alignleft size-medium wp-image-1140" title="img_8658" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/07/img_8658-200x300.jpg" alt="img_8658" width="200" height="300" />Mony Baba, dove Mony significa &#8220;colui che non vuole parlare&#8221;, infatti lui non parla. Per fortuna c&#8217;è un suo amico, un altro monk che sa tutto di lui. Parla inglese con me e hindi con lui e Mony Baba gli risponde annuendo con dei si e dei no. Quello che riesco a sapere da questa insolita intervista, è che, a diciassette anni ha deciso di diventare Baba. Ora di anni ne ha ventisei ma dato che ha lasciato e dimentico la vita comune, di anni ne ha ventidue, non tiene alcun contatto con i familiari, mi mostra un quadro con tanti dei, sono loro i suoi genitori fratelli e sorelle. Anche lui in inverno lascia l&#8217;ashram ma non si allontana, si ferma qui a qualche chilometro, nella vicina Bhojbasa. Entrambi seguono la &#8220;ralisation&#8221; cioè la visione di dio in tutte le cose. Ritorno al nostro asrham dove la nostra baba ci serve la cena. Anche Scilandra, il giornalista, dorme dalla Baba, perché non approfittarne dato che sa tutto? Scilandra, puoi accennarmi qualcosa sui Sadhu? &#8220;Il sadu è un asceta, un santo, colui che va alla ricerca dell&#8217;illuminazione. Questi viaggiatori senza tempo non hanno <img class="alignright size-medium wp-image-1141" title="img_8185" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/07/img_8185-300x200.jpg" alt="img_8185" width="300" height="200" />altro compito che realizzare la propria liberazione dal mondo delle illusioni. Alcuni di loro si fermano in qualche luogo, altri vagabondano senza fretta da un tempio all&#8217;altro. Portano i loro capelli lunghi annodati, vivono di elemosina e praticano lo yoga. Ne esistono diverse sette, alcuni sono vestiti di arancione, altri di giallo, altri coperti dagli stracci più strani, altri ancora come i sadu naga, sono nudi e coperti di cenere dei morti cremati. I loro simboli sono la ciotola per l&#8217;elemosina, il chilum per fumare la charas, le strisce bianche, rosse e arancioni sulla faccia e per finire il tridente che sta a significare la trimurti, il triplice aspetto, la sacra triade indù composta da Brahama il creatore, Vishnu, il conservatore e Shiva il distruttore.&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;"><em></em></p>
<p><strong>3° e 4° Giorno (rientro a Gangotri)</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-1142" title="img_8187" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/07/img_8187-300x200.jpg" alt="img_8187" width="300" height="200" />Questa mattina ci alziamo presto perché stando a quello che ci dice la nostra baba, nelle prime ore del mattino la giornata potrebbe essere limpida. Sorseggiamo un tè poi accompagnati da Bin, la nostra guida, ci incamminiamo lungo il pianoro. Non dobbiamo attendere molto che si alzi la nebbia per renderci finalmente conto di dove <img class="alignright size-medium wp-image-1143" title="img_8192" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/07/img_8192-300x200.jpg" alt="img_8192" width="300" height="200" />siamo. Le nuvole di mano in mano si dissolvono e lasciano spazio alle montagne che salgono al cielo. Torreggiano attorno a noi montagne spettacolari tutte tra i 6.000 e i 7.000 metri. Le tre cime del Bhagjrathi in contro luce sembrano farci da guardia, il Kedardrom, lo Shiviling e il Meru sono uno spettacolo. Il pianoro di Topoban è semplicemente incantevole, se poi lo guardi dal costone che fiancheggia il ghiacciaio è <img class="alignleft size-medium wp-image-1144" title="img_8718" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/07/img_8718-200x300.jpg" alt="img_8718" width="200" height="300" />superlativo. Anticipiamo la partenza perché il più giovane dei nostri portatori sta soffrendo da ieri sera di mal di montagna, tanto da far fatica a reggersi in piedi. Così prendiamo un bagaglio grande e cerchiamo di diluire il più possibile le cose nei nostri zaini personali. Rientriamo a Bhojbasa dopo aver assistito al calvario di Lil che camminava per un po&#8217;, poi si inginocchiava, poi vomitava e infine si stendeva tra i sassi. Alla fine mi è toccato portare anche il bagaglio più grande perché Bin si è ritrovato sulle spalle il povero Lil. Ma in un pellegrinaggio, come già detto bisogna aiutarsi e l&#8217;azzerare le gerarchie tra turista e portatore non deve essere mai un problema. Siamo stanchi ed esausti, ma felici e carichi, con dentro agli zaini quell&#8217;energia, che la si trova lungo il sentiero e la si raccoglie nel pianoro di Topoban.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Matteo Osanna</em></p>
<p style="text-align: right;"><em><br />
</em></p>
<p style="text-align: right;"><strong><em>Joshimath, aggiornato al 05 Agosto 2009</em></strong></p>
<p style="text-align: right;"><strong><em>(Dal 01/08 al 05/08) </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>In viaggio dentro la macchina attraverso un paesaggio bellissimo&#8230;.lungo una strada dov&#8217;è meglio non guardar di sotto.</em></strong> Amar non ve l&#8217;avevo ancora presentato, è il nostro autista. Serio, puntuale, efficiente. Non ama parlar troppo e per sentirgli dire una parola <strong><em><img class="alignright size-medium wp-image-1147" title="img_8857" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/07/img_8857-200x300.jpg" alt="img_8857" width="200" height="300" /></em></strong>bisogna fargli una domanda. Sposato e padre di due figli è un indiano autentico, porta i baffetti e come tutti gli indiani mette la &#8220;P&#8221; al posto della &#8220;F&#8221; nella pronuncia delle parole inglesi. E&#8217; il classico autista di scuola coloniale, uno di quelli che se glielo lasciassimo fare, farebbe il giro della macchina per aprirci e chiuderci le portiere ad ogni fermata. Amar, evita benissimo le mucche, le greggi di capre, i cavalli e i muli. Cerca di attutire i difetti della strada, affronta i tratti fangosi con concentrazione. In Garwal, a chi guida, non è permesso ascoltare la musica, così sa lui quando spegnerla e quando poterla riaccendere. Come tutti gli autisti suona sempre il clacson: ad ogni curva, prima, durante, e dopo il sorpasso, quando incrocia una macchina, un gregge, una mucca, una persona. Suona sempre, anche nei pochi tratti in cui la strada è diritta e libera da tutto. Ha oltre 25 anni di esperienza, conosce il suo lavoro. Amar guadagna 3.000 rupie al mese e cioè l&#8217;equivalente di 50 euro. Quando gli ho detto che per me era impossibile, lui ha fermato la macchina e da sotto il seggiolino ha estratto un blocchetto con le sue ricevute di busta paga. &#8220;E&#8217; tutto vero, anzi in alcuni mesi non sono state  neppure 3.000 le rupie&#8221;. Nonostante questo misero stipendio, Amar è riuscito a costruirsi una vita e una famiglia e quando può cerca di arrotondare, è un bravo meccanico. Ha la fortuna però di lavorare senza sporcarsi le mani, senza rompersi la schiena, ha la possibilità  di girarsi tutta l&#8217;India con i turisti, è un lavoro che non vuole perdere ed è per questo che lo fa bene, chiude sempre il discorso con un &#8220;thank you Sir&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">All&#8217;inizio avevo detto che con me c&#8217;erano anche Diletta e Cristina, ma non ve le avevo ancora presentate: ordinate, presenti, coinvolte, propositive, molto simpatiche e col senso dell&#8217;umor. Splendide compagne di viaggio che non si lamentano mai, che mi stupiscono, che mi sopportano e mi supportano come segretarie e dattilografe nonché come ricercatrici e studiose. Non sò come  potrò alla fine del viaggio fare a meno di loro, ma se me lo consentiranno, vorrei mettere anche una loro fotografia con il numero di telefono, così se un giorno sarete in cerca di compagnia per un viaggio,  potreste chiederle  se fossero disposte a partire con voi, non si sà mai! Consigliatissime!!!!</p>
<p style="text-align: right;"><em>Matteo Osanna</em></p>
<p style="text-align: right;"><em><br />
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<p align="right"><strong><em></em></strong></p>
<p style="text-align: right;"><strong><em>Kedarnath (3° sorgente), 02 Agosto 2009</em></strong></p>
<p style="text-align: right;"><strong><em>(alt. 3.550 mt.) (Lat. N 30°44.152&#8243; E 079°03.398&#8243;)</em></strong></p>
<p align="right"><strong><em></em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il viaggio continua passo dopo passo, su e giù per queste splendide valli. <img class="alignright size-medium wp-image-1148" title="13" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/07/13-300x200.jpg" alt="13" width="300" height="200" />Continua anche la nostra dieta vegetariana perché altro non si trova e continuano i templi che significano per noi luoghi dove ricevere una puja, una benedizione che fino ad ora ci ha sempre portato bene. Via, andiamo a Kedarnath. Lasciamo Garikund con la consapevolezza che oggi sarà un duro giorno di cammino, dobbiamo infatti raggiungere i 3.500 mt. di <img class="alignleft size-medium wp-image-1149" title="23" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/07/23-200x300.jpg" alt="23" width="200" height="300" />Kedarnath affrontando così un dislivello di 1.600 mt spalmato su 14 km. Capiamo sin da subito che dal numero di cavalli, portantine e portatori presenti all&#8217;inizio del sentiero, incontreremo molti pellegrini. Sotto un cielo azzurro prosegue il nostro pellegrinaggio lungo questo sentiero lastricato e ben tenuto, largo quanto una carreggiata ma che in alcuni punti non basta quando troppi pellegrini e troppi cavalli si incrociano. C&#8217;è tantissima gente, tanti volti, tanti colori, tanti nuovi incontri. Facciamo un pezzo di strada con un Baba che ci insegna un <em>mantra</em> <em>&#8220;Om namo shivaya&#8221; </em>una preghiera dedicata a Shiva da recitare lungo il sentiero. La maggior parte della gente sale a cavallo, molti, sono quelli che lo fanno a piedi. Si cammina in una valle verdissima dove le alte cascate sembrano cadere nel fiume Mandakini dal cielo. Risaliamo dunque oggi il fiume Mandakini, un altro sacro affluente del <img class="alignright size-medium wp-image-1150" title="32" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/07/32-300x200.jpg" alt="32" width="300" height="200" />Gange che nasce poco più sopra del tempio di Kedarnath. E&#8217; un bel pellegrinaggio, la cordialità regna in questo fiume di gente, è un piacere fotografarli e continua a succedere quello che è successo fino ad oggi: in alcuni casi te lo chiedono loro. I cavallanti continuano ad avvicinarsi lungo il percorso per offrirti un cavallo, ma ormai siamo arrivati, vediamo Kedarnath, che la raggiungiamo dopo sei ore di <img class="alignleft size-medium wp-image-1151" title="43" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/07/43-300x200.jpg" alt="43" width="300" height="200" />dura salita. Il tempio è costruito in pietra grigia e nei sei mesi invernali  resterà chiuso ai fedeli. E&#8217; dedicato a Shiva che sfuggì ai fratelli Pandava, assumendo le sembianze di un toro. Si tratta di un luogo di culto talmente sentito che in passato alcuni pellegrini si lanciavano da una roccia nella speranza di raggiungere istantaneamente la liberazione. Si nota camminando per le vie, che ci si trova in un luogo santo dove tutti i negozi vendono le stesse cose, articoli religiosi. Anche a Kedarnath ci sono numerosi Baba, ma molti di loro chiedono soldi, sempre <img class="alignright size-medium wp-image-1152" title="52" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/07/52-300x200.jpg" alt="52" width="300" height="200" />soldi, a volte la semplice offerta non basta mentre, sul sagrato del tempio, la statua del toro Nandi viene cosparsa di burro dai pellegrini in segno di devozione, aspettando di ricevere il fuoco dell&#8217;ultima puja serale<em>&#8230;&#8230;.Ore 06.00 </em>Il calpestio dei cavalli mi ha tenuto compagnia tutta la notte e l&#8217;alba è arrivata presto. Dalle informazioni raccolte ieri da quei pochi che parlano inglese, alle 6 ci siamo recati sulla piazzetta del tempio per <img class="alignleft size-medium wp-image-1153" title="6" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/07/6-300x203.jpg" alt="6" width="300" height="203" />assistere alla puja dello <em>Shiva day</em> che si tiene ogni lunedi. Il tempio è già pieno, entriamo con la nostra offerta accompagnati da un bramino conosciuto ieri, dove  numerosi devoti accalcati, riveriscono il Dio Lord Shiva nella forma di una pietra triangolare che assomiglia alla parte posteriore di un bufalo. Lasciamo anche questo tempio e riprendiamo il sentiero, lasciandoci alle spalle anche la terza sorgente, immergendoci di nuovo in un fiume di pellegrini e come loro scendiamo felici per avere acquistato meriti ed indulgenze.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Matteo Osanna</em></p>
<p style="text-align: right;"><em><br />
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<p align="right"><strong><em></em></strong></p>
<p align="right"><strong><em></em></strong></p>
<p style="text-align: right;"><strong><em>Badrinath (4° sorgente), 04 Agosto 2009</em></strong></p>
<p style="text-align: right;"><strong><em>(alt. 3.100 mt.) (Lat N 30°44.736&#8242; E 079°29.488)</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Raggiungere l&#8217;ultima sorgente, quella del fiume Alaknanda, doveva essere la <img class="alignleft size-medium wp-image-1155" title="img_9224" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/07/img_9224-300x200.jpg" alt="img_9224" width="300" height="200" />cosa più facile sulla carta, visto che a Badrinath ci si può arrivare in auto e invece la nostra macchina che sin da ieri dava problemi al posteriore, oggi ci ha abbandonato, &#8220;finish&#8221; ci ha detto il nostro autista. Trasferiamo i bagagli su di un taxi e ripartiamo alla volta di Badrinath ma una grossa frana  ostacola ancora la nostra strada posticipando l&#8217; arrivo di qualche ora. Il tempio lo si riconosce subito dai colori vivaci di cui ne è dipinto. E&#8217; il più popolare dei templi del &#8220;Char Dham&#8221; dato che rimane il più accessibile. Badrinath è sempre stata considerata luogo e fonte di salvezza, una salvezza che è frutto della meditazione yoga. Al tramonto le strade sono affollate di pellegrini, le bancarelle lungo la via che porta al tempio <img class="alignright size-medium wp-image-1156" title="img_9246" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/07/img_9246-300x227.jpg" alt="img_9246" width="300" height="227" />espongono i soliti articoli religiosi e lungo la mura che costeggia il fiume, una lunga fila di Baba, aspetta che una monetina cada dalla mano di qualche buon uomo  e finisca nella loro ciotola. Siamo nel tempio del perfetto, dove Vishnù praticò l&#8217;ascetismo assumendo la forma di nano. A Badrinath si è proprio notato di come attorno ad ogni luogo religioso facilmente accessibile venga creato un grosso business e il listino prezzi per una puja che consegnano al tempio, né è una conferma. Scendendo in basso a destra, lungo una rampa di scale, si arriva nella parte bassa del tempio, quella <img class="alignleft size-medium wp-image-1157" title="img_9313" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/07/img_9313-200x300.jpg" alt="img_9313" width="200" height="300" />vicino al fiume dove si trovano le vasche di acqua calda. Fuori non fa molto freddo e neppure i più devoti riescono ad immergersi da quanto è alta la temperatura dell&#8217;acqua. Sarà il luogo, sarà il vapore di quest&#8217;acqua santa, saranno le vesti di queste genti e i canti ripetitivi di questa ennesima puja, ma essere qui è come trovarsi nella macchina del tempo. Così, sulle voci dei salmi di questi pellegrini, sotto il fuoco del bramino e del suono dell&#8217;ultima campana, provo ad essere uno di loro. Penso a questo &#8220;Char Dham&#8221; che va a concludersi, mi chino e mi bagno, chiedendo all&#8217;acqua di questa sorgente quello che ho chiesto alle altre: che mi purifichi nel corpo e nell&#8217;anima. Scorre veloce nella mente questo pellegrinaggio, <em>Yamunotri,Gangotri, Kedarnath, Badrinath , </em>quattro parole che abbiamo ripetuto per tutto il viaggio, camminando fra i luoghi più sacri di tutta l&#8217;India, nella casa degli Dei.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Matteo Osanna</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>P.S</strong> Il &#8220;Char Dham&#8221; è finito, ma il viaggio prosegue, lasceremo queste bellissime valli che l&#8217;uomo senza alcun criterio sta  deturpando con il cemento e ci dirigiamo verso le calde e torride pianure dove monsone permettendo accompagneremo il Gange fino a Varanasi, la città santa per eccellenza.  Seguiteci,  il viaggio prosegue&#8230;..continueremo ad aggiornarvi. <em>(Matteo, Diletta, Cristina)</em></p>
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<p align="right"><strong></strong></p>
<p style="text-align: right;"><em><strong>Haridwar, 06 Agosto 2009</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">Lasciamo dunque le montagne himalayane dove secondo la leggenda la Dea Ganga sarebbe sgorgata sulla terra, luoghi, dove ancora si seguita a respirare una spiritualità che difficilmente morirà, perchè tutto questo è l&#8217;anima<img class="alignright size-medium wp-image-1118" title="aridwar-22" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/07/aridwar-22-300x200.jpg" alt="aridwar-22" width="300" height="200" /> dell&#8217;India. Mentre ci dirigiamo verso le pianure per raggiungere Haridwar, il fiume è cresciuto. Le acque del Mandakini <em>(Kedarnath)</em> e quelle dall&#8217;Alaknanda <em>(Badrinath) </em>si sono unite a Rudaprayag mantenendo il nome di Alaknanda poi, a Devaprayag altra confluenza, quella più importante, l&#8217;Alaknanda si unisce al Bhagirathi <em>(Gangotri)</em> ed è proprio da questa confluenza che il fiume Gange prende il suo nome. All&#8217;appello manca solo la Yamuna <em>(Yamunotri)</em> che ora  scorre un po&#8217; più a sud del Gange ma che <img class="alignleft size-medium wp-image-1120" title="aridwar-31" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/07/aridwar-31-200x300.jpg" alt="aridwar-31" width="200" height="300" />ritroveremo ad Allahbad, dove si uniranno in un unico fiume. Raggiungiamo Haridwar, la porta delle pianure per chi scende dalle montagne. Haridwar è un importante centro di pellegrinaggio ed è già pronta ad ospitare il Maha Kumbhu Mela, la &#8220;<em>grande festa della brocca</em>&#8220;, la più importante festività indù che celebra il mito della creazione dell&#8217;universo. &#8220;Gli Dei ed i demoni lottavano per conquistare una brocca (kumbh) che conteneva il nettare prodotto dal ribollire dell&#8217;oceano. Nella lotta caddero quattro gocce sulla terra, dove nacquero le quattro città sante di Allahbad, Haridwar, Nasik e Ujjain&#8221;. Cosi ogni dodici anni, ognuna di queste città, ospita la &#8220;grande festa della brocca&#8221; e nei primi mesi del prossimo anno toccherà proprio ad Haridwar, quando la città verrà sommersa da milioni di pellegrini. Numerosi sono comunque quelli che arrivano sin qui per bagnarsi nelle acque del Gange che in questo periodo sono impetuose, ma la voglia di purificarsi dai peccati, prende il sopravvento. I più bravi si tuffano in acqua e sfruttando la <img class="alignright size-medium wp-image-1121" title="puja-serale" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/07/puja-serale-300x200.jpg" alt="puja-serale" width="300" height="200" />corrente raggiungono l&#8217;altra sponda a nuoto, altri resistono alla corrente attaccandosi a delle catene preposte, altri ancora si chinano e bagnano solo la testa. Ogni sera il fiume si accende quando si svolge il <em>Ganga Aarti, </em>una cerimonia di adorazione per il fiume, dove centinaia di fedeli riempiono la scalinata fra i due templi sulla riva occidentale del fiume e tutta la sponda opposta. Al calar del sole, i rintocchi delle campane danno inizio alla cerimonia, un&#8217;altra puja, come sempre diversa dalle altre. I sacerdoti accendono i candelabri e li maneggiano muovendoli secondo il rito, mentre i pellegrini accendono le candele, sopra cesti di foglie colmi di petali di fiori<em> </em>che abbandonano, dopo una preghiera, alla corrente del fiume.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Matteo Osanna</em></p>
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<p style="text-align: right;"><strong><em>Agra, 07 Agosto 2009</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">La redazione si è momentaneamente trasferita al quarto piano di un lussuoso albergo (costo della camera € 40) <img class="alignleft size-medium wp-image-1096" title="1-cri" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/07/1-cri-300x200.jpg" alt="1-cri" width="300" height="200" />situato nel centro di Agra, dove paghiamo per questa notte l&#8217;equivalente di tutto quello che abbiamo speso per dormire durante le nostre due settimane di pellegrinaggio. Abbiamo anche una presa di corrente che si può definire tale, una luminosa lampada posta su di un tavolino a quattro gambe e una comoda poltrona da scrivania. Arrivati ad Agra, ci siamo lavati e spulciati in una piscina piena di occidentali,<img class="alignright size-medium wp-image-1125" title="taj-maial2" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/07/taj-maial2-200x300.jpg" alt="taj-maial2" width="200" height="300" /> mentre invece sulle montagne si contavano sulle dita di una mano. Anche a tavola le cose sono cambiate: il riso, le lenticchie e le verdure si sono trasformate in cosce di pollo tandoori e patatine fritte; una catena di cibo americano sulla grande strada a fianco dell&#8217;albergo ha sostituito gli improvvisati ristori che si trovavano lungo i sentieri; i suoni delle giovani acque dei quattro fiumi che abbiamo visto nascere si sono tramutati negli schiamazzi della città; macchine, tuc tuc e motorini hanno preso il posto di cavalli, portantine e portatori, i templi sono diventati grandi opere. Una di queste è Taj Mahal, la principale attrattiva della città di Agra, un capolavoro architettonico unico nel suo genere, il simbolo più amato e visitato di tutta l&#8217;India. Fu costruito per amore, nella prima metà del seicento, da un imperatore Moghul per commemorare la morte della moglie e vi impiegarono 34 anni per portarlo a termine. Ad Agra ritroviamo la Yamuna che seguiremo sino ad Allahbad dove anche lei si riunirà al Gange.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Matteo Osanna </em></p>
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<p style="text-align: right;"><em><em><strong>Khajuraho e Allahbad, 08/09/10 Agosto  2009</strong></em></em></p>
<p><em></em></p>
<p style="text-align: justify;">Per raggiungere Khajuraho bisogna macinare chilometri e chilometri di questa vasta pianura che viene definita come &#8220;fascia delle mucche&#8221; o &#8220;fascia <img class="alignleft size-medium wp-image-1133" title="1khajurao-grand" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/07/1khajurao-grand-300x200.jpg" alt="1khajurao-grand" width="300" height="200" />indù&#8221;.  In un passaggio della leggenda di Surabhi, &#8220;durante il ribollire dell&#8217;oceano la mucca dell&#8217;abbondanza fu la prima ad emergere. Divenne così simbolo di rigenerazione e prosperità e le fertili pianure dell&#8217;India settentrionale si identificano in essa.&#8221; Lasciamo per due giorni il corso della Yamuna spingendoci più a sud, verso i templi di Khajurao. Si ritorna nell&#8217;India che ognuno si immagina, quella delle cose esagerate che sembrano impossibili. L&#8217;India appesa fuori dai bus, l&#8217;India dei bisonti negli stagni e delle mandrie di vacche che bloccano le strade, l&#8217;India dei motorini con tutta la famiglia sopra, quella delle donne variopinte in fila alle fontane. L&#8217;India dei bambini che ti salutano per strada e ti chiedono una caramella, l&#8217;India dei sarti e dei barbieri, l&#8217;India non più solo vegetariana, l&#8217;India delle cremazioni. <em>Manos,</em> l&#8217;abbiamo pescato in un bazar di Khajurao, parla un po di italiano che ha imparato in soli due mesi all&#8217;università di Jaipur nel Rajasthan. L&#8217;abbiamo scelto perchè è stato l&#8217;unico che non si è proposto. Il villaggio nuovo di Khajurao, fatto di ristoranti, alberghetti e negozietti,  non è la vera India -racconta Manos-, così ci accompagna nella vecchia Khajurao. Il villaggio è suddiviso in quattro aree, ognuna assegnata ad una casta, con all&#8217;interno il proprio tempio e la propria fontana. La prima casta è quella dei bramini (sacerdoti dei templi), la seconda si chiama Chatria (maraja capo villaggio), le terza Bescie (contadini) e la quarta Sudra (spazzini). Khajurao però è famosa per i suoi templi, fatti <img class="alignright size-medium wp-image-1134" title="2kama" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/07/2kama-260x300.jpg" alt="2kama" width="260" height="300" />costruire dalla dinastia dei Chandela a cavallo tra il nono e il decimo secolo e scoperta solo 160 anni fa. Degli 85 templi originari, ne restano solo 22. Per la straordinaria maestria e raffinatezza delle sculture che li ornano e che rappresentano molteplici aspetti della vita indiana di mille anni fa, sono considerati tra le migliori espressioni artistiche del mondo.  Due elementi compaiono con maggiore frequenza: le donne e le immagini erotiche. Ancora non è certo il motivo della presenza di queste scene erotiche. Una teoria sostiene che si tratti di un manuale di kamasutra in pietra, che fosse iniziatico per i figli adolescenti dei bramini che crescevano in istituzioni scolastiche religiose esclusivamente maschili. Secondo un&#8217;altra teoria sono di ispirazione tantrica. Il termine tantra significa energia del corpo e secondo tale tradizione religiosa, l&#8217;appagamento degli istinti più bassi è uno dei modi per purificarsi da ogni negatività e ottenere l&#8217;illuminazione spirituale. In questa ricerca del Nirvana il piacere fisico e l&#8217;esercizio spirituale sono considerati ugualmente importanti. Degli otto punti dello yoga, il tantra è l&#8217;unico che permette all&#8217;uomo di incontrare Dio con il corpo, cosa che non avviene con gli altri tipi di yoga dove l&#8217;uomo <img class="alignleft size-medium wp-image-1135" title="3conf-zoom" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/07/3conf-zoom-300x200.jpg" alt="3conf-zoom" width="300" height="200" />incontra Dio solo con l&#8217;anima. Riprendiamo il viaggio risalendo a nord, verso Allahbad in questa parte di India dove da quattro anni piove pochissimo e qualcuno parla di siccità, anche ora che siamo in pieno periodo monsonico, infatti non piove. La città di Allahbad, riveste un ruolo importante nella religione indù. Come la città di Haridwar visitata qualche giorno fa, è una città santa, cioè è sorta in uno di quei luoghi dov&#8217;è caduta una goccia del nettare che si contendevano i demoni e gli Dei. Altro motivo perchè Allahbad diventi la meta di molti pellegrini, sta nel fatto che la città sorge sulla confluenza dei due fiumi più sacri e importanti dell&#8217;India: il Gange e la Yamuna. Dicono anche, che in questo punto, si unisca a loro un terzo fiume, il Saraswati (fiume dell&#8217;illuminazione), il mitico fiume sotterraneo. Raggiunta la piccola baia di Sangam, si affitta una barca a <img class="alignright size-medium wp-image-1136" title="4conf-grand" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/07/4conf-grand-300x200.jpg" alt="4conf-grand" width="300" height="200" />remi e si raggiunge la confluenza dove le acque più fangose del Gange si uniscono a quelle più limpide della Yamuna. Nel vedere questi due fiumi che si incontrano, quando qualche settimana fa ero sulle montagne a vederli nascere, mi viene da pensare a quanta strada ha fatto quest&#8217;acqua, a quanta strada deve fare un pellegrino per purificarsi da ogni colpa e a quanta strada abbiamo fatto noi. Al tramonto è tutto calmo,  le acque dei due fiumi che hanno perso l&#8217;impeto della loro giovinezza, scorrono lente e si abbracciano e si mescolano senza far rumore.</p>
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<p style="text-align: right;"><em><em>Matteo Osanna</em></em></p>
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</em></em></p>
<p style="text-align: right;">
<p style="text-align: left;"><em><em></em></em></p>
<p style="text-align: right;"><em><em><em><em><strong><em>Varanasi, 11/12/13 Agosto 2009</em></strong></em></em></em></em></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-1161" title="14" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/07/14-300x200.jpg" alt="14" width="300" height="200" />Ora il fiume Gange ha assorbito tutti i suoi affluenti, da ieri, anche la Yamuna è stata accolta tra le sue braccia ad Allahbad. Finalmente la macchina si ferma, siamo ad Assi Ghat, sulla riva occidentale del Gange, alle porte  della città vecchia di Varanasi, da dove inizia, salendo verso nord, una fila interminabile di ghat che si perde con il fiume all&#8217;orizzonte. La vita spirituale di Varanasi ruota principalmente attorno ai gath, queste <img class="alignright size-medium wp-image-1162" title="24" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/07/24-200x300.jpg" alt="24" width="200" height="300" />lunghe file di gradini che scendono fino al fiume e che sono un filo conduttore tra la terra e le sacre acque. Se le ceneri di un defunto vengono gettate da questi gath si crede che l&#8217;anima si liberi dal ciclo delle reincarnazioni e raggiunga sin da subito la liberazione. Per questo, molti indù vengono da lontano con le ceneri di un loro caro per gettarle nel fiume. La città è dunque il cuore pulsante dell&#8217;universo indù, un punto di incontro tra il mondo fisico e quello spirituale. In India ci sono pochi luoghi pittoreschi e spirituali come Varanasi. Recarsi ai ghat o all&#8217;albergo significa a volte smarrirsi in un labirinto di vicoli chiamati <em>gali,</em> a volte troppo stretti per essere percorsi con due bagagli in spalla. La città di Shiva è uno dei luoghi più sacri del paese, dove i pellegrini vengono a lavare una vita di peccati nel Gange, cremare i loro cari o portare le ceneri di una cremazione avvenuta in un <img class="alignleft size-medium wp-image-1163" title="33" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/07/33-300x200.jpg" alt="33" width="300" height="200" />luogo lontano da qui. E il fiume più inquinato che abbia mai visto, ma non mi stupisce quando vedo tutto quello che ci finisce dentro, invece mi meraviglio quando mi accorgo che alcune persone bevono le sue acque. La maggior parte dei gath viene usata per fare le abluzioni, per insaponarsi, per lavarsi i denti, per fare la biancheria, per fare il bagno ai bufali, per le cerimonie, per fare yoga, per giocare a carte e a scacchi, ma ci sono anche due gath dove i cadaveri vengono cremati in pubblico; il <img class="alignright size-medium wp-image-1167" title="44" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/07/44-300x200.jpg" alt="44" width="300" height="200" />principale è  il crematorio di <em>Manikarnika,</em> al quale ci arriviamo nel primo pomeriggio accedendovi dal fiume. In questa città colma di magia e spiritualità, i rituali più intimi di vita e di morte si svolgono sotto gli occhi di tutti. Posato il primo piede al Manikarnika gath, pare di fare un salto indietro nel tempo chiedendoti dove sei finito, sembra di essere all&#8217;inferno e invece questo gath è il posto più fausto in cui un indù possa essere cremato. All&#8217;interno è proibito scattare fotografie, dicono che <img class="size-medium wp-image-1164 alignleft" title="53" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/07/53-200x300.jpg" alt="53" width="200" height="300" />devi rispettare il dolore, ma se paghi profumatamente il boss puoi fare qualche scatto, e chi se ne frega più del dolore! In questo luogo di culto esiste una sorta di mafia, che a sua volta gestisce gli innumerevoli procacciatori di affari che si spacciano come guide all&#8217;interno del crematorio, chiedendoti offerte per comprare la legna ai figli delle famiglie povere, ma non sono troppo sicuro che le offerte  vadano a finire dove dicono loro. Questo è un chiaro esempio di come la morte possa essere trasformata da qualcuno in un mezzo di speculazione. Appare subito agli occhi qualcosa di indescrivibile, i cortei funebri si fanno largo in mezzo al fumo e alla cenere dei corpi che stanno già bruciando. Degli uomini chiamati dom, gli equivalenti dei nostri becchini, trasportano fino alle sacre acque, su di una  barella di bambù, il cadavere avvolto in un sudario che una volta raggiunto il fiume, verrà immerso nel Gange per essere purificato. Nel frattempo si aspetta che giunga il figlio primogenito che, per usanza, deve accendere il fuoco, solo dopo però essersi rasato la testa ed i baffi. Quando arriva il figlio, <img class="size-medium wp-image-1165 alignright" title="61" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/07/61-300x211.jpg" alt="61" width="300" height="211" />la salma viene posta ed arsa sulla pira e poi consegnata al sacro fiume.  Benché il corpo venga completamente avvolto in un lenzuolo, è possibile dal suo colore distinguere i giovani dagli anziani e gli uomini dalle donne. Spetta un sudario bianco ai ragazzi e rosso per le ragazze mentre per tutti gli adulti, il colore del lenzuolo  può essere giallo, arancione o dorato. A fare da sfondo alle pire infuocate, impilati in cima al gath, giganteschi cumuli di legna <img class="size-medium wp-image-1166 alignleft" title="71" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/07/71-300x200.jpg" alt="71" width="300" height="200" />aspettano di essere pesati su grosse bilance, in modo da stabilire il prezzo della cremazione. Vengono usati diversi tipi di legna da ardere in questo luogo dove la morte non si ferma mai, dove i corpi bruciano anche di notte. Il tipo di legna che costituisce la pira, dà anche un valore alla cremazione, quello di sandalo è il più costoso. Ne occorrono da due ai tre quintali per ardere un corpo umano e riuscire a fare questo è un arte, dato che la salma deve bruciare nel tempo massimo di tre ore. Spesso accade che il torace degli uomini e le anche delle donne, non si riducano in <img class="size-medium wp-image-1169 alignright" title="8" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/07/8-300x200.jpg" alt="8" width="300" height="200" />cenere e vengono gettati in acqua così come sono.  Il rito della cremazione non è accessibile a tutti. Agli animali, ai lebbrosi, a quelli morti a causa del veleno di un serpente, ai bambini sotto i dieci anni, alle donne incinta e ai sadhu (perché sono già santi), non è concesso questo rituale. Per unirsi anche loro al Gange vengono avvolti in un sudario, legati ad una grossa pietra e gettati nel fiume senza essere bruciati, ma spesso capita che il corpo, liberatosi dal peso del masso, riaffiori in superficie. Alle donne indù non è neppure permesso assistere alla cerimonia, perché le donne piangono e si crede che le lacrime dei loro occhi cadendo nel fuoco, non permettano all&#8217;anima del defunto di raggiungere il Nirvana. Basta <img class="alignleft size-medium wp-image-1170" title="9" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/07/9-300x200.jpg" alt="9" width="300" height="200" />prendere una piccola barca a remi per arrivare sulla sponda opposta e fare una passeggiata in mezzo a pezzi di corpi, sudari vuoti, teschi ed ossa. Anche a  Varanasi quando scende la sera, si svolge il Ganga Aarti, la cerimonia di saluto al fiume, così seguendo le luci delle offerte che galleggiano nell&#8217;acqua, giungiamo anche noi sul  luogo della puja per rendergli omaggio, dove sette pujari  stanno già volteggiando in aria i fuochi al ritmo delle campanelle. Questa è per noi l&#8217;ultima sera, ed in mezzo ad una folla di indù, io e la redazione proclamiamo la fine di questo viaggio, inchinandoci per ancora una volta alla santità di questo fiume che abbiamo visto nascere e ringraziando gli Dei di essere stati benevoli con noi. Da quando Varanasi prima ancora di Benares si chiamava Khasci che tradotto significa &#8220;la città <img class="alignright size-medium wp-image-1171" title="10" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/07/10-300x200.jpg" alt="10" width="300" height="200" />della vita&#8221;, dal mondo indù è sempre stata considerata un luogo propizio per morire, perché bruciando qui, su di una pira, si ottiene subito la liberazione dal ciclo delle reincarnazioni, ovvero la <em>moksha</em>. Agli occhi di me occidentale ed appartenente ad un&#8217;altra religione, suona strano che questo luogo porti anche il nome di &#8220;città della vita&#8221; quando il desiderio più grande per un indù è di venirci da morto per essere cremato. Ma se la pensassi come loro, Varanasi, sarebbe anche per me uno dei lughi più santi di tutto il mondo, dove il Gange rappresenta il fiume della salvezza, un simbolo immortale di speranza per tutte le generazioni, passate presenti e future.</p>
<p style="text-align: right;"><em><em><em><em><em>Matteo Osanna</em></em></em></em></em></p>
<p style="text-align: right;"><em><em><em><em><em><br />
</em></em></em></em></em></p>
<p align="right"><em><em><em><em><em> </em></em></em></em></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><em><em><em><strong>RINGRAZIAMENTI:</strong></em></em></em></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><em><em><em><strong><em>Il viaggio è finito, io e la redazione del mio blog vi salutiamo e vi ringraziamo per averci seguito da casa con la speranza di essere riusciti a farvi viaggiare con noi. Ringrazio innanzitutto le mie compagne di viaggio, Diletta e Cristina (la radazione) per le quali ho già speso parole di stima  ed affetto e senza le quali, probabilmente, non sarei riuscito a fare tutto quello che ho fatto in così poco tempo. Ringrazio anche mio cugino Rocco, sempre presente  e  disponibile nel colmare anche a lunga distanza,  i problemi  informatici. E per finire, vorrei concludere ringraziando il quotidiano &#8220;La Voce di Romagna&#8221;  ed in particolare il Direttore Franco Fregni, Davide Brullo, Lina Colasanto e l&#8217;amico Gabriele Domeniconi, che hanno creduto sin da subito nel mio progetto dandomi la possibilità di realizzare e concretizzare un mio sogno: quello di  essere l&#8217;inviato  per una testata giornalistica. Spero di esserci in parte  riuscito  e mi auguro che &#8220;la mia voce per la Voce&#8221;,  abbia contribuito  ad ampliare gli orizzonti di questo giornale in continua crescita e che a differenza di altri, crede nelle novità ed in quello che un giovane può dare.  Grazie  davvero di cuore a tutti. </em></strong></em></em></em></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><em><em><em><em>Tutte le altre foto, saranno pubblicate al mio rientro nel Principato di Montebello. A presto.</em></em></em></em></em></p>
<p align="right"><em><em><em><em><em> </em></em></em></em></em></p>
<p style="text-align: right;"><em><em><em><em><em>(Cristina, Diletta, Matteo)</em></em></em></em></em></p>
<p style="text-align: left;">Foto Garwal:</p>
<p><a href="http://picasaweb.google.com/osannamatteo/FotoGarwalInDirettaDallIndiaViaggioAlleSorgentiDelGange#">http://picasaweb.google.com/osannamatteo/FotoGarwalInDirettaDallIndiaViaggioAlleSorgentiDelGange#</a></p>
<p style="text-align: right;">
<p style="text-align: left;">Come promesso i partecipanti:</p>
<div id="attachment_1247" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-1247" title="img_0638" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/07/img_0638-300x225.jpg" alt="img_0638" width="300" height="225" /><p class="wp-caption-text">Ioli Cristina: cristinaioli@hotmail.com</p></div>
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<div id="attachment_1248" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-1248" title="dsc_0016" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/07/dsc_0016-300x199.jpg" alt="Mulazzi Diletta" width="300" height="199" /><p class="wp-caption-text">Mulazzi Diletta</p></div>
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<div id="attachment_1249" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-1249" title="img_8616" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/07/img_8616-300x200.jpg" alt="Osanna Matteo" width="300" height="200" /><p class="wp-caption-text">Osanna Matteo</p></div>
<div id="attachment_1311" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-1311" title="img_0676" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/07/img_0676-300x200.jpg" alt="Raduno a Montebello" width="300" height="200" /><p class="wp-caption-text">Raduno a Montebello</p></div>
<div id="attachment_1312" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-1312" title="img_0679" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/07/img_0679-300x200.jpg" alt="Ma cosa cercano?" width="300" height="200" /><p class="wp-caption-text">Ma cosa cercano?</p></div>
<p><em><em></em></em></p>
<p><em></em></p>
<p style="text-align: right;"><em></em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>In diretta dall&#8217;Africa Occidentale (Marocco-Mauritania)</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Feb 2009 12:59:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Osanna</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[Marrakech, Mercoledi 25 Febbraio 2009
A settembre tornai dal Marrocco con un piccolo dubbio: Nord Africa o Sud Europa? Dopo aver passato un pomeriggio intero all&#8217;aeroporto di Casablaca ed essermi visto cancellare per ben due volte il volo per Marrakech con biglietto alla mano e senza nessuna spiegazione, dopo essermi trovato  questa mattina alla stazione dei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><strong>Marrakech, Mercoledi 25 Febbraio 2009</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-885" title="img_4240" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/02/img_4240-300x225.jpg" alt="img_4240" width="300" height="225" />A settembre tornai dal Marrocco con un piccolo dubbio: Nord Africa o Sud Europa? Dopo aver passato un pomeriggio intero all&#8217;aeroporto di Casablaca ed essermi visto cancellare per ben due volte il volo per Marrakech con biglietto alla mano e senza nessuna spiegazione, dopo essermi trovato  questa mattina alla stazione dei bus sballottato da una parte all&#8217;altra dai soliti procacciatori d&#8217;affari e dopo la coinvolgente visita immerso nel souq di Marrakech mi é <img class="alignright size-medium wp-image-886" title="img_4260" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/02/img_4260-300x225.jpg" alt="img_4260" width="300" height="225" />venuto da dire &#8220;c&#8217;est l&#8217;Afrique!&#8221; Quindi piccolo dubbio risolto: Nord Africa. Ora siamo pronti per scendere verso Laayoune ed affrontare le quindici o forse più ore di pulman. Sarà un viaggio lungo ed intenso il nostro, perchè tenteremo di scendere  fino alla Mauritania con i mezzi pubblici e senza il visto&#8230;. quindi imprevisti all&#8217;ordine del giorno, speriamo basti la pazienza! Un romantico e nostalgico viaggio &#8220;via terra&#8221; dunque, uno di quei viaggi che ormai la moda del viaggiatore non riconosce più.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Matteo Osanna</em></p>
<p style="text-align: right;"><em><br />
</em></p>
<p style="text-align: right;">
<p style="text-align: right;"><strong>Laayoune, Giovedi 26 Febbraio 2009</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Diciotto sono state alla fine le ore che ha impiegato il bus per raggiungere Laayoune, la capitale del Sahara Occidentale.  La città non ha proprio niente da offrire, è solo un utile punto di sosta per sgranchirsi le gambe e allungare la schiena nella lunga attraversata verso sud. Qui l&#8217;integralismo è ben <img class="alignleft size-medium wp-image-888" title="img_4268" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/02/img_4268-300x225.jpg" alt="img_4268" width="300" height="225" />radicato, molte donne hanno il volto coperto dal velo.  Strano ma piove, il chè non aiuta per niente a passare la giornata in mezzo a questi palazzoni senza senso che incutono tanta tristezza. Una guida conosciuta all&#8217;albergo racconta che era trent&#8217;anni che non cadeva dal cielo cosi&#8217; tanta acqua e tutta in una volta. Una benedizione per noi? Questa regione ha una storia complicata da spiegare, tuttora attuale e che provo a raccontarvi in breve.  Il Sahara Occidenale è il più grande territorio non indipendente al Mondo.  L&#8217;etnia di questa regione è diversa da quella del Marocco.  Si chiamano Saharawi e discendono da tribù locali berbere che si sono fuse con quelle arabe. Rivendicano questa zona sin da quando la Spagna occupava ancora la regione.  Fu nel 1973 che venne organizzata la guerriglia contro le forze di occupazione e nacque il Fronte Rivoluzionario del Polisario. Dopo anni di lotta, il Sahara occidentale ottiene l&#8217;indipendenza dalla Spagna, ma vittima di un accordo segereto stipulato a Madrid, il nord viene occupato dal Marocco e il sud dalla Mauritania.  Il Fronte inizia allora una nuova guerriglia di resistenza fino a convincere la Mauritania a ritirare le proprie truppe, ma il Marocco nonostante la dura opposizione dei Saharawi occupa anche la parte meridionale del paese.  Fin dagli anni settanta il Fronte del Polisario, proclama formalmente la Repubblica Araba Saharawi Denocratica che venne riconosciuta da 76 Stati in tutto il Mondo.  L&#8217;ONU, ratifico&#8217; l&#8217;atto di <img class="alignright size-medium wp-image-889" title="img_4272" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/02/img_4272-300x200.jpg" alt="img_4272" width="300" height="200" />autodeterminazione del popolo Sahawari ma il Marocco espresse la sua totale opposizione all&#8217; indipendenza e fu organizzata dal Re &#8221;la marcia verde&#8221; con la quale 350 mila marocchini entrarono nella regione per vanificare un eventuale referendum.  Incentivo&#8217; inoltre i marrocchini del nord a trasferirsi a sud, non facendogli pagare le tasse, concedendo incentivi per aprire attività e dando premi a tutti quelli che si sposano con una donna Sahawari.  Furbo vero,  per quando arriverà il momento di un vero referendum?  L&#8217;annessione del Sahara Occidentale da parte del Marocco non è mai stata riconosciuta dalla Nazioni Unite le quali dopo essere riuscite ad imporre un cessate il fuoco nel 1991 si diedero da fare per l&#8217;organizzazione di un referendum per l&#8217;autodeterminazione Sahawari.  I vari referendum slittarono negli anni perchè furono sempre boicottati dal Marocco e la celebrazione di un primo referendum appare ancora lontano anche perchè la comunità internazionale sembra essersi dimenticata della questione.  Domani dovremmo raggiungere Dakhla, ultimo avamposto e grande città prima della temutissima frontiera Mauritana.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Matteo Osanna</em></p>
<p style="text-align: right;"><em><br />
</em></p>
<p style="text-align: right;"><em></em></p>
<p style="text-align: right;"><em></em></p>
<p style="text-align: right;"><strong>A 50km dalla frontiera, Venerdi 27 Febbraio 2009</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-898" title="img_4294" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/02/img_4294-300x200.jpg" alt="img_4294" width="300" height="200" />Lasciamo Laayoune alla mattina presto, una città con molto più colore di sera che di giorno. Man mano che scendiamo verso Dakhla, il paesaggio diventa sempre più arido. &#8220;Hamada&#8221; si chiama questo deserto di pietra punteggiato da innumerevoli cespugli spinosi diviso in due da una lunga striscia nera d&#8217;asfalto: la nostra strada. Solo qualche timida duna che  ogni tanto si affaccia sulla strada e l&#8217;oceano alla nostra destra, rompono il paesaggio. I posti della polizia marocchina sono molto frequenti e non manca durante il controllo la solita domanda alla quale non siamo ancora riusciti a dare una spiegazione: &#8220;qual&#8217;è il tuo lavoro?&#8221; Sembra vogliano infierire. Arrivati al controllo di Dakhla contrattiamo con dei mauritani un <img class="alignright size-medium wp-image-899" title="img_4281" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/02/img_4281-300x200.jpg" alt="img_4281" width="300" height="200" />&#8220;passaggio&#8221;, naturalmente a pagamento per Nouadhibou. Un po&#8217; più caro di quello che ci aspettavamo ma bastano pochi minuti per decidere,  scaricare il bagagli dal pulman e partire subito. Viaggiamo su di un vecchio Peugeot malandato che spiffera aria dagli sportelli. Mancano oltre 300 chilometri alla frontiera. Stiamo entrando nel vivo del viaggio lungo questa strada talmente diritta da non vederne la fine e spesso capita di vedere qualche miraggio.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Matteo Osanna</em></p>
<p style="text-align: right;"><em><br />
</em></p>
<p style="text-align: right;">
<p style="text-align: right;"><em></em></p>
<p style="text-align: right;"><strong> Nouadhibou,  Sabato 28 Febbraio 2009</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ce l&#8217;abbiamo fatta, siamo in Mauritania e stiamo tutti bene. Ci sentiamo tranqulli riguardo la sicurezza, l&#8217;ultimo colpo di stato c&#8217;è stato ad Agosto e quindi per un po&#8217; di tempo ci sarà senz&#8217;altro un po&#8217; di stabilità. Oggi pero&#8217; <img class="alignleft size-medium wp-image-903" title="img_4305" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/02/img_4305-300x225.jpg" alt="img_4305" width="300" height="225" />non  ho voglia di parlare di storia&#8230;ma di viaggio e riprendo da questa mattina, cioé da dove ero rimasto ieri. L&#8217; hammada si stà trasformando, non è più solamente piatto e pietroso ma formato da collinette di roccia a destra e qualche grande duna che appare e scompare a sinistra. Poi cosa inaspettata ci tuffiamo nella nebbia e dopo qualche chilometro, dal nulla appare la sbarra della frontiera marocchina. Sono le nove. Lasciamo i passaporti in un ufficio della dogana che ci vengono restituiti dopo oltre due ore da un&#8217;altro ufficio dove, da dietro una finestra esce la voce di un uomo che chiama i nomi e riconsegna i passaporti timbrati. Sembra di rivivere le lunge file dei primi giorni di visite mediche al servizio militare. Le chiamate sono divise in gruppi, noi apparteniamo al terzo gruppo. Pensavamo fosse fatta dopo il rilascio dei documenti e dei due controlli compreso quello della macchina, ma non fù cosi&#8217;. Prima della sbarra d&#8217;uscita in un&#8217;altro ufficio, una fila di gente giustificava una lunga fila di macchine. Un&#8217;altro controllo. Sono al numero 14 e a noi su di un foglietto ci vienne <img class="alignright size-medium wp-image-904" title="img_4320" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/02/img_4320-200x300.jpg" alt="img_4320" width="200" height="300" />scritto il 44. Siamo ancora in Marocco e non riusciamo ad uscire, non riusciamo ad entrare in quella striscia di terra che divide il Marocco dalla Mauritania, dove non ci sono regole, la famosa &#8220;terra di nessuno&#8221;, che sempre c&#8217;è tra una frontiera e l&#8217;altra. E&#8217; una strada che non é altro che una pista battuta malmessa di sassi e roccia, piena di macchine abbandonate, una zona non ancora del tutto ripulita dalle mine tanto é vero che fino a qulche anno fa, per attraversarla bisognava unirsi ad un convoglio militare che partiva due volte alla settimana. Finalmente verso le ore 13 usciamo dalla frontiera Marocchina, attraversiamo &#8220;la terra di nessuno&#8221; e dopo 4km raggiungiamo la frontiera Mauritana. Dopo il controllo della gendarmeria andiamo all&#8217;ufficio passaporti dove in un&#8217;ora sbrighiamo tutto e tra dune e oceano entriamo nel paese dei Mauri, la Mauritania.  L&#8217;unica pecca, che non ci rende del tutto tranquilli e soddisfatti, è quella che ci è stato concesso un visto di soli quattro giorni che però al dire del capo della polizia, visto che abbiamo il biglietto di rientro previsto per il 13 Marzo, possiamo rimanere sereni    ed eseguire tranquillamente il nostro giro. Ma sarà vero? Saluti a tutti da parte di tutti.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Matteo Osanna</em></p>
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<p style="text-align: right;"><em><strong>Oasi di Terjt - Martedi,  3 Marzo 2009 </strong></em><em><strong> </strong></em><em><strong> </strong></em></p>
<p style="text-align: right;"><em><strong>(Lat N20°15.142&#8242; W013°05.156&#8242;)</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-906" title="img_3715" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/02/img_3715-300x200.jpg" alt="img_3715" width="300" height="200" />Cerco di riepilogare qualche cosa degli ultimi tre giorni qui dall&#8217;oasi di Terjt, un meraviglioso palmeto nel deserto tra le montagne dell&#8217;Adrar a circa un&#8217;ora da Atar dove  sgorga una sorgente di acqua calda e si puo&#8217; fare il bagno in una piccola piscina  naturale.</p>
<p style="text-align: justify;">Se proprio vogliamo chiamarla città, Nouadhibou è una città povera e polverosa, le cui case attaccate le une alle altre, sono basse e rettangolari. Lungo le strade e i marciapiedi pieni di buche, le caprette mangiano quel che resta dei rifiuti e quando sono fortunate trovano qualche ciuffo d&#8217;erba. Non <img class="alignright size-medium wp-image-908" title="img_4314" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/02/img_4314-300x200.jpg" alt="img_4314" width="300" height="200" />ci sono semafori e alla sera il buio prevale sulla luce. E&#8217; un paese povero e la differenza con il Marocco la si vede appena si arriva. Siamo arrivati  fin qui non per visitare la città ma perchè da Nouadhibou parte &#8220;il treno del ferro&#8221;, il più lungo del mondo. E&#8217; un treno merci che misura oltre 2km di lunghezza e collega la costa a Zouerat, nel nord del paese, dove hanno sede le miniere da cui si estraggono i minerali di ferro. Copre una tratta di circa 700 km e scusate se uso spesso la parola circa ma in Africa và <img class="alignleft size-medium wp-image-910" title="img_3637" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/02/img_3637-300x200.jpg" alt="img_3637" width="300" height="200" />usata spesso, perchè nessuna distanza è sicura e nessun orario é certo. La stazione è una casetta rettangolare che sembra abbandonata e si trova a 5km dal centro. Fuori dal lato della ferrovia sotto un porticato qualche donna dietro alcune banchette cerca di vendere acqua, frutta e biscotti. La gente arriva alla spicciolata e sotto il portico e lungo la ferrovia, si riempie di umanità. La differenza con il Marocco è anche nella <img class="alignright size-medium wp-image-911" title="img_4384" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/02/img_4384-300x225.jpg" alt="img_4384" width="300" height="225" />gente. La loro carnagione è più simile alle genti dell&#8217;Africa Nera per esempio, tutti indossano la vestaglia chiamata &#8220;bù bù&#8221; e la lunga sciarpa di cotone legata attorno alla testa, &#8220;la checè&#8221;. Al di là delle fonti a cui ci eravamo attinti,  il treno essendo un merci, non ha orari fissi come credavamo. Puo&#8217; partire a tutte le ore, dal primo pomeriggio alla tarda sera in fondo non é un treno nato per la gente&#8230;e chi se ne frega di questa gente! In più siamo in un <img class="alignleft size-medium wp-image-912" title="img_4397" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/02/img_4397-200x300.jpg" alt="img_4397" width="200" height="300" />paese povero dell&#8217;Africa e i tempi per i trasporti pubblici sono spesso bibblici. Tutti i locali usano questo treno per raggiungere il nord perchè oltre che salire a pagamento nelle uniche due carrozze passeggeri, è possibile salire gratuitamente negli innumerevoli  vagoni merci. Riamaniamo in attesa tutto il pomeriggio e dopo oltre sei ore di attesa, verso le 20.30, si sente un fischio e due fanali rompono il buio lungo la ferrovia. E&#8217; il nostro treno. Prima passano tutti i vagoni merci poi davanti alla stazione si fermano le uniche due carrozze passeggeri del convoglio che naturalmente vengono prese d&#8217;assalto anche da chi non possiede il biglietto. Per via del buio e della folla ci perdiamo ma una volta ritrovati riusciamo a fatica a salire, i più pratici salgono al volo, prima che il treno sia fermo. <img class="alignright size-medium wp-image-913" title="img_4467" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/02/img_4467-300x200.jpg" alt="img_4467" width="300" height="200" /> Molti comunque spariscono dentro i vagoni merci. Troviamo posto vicino ad una famiglia, su questo treno dove c&#8217;è di tutto. Il vagone sembra essere stato bombardato. Gli schienali per non dire che mancano, dico che sono squarciati, i finestrini sono bloccati o aperti o chiusi. Nel vagone diverse persone eseguno il classico rito del thè ed iniziano i canti. La famiglia intanto cambia il suo bambino in mezzo a noi in tutta tranquillità. Siamo un po&#8217; sacrificati ma c&#8217;è una bella atmosfera. La notte si fatica chiudere occhio, é tutto un avanti e indietro, si resta sacrificati sul proprio sedile con la schiena incastrata nella voragine dello schienale che non c&#8217;è. Quando il treno frena, e <img class="alignleft size-medium wp-image-914" title="img_3661" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/02/img_3661-300x200.jpg" alt="img_3661" width="300" height="200" />lo fa spesso, si ha come la sensazione di essere violentemente tamponati e invece si scopre che non è successo niente. Arriva il mattino e solo alla luce del giorno ci accorgiamo delle reali condizioni del vagone e della sua igiene. Verso le 8, il treno si ferma a Choum. Gran parte della gente scende qui per raggiugere Atar che dista due ore di macchina. Ma noi vogliamo toglierci lo sfizio di farlo tutto questo treno, vogliamo vedere dove và a finire. Sappiamo che arriva Zouerat ma non ci sono notizie a riguardo, nemmeno le guide ne parlano. Dunque altre sei ore e siamo tra le cave delle montagne di Zouerat dalle quali estraggono il minerale. E&#8217; un posto che non raccomando a nessuno, non solo dimenticato da Dio, ma anche dall&#8217;uomo. E&#8217; un deserto di polvere nera,  dal quale sembrano uscirne le fiamme. Vorrei raccontarvi tutta la storia riguardo le formalità burocratiche con polizia e gendarmeria per entrare ed uscire da questa cittadina, dove non ho mai visto  caprette cosi&#8217; magre, ma raccontarvi tutto adesso necessiterebbe di molto tempo. Troviamo un pick-up, lasciamo questo posto inospitale per<img class="size-medium wp-image-915 alignright" title="img_4529" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/02/img_4529-300x200.jpg" alt="img_4529" width="300" height="200" /> natura e non per la gente e ci dirigiamo verso Atar che dista circa sei ore.  Prendiamo una pista, poi un&#8217;altra e un&#8217;altra ancora e poi via cambiando pista in continuazione. Sembra di essere in mare, si perde l&#8217;orientamento e si ha per orizzonte nient&#8217;altro che l&#8217;orizzonte. In pochi passano da queste parti,  nessuna rotta turistica prevede questo percorso, solo noi arriviamo ad Atar passando per  Zouerat. Pero&#8217; si attraversano paesaggi bellissimi, a tratti preistorici. Caprette e cammelli pascolano in delle distese di niente che assomigliano  a delle praterie e bisogna stare attenti a non investirli. E poi ancora deserto, montagne e guglie rocciose. Arriviamo nella regione dell&#8217;Adrar ad Atar  stremati alle dieci di sera chiedendoci come l&#8217;autista sia stato cosi&#8217; preciso nell&#8217;orientarsi in queste pianure di niente, sia di giorno che di notte.   (Ps: Domani lasceremo Atar per raggiungere Cinguetti e Ouadane, saremo a piedi nel deserto per alcuni giorni. Non preoccupatevi, vi aggiorneremo prima possibile)</p>
<p style="text-align: right;"><em>Matteo Osanna</em></p>
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<p style="text-align: right;"><strong>Atar, Martedi 10 marzo 2009</strong></p>
<p style="text-align: left;"><em>Siamo ritornati appena adesso dal deserto, vi aggiorniamo&#8230;..</em></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-926" title="img_4581" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/02/img_4581-300x200.jpg" alt="img_4581" width="300" height="200" />Moulay Chrif, l&#8217;abbiamo conusciuto la sera del nostro arrivo ad Atar, reduci e stravolti dal lungo viaggio con &#8220;il treno del ferro&#8221;. In realtà sarebbe più esatto dire che &#8220;fù lui che trovo&#8217; noi&#8221;. Si presento&#8217; e guarda caso era colui a cui aveva telefonato l&#8217;autista che dal Marocco ci porto&#8217; in Mauritania. Sapeva che quel giorno saremo potuti arrivare e aveva speso tutta la giornata cercandoci in tutti i campeggi e gli alberghi della città. Quando nel buio ci vide varcare il portone del camping era più contento lui di noi. Si presento&#8217;, ci porto&#8217; davanti alla mappa della regione dell&#8217;Adrar e ci mostro&#8217; tutti i punti di interesse e di quello che si poteva fare a seconda dei giorni a nostra disposizione. Poi è arrivato al dunque, si é proposto come organizzatore, nonchè guida per accompagnarci nell&#8217;Adrar. Abbiamo <img class="alignright size-medium wp-image-928" title="img_37931" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/02/img_37931-300x200.jpg" alt="img_37931" width="300" height="200" />parlato, abbiamo contrattato, gli abbiamo dato fiducia. &#8220;In shallà&#8221;  (se Dio vuole). Raggiunta Ouadane, un&#8217;oasi a 200km da Atar, proseguiamo verso Guelb Errichat, un cratere dal diametro di 45 km dalle incerte origini; forse è stato un meteorite, forse era un vulcano, forse è solo una formazione geologica di questo tipo. Passiamo la notte a Ouadane, &#8220;perdendoci&#8221; nella città vecchia e in una delle sue antiche bibblioteche.</p>
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<p style="text-align: right;"><strong>1°Campo (Lat. N 20°41.833&#8242; W011°56.475&#8242;)</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-929" title="img_3814" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/02/img_3814-300x200.jpg" alt="img_3814" width="300" height="200" />Occorre un&#8217;ora di fuorisrada per percorrere i 35km di deserto che separano l&#8217;oasi di Ouadane da qualla di Tenauchert da dove dobbiamo partire a piedi verso l&#8217;oasi di Cinguetti. Mentre venivamo accolti con un the&#8217; dentro una capanna, un bambino giocava con una scatoletta  arruginita di sardine vuote fingendo fosse una macchina, usando dei biscotti come passeggeri. Tra i palmeti e le capanne, gli incontri con le <img class="alignright size-medium wp-image-930" title="img_4788" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/02/img_4788-300x200.jpg" alt="img_4788" width="300" height="200" />donne, finiscono sempre in un mercato dove a loro dire nulla costa caro. Soffiava una fresca brezza che rendeva le ore più calde della giornata (11.00-16.00) più piacevoli. Viaggiamo con quattro cammelli e un cammelliere, più Chrif che si improvvisa cuoco e aiuto cammelliere. Dice che quando viene con i gruppi, ha una tenda cucina con la bombola del gas, una dove si mangia e una dove si dorme. Noi che siamo <img class="alignleft size-medium wp-image-931" title="img_4872" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/02/img_4872-225x300.jpg" alt="img_4872" width="225" height="300" />solo in tre, dobbiamo vivere come vivono loro. Siamo sulla strada giusta per poter trovare quello che cercavamo: la vita del deserto. Ci viene concessa anche una tenda, nomade naturalmente, di quelle con palo di legno centrale tirata agli angoli da quattro corde legate a dei picchetti. Il cammelliere si occupa non solo dei suoi animali, ma anche della legna per il modesto fuoco e di scandire il tempo con i bicchierini di thè. I piatti e le pentole si lavano con un filo d&#8217;acqua che spesso la si riversa da un recipiente all&#8217;altro e si sgrassano con la sabbia. Quando la sabbia diventa asciutta allora anche il piatto risulta asciutto e pulito. I cammelli trasportano i nostri zaini e tutto cio&#8217; che occorre per fare il campo e il silenzio della notte viene rotto solo da loro: &#8220;le navi del deserto&#8221;.</p>
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<p style="text-align: right;"><strong>2° Campo (Lat. N20°36.348&#8242;  W012°05.711&#8243;)</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-933" title="img_5172" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/02/img_5172-300x225.jpg" alt="img_5172" width="300" height="225" />Occorre poco più di un&#8217;ora alla mattina per smontare il campo e caricare i cammelli. Bisogna essere uomini del deserto per saperlo fare. L&#8217; aria è frizzante e per non avere freddo, mi lego attorno alla testa la mia &#8220;Chece&#8221;. Questa sciarpa in cotone lunga almeno tre metri viene utilizzata in tutto il Sahara e in buona parte del Sahel. Non serve solo a proteggersi dal freddo ma anche dal sole, dal vento, dalla sabbia e dalle mosche. Se poi scendiamo nel caso <img class="alignright size-medium wp-image-934" title="img_4919" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/02/img_4919-300x200.jpg" alt="img_4919" width="300" height="200" />del cammelliere la adopera pure per avvolgere la legna quando va a raccoglierla, ci asciuga i bicchierini del thè e ci manovra le pentole bollenti. Anche Chirif con la sua ci asciuga sempre i piatti. Diumà, cosi&#8217; si chiama il cammelliere, traccia le rotte dove la sabbia è più dura, per sprofondare meno. Quando camminiamo ospitiamo sulla nostra schiena centinaia di mosche. Se butto un occhio al GPS, procediamo ad una velocità di 5kmh. Non si incontra tanta gente nel deserto, solo cinque nomadi in sella ai loro cammelli rompono l&#8217;orizzonte. Il paesaggio potrebbe sembrare monotono ma non lo è: si alternano dune e paesaggi rocciosi a zone piatte e <img class="alignleft size-medium wp-image-935" title="img_4936" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/02/img_4936-300x200.jpg" alt="img_4936" width="300" height="200" />sabbiose con ciuffi d&#8217;erba a tratti ricchi di acacie. Se i cammelli sono &#8220;le navi&#8221;, le acacie sono gli &#8220;ombrelloni&#8221;. E&#8217; proprio all&#8217;ombra di queste piante che avvengono le soste dove riposarci mentre i cammelli allungano il collo verso i rami per mangiare. Un pastore con il suo gregge di caprette visita il nostro accampamento. La vita nel deserto è una vita di pochi incontri umani che pero&#8217; quando si verificano sono sempre piacevoli. La vita scorre lenta nel deserto e bisogna sapere come doverla affrontare. Se si procede di buon passo, due ore alla mattina e due ore al pomeriggio, si riescono a percorrere 20km. Nell&#8217;unica pausa che dura quattro ore,  i cammelli vengono scaricati e poi ricaricati. E&#8217; un&#8217;arte quella del mestiere del cammelliere. Diumà lascia i cammelli liberi di andare a pascolare e poi se li deve andare a riprendere ogni volta a diverse centinaia di metri di distanza. Diumà come chi vive da sempre nel deserto, è in grado <img class="alignright size-medium wp-image-936" title="img_5009" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/02/img_5009-300x200.jpg" alt="img_5009" width="300" height="200" />di compiere una cosa con la sabbia: il pane. Il pane che loro chiamano &#8220;Galet&#8221; è simile ad una focaccia. Dopo aver impastato la farina con acqua, lievito e sale ed averlo fatto lievitare per una mezzoretta vicino al fuoco, lo si mette nella sabbia dove qualche istante prima bruciava il fuoco stesso. Infine lo si ricopre con la cenere e con la brace. Venti minuti da una parte e venti dall&#8217;altra e la magia è riuscita. Diumà soddisfatto con una mano la tiene e con l&#8217;altra lo batte privandolo cosi&#8217; di sabbia e cenere. Buonissimo!</p>
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<p style="text-align: right;"><strong>3° Campo (Lat N20°31.880&#8242; W 012°12.626&#8242;)</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-938" title="img_5082" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/02/img_5082-200x300.jpg" alt="img_5082" width="200" height="300" />Una vera istituzione dei popoli del deserto è il rito dei &#8220;tre thè&#8221;. Il primo duro come la vita, il secondo dolce come l&#8217;amore, il terzo amaro come la morte, che però in realtà è dolcissimo forse per contrastare proprio l&#8217;amarezza della morte. In una teiera posta su dei carboni ardenti viene fatta bollire l&#8217;acqua con le foglie di thè. Poi alzando il braccio verso l&#8217;alto viene lasciato cadere in un bicchierino e da qui inizia il giro, travasandolo da un bicchierino all&#8217;altro diverse volte per creare la schiuma. In seguito viene lasciato cadere di nuovo nella teiera e rimesso a bollire. Un buon thè, fatto a regola d&#8217;arte, deve avere una schiuma o come la chiamano loro una &#8220;mousse&#8221; di circa un centimetro. Diumà è un vero maestro nel farlo ed è la prima cosa che esegue ogni volta che ci fermiamo dopo aver scaricato i cammelli.</p>
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<p style="text-align: right;"><strong>4° Campo (Lat N20°28.028°  W012°20.668&#8242;)</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Diumà scarica per l&#8217;ultima volta i suoi cammelli, siamo sulla grande duna, alle porte di Cinguetti, considerata dal mondo Islamico la &#8220;Settima Città <img class="alignleft size-medium wp-image-941" title="img_5318" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/02/img_5318-300x200.jpg" alt="img_5318" width="300" height="200" />Santa&#8221;. Ritrovarsi pero&#8217; un fuoristrada a qualche metro di distanza e vedersi spuntare da una città parzialmente illuminata tre lunghi ripetitori telefonici toglie quella poesia che in questi cinque giorni di deserto abbiamo assimilato. Ma se si guarda dall&#8217;altra parte verso sud-est, l&#8217;Erg di Ouarane ti restituisce cio&#8217; che la vista panoramica di Cinguetti ti toglie. Per due secoli Cinguetti non fu solo capitale dei Mauri ma anche punto di riferimento culturale dell&#8217;Africa Occidentale. Dodici sono le biblioteche presenti in città che custodiscono gelosamente libri antichissimi. Il custode di una di queste racconta che il suo libro  più <img class="alignright size-medium wp-image-948" title="img_4008" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/02/img_4008-300x200.jpg" alt="img_4008" width="300" height="200" />vecchio risale al 1699. Da qui passavano tutte le carovane dirette verso il Mali, il Senegal e il Marocco. La città era al massimo splendore, partivano carovane di oltre 32.000 cammelli. Il suo passato carovaniero ha contribuito non poco a far si che la Mauritania diventasse un confine tra il mondo Arabo e quello dell&#8217;Africa Nera. Le case e le vie arrotondate, assumono l&#8217;aspetto omogeneo delle dune perchè Cinguetti soffre &#8220;l&#8217;avanzamento del deserto&#8221; che ogni anno ruba qualche metro alla città. Negli anni ottanta, una tempesta durata mesi porto&#8217; fra le case fino a tre metri di sabbia. Di &#8220;Haber&#8221;, la prima Cinguetti ne sono rimaste solo le rovine, la &#8220;città vecchia&#8221; è solo abitata parzialmente, quella &#8220;nuova&#8221; è quella della luce elettrica alimentata da un generatore, qualche bar e qualche boutique. L&#8217;omogenità degli spigoli arrotondati della città, la si ritrova anche nella povertà della gente che subisce oggi più che mai <img class="size-medium wp-image-940 alignleft" title="img_5371" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/02/img_5371-300x225.jpg" alt="img_5371" width="300" height="225" />l&#8217;influenza negativa di un turismo che, per diversi motivi, sta facendo la fine delle carovane. I turisti sono rimasti una delle poche ricchezze per loro, comprargli qualcosa, significherebbe per qualcuno alleggerigli  per qualche giorno la vita. In un reportage ho trovato scritto queste parole, che rendono bene l&#8217;idea di questa città: &#8220;Cinguetti mi sembra un posto che non c&#8217;è, troppo stanco, consumato per esistere&#8230;.si ha la sensazione che qui il tempo sia iniziato molto prima&#8221;. Cinguetti, questa vecchia signora che a mio parere il tempo non ha rubato comunque il fascino, ora non è altro che  l&#8217;ombra di se stessa e lo si legge nelle scritte sui muri dei bar, dei ristoranti, dei <img class="size-medium wp-image-939 alignright" title="img_5307" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/02/img_5307-300x200.jpg" alt="img_5307" width="300" height="200" />barbieri e dei telefoni pubblici che ne resta solo il nome sopra le porte chiuse. Risalgo sulla grande duna perché voglio perdermi di nuovo laggiù, in quel mare di dune che sembra non abbia mai fine, alla ricerca di nuovi orrizzonti e di quell&#8217;uomo, quel cammelliere che camminava a piedi nudi, senza telefonino e senza orologio e che tutti i pomeriggi, guardando il sole, alle tre in punto si alzava per andare a riprendersi i cammelli e proseguire il viaggio.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Matteo Osanna</em></p>
<p style="text-align: left;"><em>ps. Ringrazio tutti</em> per averci seguito. Un saluto a tutti da parte di tutti. A presto! (Matteo, Diletta, Andrea)</p>
<p>Foto Mauritania:<a href="http://picasaweb.google.com/osannamatteo/FotoMauritaniaInDirettaDallAfricaOccidendale#"> http://picasaweb.google.com/osannamatteo/FotoMauritaniaInDirettaDallAfricaOccidendale#</a></p>
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		<title>Thcadar: Il Sentiero di Ghiaccio (Zanskar Valley, LADAKH INDIA)</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Feb 2009 13:21:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Osanna</dc:creator>
		
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignright size-medium wp-image-846" title="img_74081" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/02/img_74081-300x200.jpg" alt="img_74081" width="300" height="200" />Il fatto che non abbia ancora pubblicato un articolo sul &#8220;Tchadar&#8221;, non è un caso, benché non sia stato l&#8217;ultimo viaggio intrapreso. La verità è che tutte le volte che l&#8217;ho iniziato, non sono mai riuscito a finirlo, né a gettare le basi per poi continuarlo. Scrivere quello che è stato il &#8220;Sentiero di Ghiaccio&#8221; e dire in poche parole quello che ho vissuto e quello che mi ha lasciato, significherebbe sprecare tempo e parole, senza farvi capire niente. Ci sarebbero tante cose da raccontare ed <img class="alignleft size-medium wp-image-847" title="img_75141" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/02/img_75141-200x300.jpg" alt="img_75141" width="200" height="300" />infiniti momenti da rivivere. Ma non potrei mai riuscire a trasmettervi il muro del freddo e neanche l&#8217;importanza di un legno. Non potrei mai durante la notte, farvi capire cosa sia un silenzio assordante rotto dal tuono del ghiaccio del fiume che esplode per il freddo. Non potrei ma descrivervi le forme delle rocce, della neve e dell&#8217;acqua e neppure cosa si prova quando quel fragile nastro trasparente scricchiola al peso dell&#8217;uomo dopo ogni passo. Dovrei pubblicare il diario di bordo, ma chi avrebbe voglia di leggerlo tutto? L&#8217;unica soluzione sarebbe pubblicarlo a puntate&#8230; Un giorno magari! Sensazioni difficili da spiegare anche con l&#8217;aiuto di gesti ed espressioni, figuriamoci scriverle. Il Tchadar è il fiume Zanskar, che per volontà della Terra per un mese all&#8217;anno si trasforma in una strada di ghiaccio, in un cammino che ti allontana da tutto e da tutti, una scia <img class="alignright size-medium wp-image-848" title="img_79321" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/02/img_79321-200x300.jpg" alt="img_79321" width="200" height="300" />luminosa  dove si incontra la vita. Vedi cose che con non avresti mai pensato di vedere e vivi giorni che pensavi non esistessero. Sul Tchadar mi sono trovato spesso in un altro luogo, a volte letteralmente perso, come in un mare, lontano, indifeso, proprio in quel mare di montagne che vedevo dall&#8217;aereo. Quando ho avuto la possibilità di telefonare non l&#8217;ho fatto, avevo paura di farlo da quanto mi sentivo lontano. Lontano dove non ho trovato niente delle solite cose, più in alto dove le nuvole sembrano disegnate dai maestri. Avevo dimenticato da quanti giorni non mi lavavo ma questo mi piaceva perché vedevo che più non ci lavavamo più diventavamo belli,  nuove creature figlie di questo fiume. Ho capito come si vive da queste parti: aspettando, aspettando con pazienza. Se fossi a casa questo stesso fuoco non avrebbe ugual valore e la semplice piadina di sterco che ci scalda la chiameremo <img class="alignleft size-medium wp-image-849" title="img_81762" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/02/img_81762-300x200.jpg" alt="img_81762" width="300" height="200" />come al solito &#8220;merda&#8221;. Anche questo silenzio assordante non avrebbe valore, per molti ed in molti casi, sarebbe solo noia. Solo così si respira l&#8217;ultimo odore di questo Paese, ora, in inverno senza tanti &#8220;cerca souvenir&#8221;. In questo viaggio ho imparato che tutto è possibile, che i limiti esistono solo nella nostra mente, che quello che manca lo si va a cercare e quello che non c&#8217;è lo si costruisce. Le supposizioni, le paure, le <img class="alignright size-medium wp-image-850" title="img_77911" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/02/img_77911-300x200.jpg" alt="img_77911" width="300" height="200" />incertezze dentro di me sono state all&#8217;ordine del giorno, ma il vedere il sole che tocca le montagne alla sera e alla mattina, la vista di questa valle da un posto insolito cioè da dentro il fiume, questo viaggio che per noi occidentali potrebbe essere tranquillamente inquadrato in altre epoche storiche, mi ha sempre motivato ed esaltato togliendomi ogni dubbio su quello che stavo facendo. Ogni giorno era un pezzo di musica che mi ispirava e ogni volta che il fiume si illuminava agli scoppi del nuovo <img class="alignleft size-medium wp-image-851" title="tchadar-2007-5731" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/02/tchadar-2007-5731-300x225.jpg" alt="tchadar-2007-5731" width="300" height="225" />sole, non ci sono parole per raccontare cosa succedeva, bisognerebbe portare i vostri occhi qua. Ma in fondo dov&#8217;è il limite? Sembrano chiederselo anche i monaci qui a fianco, seduti a punto interrogativo. Sono partito per il Tchadar non pensandolo mai come  una sfida,  non l&#8217;ho mai  usato come scusa per vedere dove potevo arrivare e non ho mai sentito e provato dentro di me alcun senso di competizione. E&#8217; stato solo e semplicemente come dice l&#8217;amico Marco un &#8220;Lento Pede Ambulabis&#8221; ed un continuo risalire <img class="alignright size-medium wp-image-852" title="img_81371" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/02/img_81371-300x200.jpg" alt="img_81371" width="300" height="200" />osservando le cose con gli occhi di un bambino, vivendole con il cuore di un adulto. Non dimenticherò mai tutto questo, le montagne, i villaggi, i giganti, i demoni, le leggende e le divinità,  la lotteria dei bagagli, le danze, i portatori che si prendono cura di noi, i &#8220;Bambini Uomini&#8221; e gli &#8220;Uomini Dei&#8221;. E&#8217; stato un continuo crescere. Dopo il rientro da questo viaggio, a distanza di qualche mese, ancora mi alzavo la notte e guardavo le foto, aprivo il diario di bordo e annusando le pagine <img class="alignleft size-medium wp-image-853" title="img_78381" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/02/img_78381-300x225.jpg" alt="img_78381" width="300" height="225" />respiravo l&#8217;odore di questo viaggio rimasto in esse e continuavo a scrivere. Si accende questo cielo così vicino per l&#8217;ultima volta e ogni luce che si accende a sorpresa potrebbe corrispondere a qualsiasi cosa in qualsiasi momento, qui in questo posto dove si vede tutto anche di notte. Molte, molte, molte cose sono successe da rendere questo viaggio sorprendente, a volte  ipnotizzante. E&#8217; stato come se fossi partito di nuovo per la prima volta, è stato come il mio primo viaggio, formato da emozioni incredibili, emozioni <img class="alignright size-medium wp-image-854" title="img_87801" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/02/img_87801-300x200.jpg" alt="img_87801" width="300" height="200" />che ti portano a pensare  che il nostro mondo <span style="text-decoration: underline;">può anche essere un mondo </span><span style="text-decoration: underline;">eccezionale</span>, non sempre e non ovunque, ma può esserlo. Basta non accontentarsi delle false guerre mediatiche che quotidianamente i signori del potere creano e ci sbattono in faccia, basta aprire gli occhi ed alzarsi, togliersi quei ciabattoni comodi dai piedi e partire per un posto che ci ispira, uscendo da quel soffitto che prima o poi ci cadrà addosso e per ancora una volta&#8230;.viaggiare!</p>
<p style="text-align: justify;">Zanskar Valley, Regione di Jammu e Kashmir, Ladakh, India.</p>
<p style="text-align: right;"><strong><em>Matteo Osanna.</em></strong></p>
<p>Video Promo:</p>
<p><a href="http://www.youtube.com/watch?gl=IT&amp;hl=it&amp;v=hNzqaEKP9Cc" target="_blank">http://www.youtube.com/watch?gl=IT&amp;hl=it&amp;v=hNzqaEKP9Cc</a></p>
<p>Foto Tchadar:</p>
<p><a href="http://picasaweb.google.com/osannamatteo/FotoTchadarIlSentieroDiGhiaccio#">http://picasaweb.google.com/osannamatteo/FotoTchadarIlSentieroDiGhiaccio#</a></p>
<p style="text-align: left;">La nostra avventura:</p>
<p><a href="http://www.marcovasta.net/viaggi/tChadar/ciadar01.asp" target="_blank">http://www.marcovasta.net/viaggi/tChadar/ciadar01.asp</a></p>
<p style="text-align: right;">
<p style="text-align: left;">
<p>Articolo pubblicato sulla rivista:</p>
<p><strong><em></em></strong><a href="http://www.viaggiavventurenelmondo.it/nuovosito/rivista/articoli/01-2008-O-16.pdf" target="_blank">http://www.viaggiavventurenelmondo.it/nuovosito/rivista/articoli/01-2008-O-16.pdf</a></p>
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		<title>Grande Preghiera, Grande Benedizione. (Ladakh, INDIA)</title>
		<link>http://www.osannamatteo.net/2009/02/05/grande-preghiera-grande-benedizione-leh-ladakh/</link>
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		<pubDate>Thu, 05 Feb 2009 19:30:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Osanna</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Quando le giornate sono limpide, il volo verso Leh è una pagina di viaggio sospesa nel cielo. E&#8217; una porta di comunicazione che si apre nel tempo e nello spazio. Non è il lungo e monotono volo intercontinentale. Dimentichi che sei su un aereo e guardando dai finestrini voli su un tappeto volante. Chi può [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Quando le giornate sono limpide, il volo verso Leh è una pagina di viaggio sospesa nel cielo. E&#8217; una porta di comunicazione che si apre nel tempo e nello spazio. Non è il lungo e monotono volo intercontinentale. Dimentichi <img class="size-medium wp-image-736 alignleft" title="tchadar-2007-16" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/01/tchadar-2007-16-300x225.jpg" alt="tchadar-2007-16" width="300" height="225" />che sei su un aereo e guardando dai finestrini voli su un tappeto volante. Chi può e soprattutto se al primo volo sull&#8217;Himalaya cerca di spostarsi dai finestrini di destra da dove entra il primo sole, basso, là verso il Garwal, a quelli di sinistra dove i frequent flyers riconoscono il massiccio di Nun e Kun. Il sole è sorto per noi da dietro le montagne del Garwal. La Nanda Devi era una piramide in controluce. La rotta ci ha portati su Simla, sopra il Rothang Pass (all&#8217;inizio della pista fra Manali e Leh), il pilota ci ha indicato il Kar Tso e il lago Tsomoriri, poi per guadagnare tempo e lasciar passare la nebbia lo ha <img class="alignright size-medium wp-image-737" title="img_7089" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/01/img_7089-300x200.jpg" alt="img_7089" width="300" height="200" />risorvolato per infilarsi infine sopra Upshi nella valle del fiume Indo. Ogni tanto ritornavamo nell&#8217;azzurro per poi rituffarci fra la nebbia e le montagne. Il silenzio era sceso tra i passeggeri, avevamo paura che si ripetesse la storia di ieri, quando le cattive condizioni meteorologiche avevano costretto il pilota a rinunciare all&#8217;atterraggio e ritornare e Delhi. Oggi invece il tempo ci ha favorito ed il pilota è riuscito ad infilarsi fra la montagna ed il monastero di Spituk.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel Gompa Somar, il tempio nuovo di Leh, per tutto il giorno i fedeli hanno <img class="size-medium wp-image-739 alignleft" title="img_7375" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/01/img_7375-200x300.jpg" alt="img_7375" width="200" height="300" />pregato mentre un Rimpoche impartiva benedizioni ed i monaci salmodiavano e cantilenavano. Nel cortile sono stati disposti grandi teloni a mò di tappeto. Bella questa Leh invernale, con le strade senza turisti chiassosi che cercano le specialità del proprio paese. La gente veste maggiormente l&#8217;abito tradizionale soprattutto gli uomini che in estate non lo indossano preferendo calzoni e felpe all&#8217;occidentale. E&#8217; naturale perdersi con l&#8217;immaginazione  quando si alza lo sguardo guardando verso lo Stok Kangri e le altre cime innevate che a cerchio racchiudono la piana di Leh. Nel mezzo sta la fascia pianeggiante, con l&#8217;Indo che scorre lento, diviso in numerosi rami ed è tutto un luccicare di strade asfaltate, canali e canalette, grandi opere di irrigazione che scorrono fra prati, campi, piste aeroportuali, chorten, case ladakhe, lunghi capannoni militari.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;ultimo Kushok Bakula è deceduto alcuni anni fa rimpianto da tutti i ladakhi per la fiera ed intransigente difesa della sua gente. Stamane abbiamo partecipato alla festa tenutasi al monastero di Spituk che di Bakula<img class="alignright size-medium wp-image-745" title="tchadar-2007-223" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/01/tchadar-2007-223-300x225.jpg" alt="tchadar-2007-223" width="300" height="225" /> Rimpoche era la sede ufficiale, anche se poi lui preferiva il più ritirato e tranquillo Sankar gompa ai bordi settentrionali dell&#8217;oasi di Chanspa. Sono due i giorni di festa e le danze si svolgono con le maschere, mentre all&#8217;esterno monachelli di tutti i conventi della valle chiedono una donazione. Sonam scuote la testa irritato. &#8220;Non chiedevano soldi prima che voi occidentali cominciaste a foraggiarli.. pensino a pregare invece di cercare soldi, sempre soldi&#8221;. La festa con le danze Cham si celebra nel cortile che domina la valle sull&#8217;Indo guardando verso sud. Le maschere indossate <img class="alignleft size-medium wp-image-746" title="img_7307" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/01/img_7307-200x300.jpg" alt="img_7307" width="200" height="300" />contro i demoni raffigurano volti di uomini, donne e animali. Assistono al Cham monaci di tutte le dipendenze, vengono dai monasteri di Sankar presso Leh, Gurphung a Stok e Pashi Gephel a Sabu. Le danze non differiscono poi tanto da tutte le cerimonie. Qui siamo in casa Gelugpa, i virtuosi, l&#8217;ordine riformato da Tsong Kapa ed al quale appartiene anche il Dalai Lama. A differenza dei festival ormai turistici come quello di Hemis, stamane qui vi era un assembramento di migliaia di persone. Cortile e terrazze, finestre e balconi. Le maschere indossate a Spituk chiamate <strong><em>jelbagh</em></strong> e le varie danze si sono svolte davanti alla statua di Tara (principio femminile passato dall&#8217; hinduismo al lamaismo), esposta per l&#8217;occasione traendola dal tempio a lei dedicato. L&#8217;aria è fredda, ogni tanto un colpo di vento sembra scendere dallo Stok Kangri e rabbrividiamo. Le danze Cham, non più ammesse oggi nel vicino Tibet, sono state per secoli l&#8217;unico &#8220;momento teatrale&#8221; cui si assisteva in villaggi e città dell&#8217;Himalaya. Mentre i danzatori ripetevano l&#8217;ennesimo movimento, mi chiedevo se sia ancora lo stesso per quei giovanotti in giubbino di pelle e berretto ad unghia.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>(Le notizie inserite nell&#8217;articolo sono state tratte interamente dal blog di Marco Vasta (http://www.sonam.info/dblog/),  che nel Gennaio 2007 Marco aggiornava quotidianamente prima, durante e dopo la spedizione invernale nello Zanskar. Tutti i diritti sono riservati</em><em> a Marco Vasta, ideatore ed organizzatore della spedizione.<br />
</em></p>
<p style="text-align: right;"><em><strong>Matteo Osanna</strong></em></p>
<p style="text-align: left;">Foto Leh/Spituk:</p>
<p><a href="http://picasaweb.google.com/osannamatteo/LehSpituk#">http://picasaweb.google.com/osannamatteo/LehSpituk#</a></p>
<p style="text-align: left;">
<p style="text-align: left;"><em><strong><br />
</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>C&#8217;est l&#8217;Afrique (Golfo di Guinea, AFRICA)</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Jan 2009 13:05:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Osanna</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Il parabrezza davanti ha una grossa crepa, la lancetta della velocità non si alza così pure come non girano i numeri dei chilometri. Un tergicristallo è legato con un filo di gomma, l&#8217;altro con gli immancabili due giri di nastro. Il cofano non chiude bene e il vetro posteriore destro, lo si può abbassare solo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;">Il parabrezza davanti ha una grossa crepa, la lancetta della velocità non si alza così pure come non girano i numeri dei chilometri. Un tergicristallo è legato con un filo di gomma, l&#8217;altro con gli immancabili due giri di nastro. Il cofano non chiude bene e il vetro posteriore destro, lo si può abbassare solo facendosi passare la manopola da quello che sta davanti e che la tiene appositamente  sul cruscotto, naturalmente tutto incerottato. Il mezzo è una vecchia Toyota degli anni ottanta che fatica pure ad andare in moto. Il pensiero di affrontare tremilasettecento chilometri di Africa Nera con una vettura del genere, ve lo lascio immaginare. C&#8217;est l&#8217;Afrique! La<img class="alignright size-medium wp-image-634" title="img_4817" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/01/img_4817-300x225.jpg" alt="img_4817" width="300" height="225" /> temperatura sale e l&#8217;aria calda accarezza le braccia che sporgono dal finestrino. Siamo in Africa. La zona del Sahel è straordinaria, si vivono momenti di grande umanità vicino ai preziosi laghetti che raccolgono l&#8217;acqua piovana e  si attraversano paesaggi meravigliosi, dove all&#8217;ombra delle acacie tante persone si riparano dal sole. Succede anche alla frontiera, dove troviamo tutti i doganieri impegnati a sorseggiare un tè ai piedi della pianta. Benvenuti in Burkina Faso, il paese degli &#8220;Uomini Integri&#8221;. Raggiungere Gorom Gorom che si trova ai confini con il Sahara è stata impresa assai faticosa perché &#8220;le voiture&#8221; non voleva saperne di mettersi in moto. Abbiamo spinto prima in quattro, poi chiesto aiuto fino <img class="alignleft size-medium wp-image-635" title="img_4970" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/01/img_4970-300x225.jpg" alt="img_4970" width="300" height="225" />a diventare una decina, poi abbiamo cercato di trainare la macchina con un camion ma il tutto è risultato vano. C&#8217;est l&#8217;Afrique! Il mercato di Gorom Gorom si anima in tarda mattinata perché le genti vi giungono a piedi da molto lontano. E&#8217; definito il più bel mercato del Sahel. Ciò che rende interessante questo mercato così affascinante, sono i gruppi etnici che abitano le regioni del Sahel: Tuareg, Bella, Peul, Bororo. E&#8217; curioso vedere le eleganti pettinature delle donne con perline e monete d&#8217;argento e lo spettacolo di colori creato dai turbanti blu indaco, <img class="alignright size-medium wp-image-636" title="dscn0060" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/01/dscn0060-300x225.jpg" alt="dscn0060" width="300" height="225" />giallo e rosso. Il mercato è stupendo, centinaia di bancarelle espongono ogni tipo di mercanzia. Tra il deserto e la savana, i mercati sono considerati luoghi privilegiati tra i due mondi differenti: quello dei pastori nomadi e quello degli agricoltori stanziali. Qua è tutta sabbia e c&#8217;è un gran caldo. Le grida dei pastori che arrivano con le loro carovane di cammelli e zebù, si mescolano ai versi confusi delle loro mandrie. Profumi, colori, odori. C&#8217;est l&#8217;Afrique! Mentre un gruppo di avvoltoi ripulisce la carcassa di un animale lungo la strada, scendiamo a sud, verso il Benin in un <img class="alignleft size-medium wp-image-637" title="dscn0116" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/01/dscn0116-300x225.jpg" alt="dscn0116" width="300" height="225" />paesaggio punteggiato da tanti enormi Baobab. La zona del massiccio dell&#8217;Atakora è abitato dalle tribù Somba e Tamberna. Somba in lingua locale significa nudo. Una volta la nudità era interrotta dall&#8217;astuccio penico negli uomini e da collane e catenelle decorative nelle donne. Ora il contatto con altre civiltà e quindi il turismo, ha prodotto i suoi danni, i villaggi più vicini alla strada, chiedono una tassa d&#8217;ingresso per la visita. Nonostante tutto questo però, i villaggi sono rimasti intatti, le case chiamate Tata Somba, consistono in piccole capanne rotonde, simili a castelli fortificati in miniatura, sparsi in tutta la campagna. All&#8217;interno di queste fortezze un complesso sistema di stanze e terrazze portano sul tetto. Ogni villaggio possiede un altare protettore e una casa dei feticci dove opera &#8220;il Feticheur&#8221;. Il loro stile di vita odierno è rimasto in<img class="alignright size-medium wp-image-638" title="img_5046" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/01/img_5046-200x300.jpg" alt="img_5046" width="200" height="300" /> gran parte invariato nei secoli e permangono ancora intatti in queste tribù i riti d&#8217;iniziazione. La flagellazione viene imposta ai giovani per essere accettati come uomini e guerrieri, le scarificazioni fatte in giovane età, sono incisioni sulla pelle secondo schemi magici allo scopo di allontanare i demoni ed impedire ai cattivi spiriti di entrare nel corpo. Queste tribù sono sfuggite all&#8217; influenza di altre religioni e restano per la maggior parte animiste, il tempo è scandito dai riti propiziatori che praticano puntualmente per il raccolto, per le nascite e per tutto quello di importante che accompagnerà questa gente nell&#8217;arco della loro vita. Più all&#8217;interno riusciamo a visitare un bel villaggio dove nessuno chiede nulla, anzi gli anziani sono seduti in circolo e ci offrono birra di miglio. Concordare e contrattare è ormai diventato il nostro motto, che utilizziamo per assistere ad una danza vudù. C&#8217;est l&#8217;Afrique! Prosegue questo viaggio &#8220;a spinta&#8221; verso il profondo sud nel Golfo di Guinea ma soprattutto prosegue il nostro viaggio con lui, il nostro autista che è in difficoltà alla guida sin dal primo giorno. Tutto quello che c&#8217;è da vedere non lo vede, tutto quello che c&#8217;è da rispettare non lo rispetta e tutte le manovre che ci sono da fare le sbaglia. C&#8217;est l&#8217;Afrique! E&#8217; comunque un &#8220;Africano&#8221; ed è impossibile dimenticare di quando si è bruciata la frizione e mentre lui desolato ci guardava,  noi sorridendo avremmo voluto dirgli: c&#8217;est l&#8217;Afrique! Al porto di Calavì optiamo per una piroga a <img class="alignleft size-medium wp-image-639" title="img_5137" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/01/img_5137-300x225.jpg" alt="img_5137" width="300" height="225" />remi che ci porterà a Ganviè. E&#8217; molto impegnativo mantenere l&#8217;equilibrio in un tronco d&#8217;albero e nello stesso tempo togliere l&#8217;acqua dal fondo con un barattolo di plastica. Ganviè soprannominato &#8220;la Venezia d&#8217;Africa&#8221;, è un villaggio di palafitte costruite sul lago Nakouè abitato da circa 30.000 persone. Nessuna diga, nessun ponte, nessuna lingua di terra collegano il villaggio al continente e questo è forse una delle ragioni che ha permesso agli abitanti di mantenere intatte le loro tradizioni. La popolazione vive di pesca, di scambi e un po&#8217; di turismo. Il fascino che trasmette Ganviè è unico nel suo genere. La vita del villaggio è del tutto ancestrale, con la gente, coloratissima per i vestiti ed i volti <img class="alignright size-medium wp-image-641" title="dscn0173" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/01/dscn0173-300x225.jpg" alt="dscn0173" width="300" height="225" />dipinti, che pesca nelle acque basse della laguna e si sposta sulle piroghe che rappresentano l&#8217;unico mezzo di comunicazione. E&#8217; un posto veramente d&#8217;altri tempi, profondamente &#8220;blues&#8221; sia alla sera quando si accendono i fuochi sulle palafitte per essiccare il pescato, sia alla mattina quando, ancora nel buio il movimento già intenso delle piroghe anima il mercato galleggiante. E&#8217; in questi posti, che si capisce l&#8217;Africa. E&#8217; difficile dire quello che si prova quando si viene presi, forse ci si rende liberi da tante cose e non ti dà più fastidio niente. L&#8217;Africa non è un sentimento continuo e neppure un pensiero omogeneo fino a quando non la capisci. C&#8217;est l&#8217;Afrique! Poco lonantano c&#8217;è Ouidah, la vecchia capitale dell&#8217;antico <img class="alignleft size-medium wp-image-642" title="img_5253" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/01/img_5253-300x225.jpg" alt="img_5253" width="300" height="225" />Regno del Dahomey, antico porto negriero, considerata oggi la capitale del vudù africano. Quanti furono di preciso i deportati non si sa, le cifre vanno dai 10 ai 15 milioni. Uomini, donne e bambini strappati alla loro terra arrivarono oltre oceano privi di dignità, identità e affetti. Molto significativo è ripercorrere &#8220;la Route des Escalves&#8221; che da Ouidah porta al mare, un percorso che racconta il calvario che subivano gli schiavi prima di essere imbarcati come sardine sulle navi negriere, in direzione del nuovo mondo. All&#8217;ingresso della spiaggia è stato eretto un monumento chiamato &#8220;La porta del non ritorno&#8221; in ricordo della diaspora. Vudù significa anche mercato dei feticci, come quello di Lomè  in Togo. <img class="alignright size-medium wp-image-643" title="img_5272" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/01/img_5272-300x200.jpg" alt="img_5272" width="300" height="200" />Alla periferia della città, file di banchi espongono teste di  vari animali, denti, corna, zampe, piume, amuleti, talismani, totem e statuine. C&#8217;è di tutto, è il mercato degli ingredienti per i riti magici, un po&#8217; macabri per composizioni ma particolarmente belli. E&#8217; qui che i vari adepti all&#8217;Animismo locale vengono a comprare gli elementi necessari per i loro culti. I venditori del mercato ci mostrano alcuni &lt;gri-gri&gt; prodotti per risolvere i problemi della vita di tutti i giorni e decidiamo di ricevere un rito vudù  per il buon proseguio del  viaggio, naturalmente a pagamento. C&#8217;est l&#8217;Afrique! Entriamo in <img class="alignleft size-medium wp-image-644" title="img_5338" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/01/img_5338-300x225.jpg" alt="img_5338" width="300" height="225" />Ghana, conosciuta come la Costa d&#8217;Oro. In questo paese, la religione Animista si è sovrapposta al cristianesimo durante la colonizzazione degli europei dando luogo a particolarissime scuole di pensiero. Oggi circa la metà della popolazione frequenta Chiese Cristiane, ma non per questo rinuncia al pantheon delle divinità africane. Fuori da ogni rotta turistica, il villaggio di Apam, è stato una bella sorpresa  e passare la notte al fortino da dove si domina il mare e il villaggio di pescatori, è una di quelle situazioni  che come si usa dire, &#8220;vale il viaggio&#8221;. Nei vicoli sabbiosi del villaggio si respira un&#8217;atmosfera vivace e fuori dal tempo. Le barche rientrano con il pescato che viene venduto direttamente sulla spiaggia. Nel castello dove pernotteremo non c&#8217;è acqua, luce elettrica, la vita si svolge al lume delle candele e delle lampade a petrolio. La gente del Ghana  ha una particolare propensione a fare della propria morte uno spettacolo. E&#8217; un grande evento sociale che nasce dalla <img class="alignright size-medium wp-image-645" title="dscn0020" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/01/dscn0020-300x225.jpg" alt="dscn0020" width="300" height="225" />mescolanza di religioni. Il funerale che nel pomeriggio si svolge nel paese è veramente un delirio, le urla e i lamenti della gente si intrecciano con canti a ritmi di tamburo. La musica che esce dai microfoni è assordante, maggiore è il chiasso che si riesce a procurare nei funerali e maggiore è l&#8217;omaggio che si rende ai defunti. Le bare personalizzate ricordano il mestiere, una passione o un aspetto saliente della vita del defunto. Il funerale è una festa. C&#8217;est l&#8217;Afrique! Si sale verso nord attraverso un paesaggio che lascerà progressivamente i colori della foresta per indossare nuovamente quelli della savana. &#8220;La voiture&#8221;, continua ad andare in moto a spinta e l&#8217;autista, continua ad essere sempre l&#8217;autista. Per evitare di tamponare una fila di macchine ad un posto di blocco della polizia, siamo finiti nella brousse perché i freni si sono <img class="alignleft size-medium wp-image-646" title="img_5421" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/01/img_5421-300x200.jpg" alt="img_5421" width="300" height="200" />definitivamente rotti. Finchè non capita, non si interviene. C&#8217;est l&#8217;Afrique! Gaoua è nel cuore dei paese dei Lobi. Al mercato un ragazzo racconta che a venti chilometri c&#8217;è un villaggio di cercatori d&#8217;oro. Il villaggio è fuori dal mondo &#8220;normale&#8221;, sotto il sole cocente centinaia di persone lavorano per l&#8217;estrazione dell&#8217;oro che proviene dalle montagne circostanti. Sono le donne che si recano sulle montagne per scavare e portare la terra al villaggio, dove viene tritata in polvere e setacciata per ricavarne la polvere d&#8217;oro. Lavorano ininterrottamente giorno e notte, tutto quello che serve alla sopravvivenza è a portata di mano, sempre alla maniera africana. Per i <img class="alignright size-medium wp-image-647" title="dscn0057" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/01/dscn0057-300x225.jpg" alt="dscn0057" width="300" height="225" />Lobi il cercar oro è cosa sacra, riservata alle donne, che non possono indossarlo ma solo venderlo. I Lobi come i Somba e i Tamberna abitano nei campi che coltivano in edifici a forma rettangolare di più piani e le donne portano in dote dei grossi otri che fanno bella mostra nei cortili delle case. Un viaggio in Africa non poteva non incontrare un Re. Il Re Kan Iya, il 29° della dinastia, ha 35 anni e ci riceve seduto sul suo trono sotto un grande albero, con in mano il bastone del comando. E&#8217; simpatico ed intelligente ma non possiamo salutarlo dandogli la mano. C&#8217;est l&#8217;Afrique! Il viaggio sta <img class="alignleft size-medium wp-image-648" title="dscn0087" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/01/dscn0087-300x225.jpg" alt="dscn0087" width="300" height="225" />per finire e pensare di lasciare questa terra di villaggi tribali e giovani Re, provoca molta nostalgia. Non si può sorvolare sulla festa tenutasi per le strade della città vecchia di Bobo Diulassò. Un altro funerale e&#8230; un&#8217;altra festa. E&#8217; morto un personaggio importante del villaggio e quindi oggi si celebrerà il funerale, un grande funerale. La cerimonia è accompagnata da una &#8220;Fete des Masque&#8221;. L&#8217;attesa prima dell&#8217;evento è lunga ed è importante trovare un buon punto di osservazione nell&#8217;arena naturale che costituiscono le persone disponendosi a cerchio sulla strada, riempiendola all&#8217;inverosimile. Arrivano le maschere, richiamate dal suono del balafon e dei tamburi. Alcuni danzatori sono ricoperti da costumi di rafia, altri da costumi di<img class="alignright size-medium wp-image-649" title="dscn0100" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/01/dscn0100-300x225.jpg" alt="dscn0100" width="300" height="225" /> foglie verdi, danzano e fanno acrobazie davanti al capo villaggio. Ognuno di essi rappresenta uno spirito diverso e vanno in cerca di spiriti che potrebbero impedire al defunto di raggiungere il Paradiso. Il pubblico è entusiasta e fa il tifo durante le varie entrate dei danzatori. Abbiamo avuto molto fortuna, questo tipo di cerimonia non è assolutamente fatta per i turisti. C&#8217;est l&#8217;Afrique! Quando si torna da questo paese dove le cose sono ridotte ai minimi termini, ci si sente davvero contenti e fortunati di poter riabbracciare quelle comodità efficienti e garantiste e rispolveri le cose gettate, apprezzandole come mai avevi fatto prima. L&#8217;Africa è difficile <img class="alignleft size-medium wp-image-650" title="img_5349" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2009/01/img_5349-300x200.jpg" alt="img_5349" width="300" height="200" />da prendere, da scrivere e da fotografare. Devi dare tutto te stesso e  non fare altro. Non devi distrarti, non devi avere troppe cose da fare, devi saper aspettare, solo così potrai muoverti in Lei senza essere visto. L&#8217;Africa nella quale abbiamo viaggiato, è stata nei momenti più lussuosi un ventilatore e un letto con la zanzariera. Viaggio nell&#8217;Africa Nera, in mezzo a villaggi nascosti dalla sabbia, tra leggende e riti magici, tra amuleti e maschere, tra danze e musica, tra feticci e feticheurs. Viaggio in un mondo deformato, in mezzo a mercanti e Re. Un viaggio incredibile ovunque vai ed in qualsiasi posto ti fermi. L&#8217;Africa sono le acacie, i baobab e la terra rossa, è vedere lungo le strade cesti di frutti viaggiare sulle teste delle donne che sembrano essere ad una sfilata di moda. L&#8217;Africa è sperare sempre di essere sulla via giusta, è dormire tra il ragliare dei muli, l&#8217;abbaiare dei cani e il cantare dei galli, è sperare che dopo un giro di chiave la macchina vada in moto. L&#8217;Africa va spinta ed è per questo che probabilmente è bella, perché ti tratta da uomo. L&#8217;Africa è crederci, crederci e crederci, bisogna resistergli per capirla e quando ti prende, ti spoglia e ti fa vivere a nudo.  L&#8217; Africa è un mondo trainato dai muli, è un cartone animato per adulti, è un paio di occhiali senza lenti e stanghette, è non avere mai in mano un oggetto nuovo. L&#8217;Africa è sopportare, perché l&#8217;Africa ha la pelle dura.  In Africa non ti devi nascondere perché Lei ti vuol vedere. Prima o poi si riceve una scossa che ti scuote e ti coinvolge tutto il corpo. L&#8217;Africa ti parla, ti riempie, ti fa bollire, ti fa soffiare. L&#8217;Africa è una cosa sola, l&#8217;Africa è mille cose. E&#8217; un paese che vive sul limite, sembra che la vita scorra in equilibrio lungo un filo dove se riesci a proseguire non succede niente ma se cadi può succedere di tutto. L&#8217;Africa è il movimento del corpo e della musica, l&#8217;africa è silenzio e ascolto. L&#8217;Africa è ritmo e quando lo prendi è fantastico lasciarsi trasportare.</p>
<p style="text-align: right;"><strong><em>Diletta Mulazzi. Matteo Osanna.</em></strong></p>
<p style="text-align: left;">Foto Golfo di Guinea:</p>
<p><a href="http://picasaweb.google.com/osannamatteo/FotoGolfoDiGuineaCEstLAfrique#">http://picasaweb.google.com/osannamatteo/FotoGolfoDiGuineaCEstLAfrique#</a></p>
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		<title>Addio Fabbrica: &#34;E Fabrech&#34; saluta la Mamma</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Dec 2008 14:40:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Osanna</dc:creator>
		
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Vorrei introdurvi all&#8217;argomento regalandovi, oltre a questa vecchia foto dei tempi che furono, questa preziosa testimonianza di mia nonna, che può sembrare una favola, ma che in realtà sono solo episodi della sua vita che le hanno spesso ricordato il cementificio.
&#8220;Mio marito abitava in questa zona chiamata Fabrec perché c&#8217;era la fabbrica Mansuelli e sperava [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:center;">
<p style="text-align:center;"><a href="http://osannamatteo.files.wordpress.com/2008/12/scansione00011.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-416" title="scansione00011" src="http://osannamatteo.files.wordpress.com/2008/12/scansione00011.jpg" alt="scansione00011" width="497" height="372" /></a></p>
<p style="text-align:justify;">Vorrei introdurvi all&#8217;argomento regalandovi, oltre a questa vecchia foto dei tempi che furono, questa preziosa testimonianza di mia nonna, che può sembrare una favola, ma che in realtà sono solo episodi della sua vita che le hanno spesso ricordato il cementificio.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong><em>&#8220;Mio marito abitava in questa zona chiamata Fabrec perché c&#8217;era la fabbrica Mansuelli e sperava di riprendere il lavoro che aveva lasciato prima di partire per la grande Guerra. Gli operai che vi lavoravano abitavano nelle piccole casette lungo la strada maestra o nei dintorni. I carrettieri con birocci e cavalli, trasportavano dal fiume alla fabbrica la sabbia e i sassi che servivano per fare la calce e il cemento. Era una zona di campagna. Nel 1944 il fronte si avvicinava perché la guerra non era finita come avevamo creduto, gli operai erano chiamati alle armi e la fabbrica era rimasta vecchia e paralizzata. Il fronte incalzava e bisognava nascondersi perciò assieme ad altre famiglie della zona ci siamo rifugiati in fabbrica, in un reparto che era sotto un silos. Noi ci eravamo portati anche il maiale che avevamo nascosto nella tramoggia del carbone e quando arrivarono gli inglesi lo trovarono di un colore un po&#8217; anomalo perchè a forza di rotolarsi, da rosa era diventato tutto nero. Nel rifugio mangiavamo e dormivamo insieme, la notte quando dovevo cambiare il mio bambino non potevo neppure accendere la fiamma del lume a petrolio, tutti mi sgridavano perché avevano paura dei bombardamenti, i tedeschi potevano notare quella piccola luce che traspariva fra le pareti del nostro rifugio nella fabbrica. Quando nelle vicinanze cadeva qualche bomba, si sollevava una nube intensa di fumo che non ci si vedeva l&#8217;uno con  l&#8217;altro. Il bambino piangeva perché non respirava e io lo coprivo con un fazzoletto da naso perché gli facesse da filtro. (Quel bambino diventerà poi negli anni anche lui un dipendente e così anche suo nipote). E&#8217; stata una vita da cani! Non vedevamo l&#8217;ora di sentire ancora la sirena degli orari di lavoro che prima del fronte suonava otto volte al giorno. Terminata la guerra, la fabbrica a poco a poco ha ripreso a lavorare, compreso mio marito. I nuovi proprietari prima Marchino, poi Fiat e Unicem e oggi Buzzi, hanno migliorato gli impianti e lo stabilimento produceva sempre più cemento. La fabbrica è stata la nostra risorsa e con lo stipendio sempre fisso le condizioni economiche delle famiglie sono andate migliorando. I carrettieri sono diventati camionisti, con i risparmi le case da piccole e basse si sono ingrandite, a poco a poco la zona si è riempita di case nuove, di negozi, di luoghi di ristorazione ed è nata anche una Comunità parrocchiale.&#8221;</em></strong></p>
<div id="attachment_414" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://osannamatteo.files.wordpress.com/2008/12/img_3526.jpg"></a><a href="http://osannamatteo.files.wordpress.com/2008/12/img_35261.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-453" title="img_35261" src="http://osannamatteo.files.wordpress.com/2008/12/img_35261.jpg?w=300" alt="img_35261" width="300" height="200" /></a><br />
<p class="wp-caption-text">Il Forno, Cuore delle Fabbrica</p></div>
<p style="text-align:justify;">Quel fischio che suonava otto volte al giorno e che mia nonna non vedeva l&#8217;ora di ritornare ad ascoltare dopo la guerra, io me lo ricordo. Ma mi manca già da anni quel lungo fischio che ritmava la vita delle genti &#8220;de Fabrech&#8221;. Vedevo dopo aver udito quel suono, gruppi di uomini vestiti in divise blu con una U bianca stampata sul petto, camminare e scomparire chiacchierando ognuno verso la propria casa. Ero talmente abituato a quel fischio, che un giorno sentendolo suonare fuori orario e vedendo una folla di operai più cospicua del solito uscire tutti insieme, rimasi incuriosito; il fischio suonava per la morte di Enrico Berlinguer, era il 1984 e io avevo otto anni. Ora, dopo oltre un ventennio di anni ne ho 32, quel lungo fischio non lo si sente più da tempo, solo un pennacchio di fumo ricorda che &#8220;la Mamma&#8221; de Fabrech è ancora viva.  Sono successe tante di quelle cose in questi anni ad un ritmo talmente veloce, che quando guardo al lento passo che ha sempre accompagnato la &#8220;Storia&#8221; mi viene un brivido. La globalizzazione è in parte avvenuta, l&#8217;altra come una marea, avanza senza fine. Dopo il fallimento del comunismo e del socialismo, ha fallito anche il capitalismo. D&#8217;altra parte, un Mondo artificiale fatto solo di obblighi e divieti, basato su promesse e soldi mai esistiti, non poteva resistere all&#8217;onda d&#8217;urto della gente. Pur di dire <em>&#8220;io ho fatto qualcosa&#8221;</em> è stato distrutto anche ciò che funzionava e nessun uomo, ha avuto ancora il coraggio di prendersi la colpa e di dire: sono stato io, ho sbagliato! Politici, nascondete tutti le vostre bandiere, non siete più degni di rappresentare alcun partito per l&#8217;uomo. Purtroppo è stata un pò anche colpa nostra, gli uomini di una volta non ci sono più e nemmeno gli operai. <em>La storia ora siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso.</em> Ci è stato detto che lo stabilimento di Santarcangelo cesserà la sua attività  alla fine di questo anno poiché la competitività della cementeria avviata nel lontano 1920, si è progressivamente deteriorata negli ultimi anni, a causa dei noti incrementi del costo dell&#8217; energia elettrica, combustibili, trasporti, materiali e servizi che si vanno a sommare alla carenza di materie prime ed al progressivo avvicinamento dell&#8217;abitato. Nient&#8217; altro che la solita  frase tenuta pronta nel cassetto da tutte le aziende. Ognuno comunque cerca di fare bene il suo lavoro  e il padrone è sempre il padrone, è  quello che decide e comanda. Il mio rammarico non rientra solo nell&#8217;ordine delle idee che non potrò più lavorarci,  ma mi dispiace, mi dispiace veramente tanto perché la vedo e ci convivo da una vita  e perché in fondo&#8230;. in fondo a San Michele, siamo stati tutti &#8220;Figli&#8221; suoi. Ormai la nostra lotta silenziosa, che ha accompagnato questa lenta morte assistita  della &#8220;Vecchia Signora&#8221; è purtroppo inciampata nei soliti risvolti politici, che continuano a non fargli altro che male e che liquidano la cosa spiegandoti tutto e non facendoti capire niente come al solito. Inutile averlo detto dopo, era facile per chiunque dire a conti fatti che l&#8217;attività sarebbe proseguita per qualche anno ancora. E poi, perché solo per qualche anno? E voi, signori  della stampa, pensavo che il vostro compito fosse quello di informare i cittadini di cose ben più serie delle somme riguardanti il nostro incentivo all&#8217;esodo. Avete parlato di cifre come se avessimo fatto una vincita e questo è indegno, è proprio una cosa di scarsa qualità.  Il vostro compito è di informare la gente e i cittadini, visto che il giornale è una di quelle Italianate che la si paga due volte, quando lo si compra e quando vi prendete i nostri soldi dallo Stato per finanziarvi.  Avete detto molte cazzate. Avete dichiarato che percepiremo 1.000 euro al mese e questo è falso, (saranno circa 850), avete dichiarato che ci pioveranno dal cielo 35.000, 37.000 e 45.000 euro che invece saranno rispettivamente 26.950, 28.490 e 34.650. Quello che più mi dispiace è che in questa &#8220;dichiarazione pubblica dei redditi&#8221;  non siano state citate somme in danaro riguardo quello che percepiscono tutti quelli che sono intervenuti a fare tutto questo casino e che hanno mille soluzioni per ogni proposta e che domani andranno a lavorare.</p>
<div id="attachment_420" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a href="http://osannamatteo.files.wordpress.com/2008/12/img_3549.jpg"><img class="size-medium wp-image-420" title="img_3549" src="http://osannamatteo.files.wordpress.com/2008/12/img_3549.jpg?w=300" alt="img_3549" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">L&#39;ultima lotta</p></div>
<p style="text-align:justify;">E per finire voi, nuovi cittadini di San Michele che lasciate la città per cercare la campagna e poi vi dà fastidio il canto di un gallo, voi che avete comprato le case nel giardino di un&#8217;area industriale e vi lamentate per il rumore, sarebbe bello che voi tornaste da dove siete venuti magari accompagnati da chi vi ha dato il permesso. Non sareste mai stati degni di abitare &#8220;Me Fabrech&#8221; così come non sarete mai degni di abitare a San Michele. Una volta San Michele era un corpo e un&#8217;anima sola, ora solo un sobborgo di Santarcangelo ormai privo di radici. Noi, non abbiamo vinto niente e purtroppo non è arrivato alcun Babbo Natale. Siamo e resteremo i soliti, operai non comprati ma messi in vendita in un mondo del lavoro che non esiste, vittime di un sistema all&#8217;inizio di un fallimento. Purtroppo tutte le cose hanno un inizio e una fine, cose di qualsiasi tipo, anche quelle che sembrano non avere una vita e che invece ce l&#8217;hanno. Cose che raccontano il tempo, cose che toccano e fermano la storia, come quel pennacchio bianco che presto non vedremo più. La storia non esclude nessuno, nemmeno &#8220;E Fabrech.&#8221; Adesso si deve ricominciare da capo, si tratta solo di scegliere e di andare&#8230;.. e non so, se quel giorno, riuscirò a non piangere.</p>
<p style="text-align:justify;"><strong><em>Dedicato a chi non ha il coraggio di parlare, dedicato a chi ha paura di dire la verità  perché pensa non sia  conveniente, dedicato a mio nonno, nato con la cementeria e morto con la cementeria.</em></strong></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p style="text-align: right;"><strong><em>Matteo Osanna (fornaciaio)</em></strong></p>
<p align="right"><strong><em><br />
</em></strong></p>
<p align="right">
<p align="right">
<p style="text-align: center;"><strong>&#8220;Compagni lavorate tutti, </strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>casa per casa, strada per strada,</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong> azienda per azienda.&#8221; </strong></p>
<address style="text-align: center;"><strong> </strong><strong><em>(Enrico Berlinguer</em><em>)</em></strong></address>
<address style="text-align: center;"><strong><em><br />
</em></strong></address>
<p style="text-align:justify;"><em>Mi scuso con tutti quelli che ai tempi in cui l&#8217;articolo era in prima pagina, avevano lasciato un loro commento e che ora, per motivi tecnici, non possono più essere visibili. Mi scuso ancora con tutti e se anche la cosa sarà difficile, vi invito a riscriverli qui sotto nell&#8217;apposito spazio. Grazie.<br />
</em></p>
<p align="center">
<p><em> </em></p>
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		<title>I Cacciatori di Teste (Nagaland, INDIA)</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Nov 2008 17:27:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Osanna</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Quando sono le sette di sera e senti un boato di liberazione e vedi spegnersi le candele e accendersi le luci, allora sei in Nagaland. Sulle montagne,  lungo il confine nord orientale dell&#8217;India con la Birmania, vive una moltitudine di popolazioni tribali di razza indo-mongolica che parla una lingua tibeto-birmana. Di nuovo nord-est India, di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align:justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-620" title="img_1315" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2008/11/img_1315-300x200.jpg" alt="img_1315" width="300" height="200" />Quando sono le sette di sera e senti un boato di liberazione e vedi spegnersi le candele e accendersi le luci, allora sei in Nagaland. Sulle montagne,  lungo il confine nord orientale dell&#8217;India con la Birmania, vive una moltitudine di popolazioni tribali di razza indo-mongolica che parla una lingua tibeto-birmana. Di nuovo nord-est India, di nuovo &#8220;<em>the Seven Sister</em>&#8220;. Il Nagaland, riaperto al turismo in modo più o meno stabile da qualche anno, è un luogo dove lo straniero vi si può recare solo dopo aver ottenuto dal Governo una &#8220;<em>special visa</em>&#8221; che permette di soggiornare per un massimo di 10 giorni in questa &#8220;<em>restrict area</em>&#8220;. Seppur in modo più ostile <img class="alignright size-medium wp-image-621" title="img_1030" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2008/11/img_1030-300x200.jpg" alt="img_1030" width="300" height="200" />visto le grandi differenze tribali, per non esserne tagliato fuori, il Nagaland divenne Stato nel 1963 più o meno quando lo divennero tutti gli altri staterelli che formano le &#8220;Sette Sorelle&#8221;. Rimase quindi indipendente, ma sempre sotto il Governo Indiano. La capitale è Kohima,  una cittadina di circa 100.000 abitanti situata a 1.450 metri d&#8217;altitudine, su quelle che qua vengono chiamate le Naga Hills. Non ha niente a che fare con una cittadina indiana a partire dalla gente e dalla religione. Lo stile della città riprende un po&#8217; quello indocinese dove i suoi abitanti <em>non si considerano e non vogliono essere considerati</em> indiani. Seppur cristianizzato, rimane oggi una delle regioni con più tribù dell&#8217;India. Ogni anno, la prima settimana di Dicembre, <img class="alignleft size-medium wp-image-623" title="img_0891" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2008/11/img_0891-300x200.jpg" alt="img_0891" width="300" height="200" />si svolge a Kohima l&#8217; Hornbill Festival. In occasione della manifestazione le etnie si ritrovano in un villaggio appositamente costruito fuori Kohima, a circa mezz&#8217;oretta di macchina dalla capitale. Per raggiungere il villaggio e quindi l&#8217;arena, bisogna risalire la montagna percorrendo una strada tortuosa, assediata ad ogni curva dall&#8217;esercito. Ogni etnia ha un suo spazio che viene utilizzato dalle tribù per provare le danze che effettueranno in pubblico durante la festa. E&#8217; l&#8217;unica possibilità di vedere insieme le etnie di tutto il paese nei loro costumi tradizionali. Il Nagaland è composto da 16 tribù completamente differenti per usi e costumi ma riunite tutte <img class="alignright size-medium wp-image-624" title="p1010695" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2008/11/p1010695-225x300.jpg" alt="p1010695" width="225" height="300" />sotto il simbolo della piuma dell&#8217;uccello &#8220;Hornbill&#8221;, il grande Calao Indiano (Bucero Bicorno). Rispettato nel folklore di tutte le etnie dello Stato per le sue qualità di attenzione e grandiosità, questo uccello è strettamente collegato con la vita sociale e culturale della gente, come risulta nelle tradizionali danze e canti tribali e dall&#8217;uso delle sue piume e del becco come ornamenti. Queste tribù si distinguono le une dalle altre per i costumi, i monili e le perle che le adornano. Nell&#8217;antichità, ogni guerriero doveva guadagnarsi il diritto di indossare ciascuno di questi indumenti compiendo gesta di valore. E&#8217; dunque una terra di folklore, dove la musica è parte integrante della vita di tutti i giorni, gesta di guerrieri e canti popolari. E&#8217; uno spettacolo di colori, suoni di tamburi, canti e urla selvagge.</p>
<p style="text-align:justify;"><img class="alignleft size-medium wp-image-625" title="img_1327" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2008/11/img_1327-300x200.jpg" alt="img_1327" width="300" height="200" />Occorre dirigersi verso nord-est e quindi verso la Birmania per raggiungere la cittadina di Mon. Nel 1997 è stato stipulato un accordo di pace fra i ribelli e il Governo, che però non sempre viene mantenuto. Esistono infatti nel nord del paese, intere zone sotto il controllo dei ribelli. Gli autisti se dovessero essere avvicinati da gente non appartenente all&#8217;esercito e gli fosse intimato l&#8217;alt, sanno di non doversi fermare, anzi di aumentare la velocità. Bisogna lasciare ad ogni posto di polizia le generalità e seguire un <img class="alignright size-medium wp-image-626" title="img_1543" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2008/11/img_1543-300x200.jpg" alt="img_1543" width="300" height="200" />percorso già prefissato, evitando quelle zone ancora classificate come &#8220;<em>off</em><em> limits</em>&#8221; dove sono ancora frequenti attacchi di brigantaggio, soprattutto di notte, soprattutto allo straniero. Nella zona di Mon  fra jungla e foreste, sulle alture delle colline e delle montagne, esistono ancora villaggi integri, abitati dai Konyak,  le ultime tribù Naga dei nostri tempi. Sono tribù molto fiere e bellicose, cacciatori di teste fino a qualche decennio fa. Portare al villaggio una o più teste dei nemici faceva aumentare <img class="alignleft size-medium wp-image-627" title="p1020371" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2008/11/p1020371-225x300.jpg" alt="p1020371" width="225" height="300" />il prestigio del cacciatore e il valore della persona. I Naga costruiscono le loro case sulle alture e si possono raggiungere solamente a piedi. E&#8217; cosa normale in questa zona, incontrare lungo le strade della jungla uomini con il proprio fucile in spalla. Bisogna camminare più di mezza giornata chiededendo informazioni di villaggio in villaggio e cercare di raccogliere improvvisate guide locali. Ad ogni villaggio  infatti, può cambiare il modo di comunicare come in questo caso, che si arriva al villaggio Longwa Shangyen con quattro accompagnatori locali oltre al nostro, uno raccolto per ogni centro abitato incontrato. Longwa Shangyen si estende sugli ultimi cinquanta  metri della montagna. Questi villaggi vengono governati da un &#8220;Capo Villaggio&#8221; e  da un Re, che funge da &#8220;Capo Supremo&#8221; su diversi  villaggi. Questi popoli tagliatori di teste, rappresentano forse il volto più selvaggio dell&#8217;India. Indossano legato alla vita uno straccio o un perizoma, portano ai lobi zanne o<img class="alignright size-medium wp-image-628" title="img_1434" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2008/11/img_1434-300x200.jpg" alt="img_1434" width="300" height="200" /> denti dell&#8217;animale che egli stesso ha ucciso. I loro ornamenti sono ancora una visibile affermazione di status e partecipano a tutti gli effetti alla definizione dell&#8217;individuo. Alcuni di essi possono essere tolti solo alla morte del proprietario. I motivi a forma di V che si trovano su certi oggetti-gioielli, si ritrovano tatuati sui petti di questi guerrieri, ed evocano probabilmente corna bovine. Questo tatuaggio a V sul petto e il tatuaggio a maschera sul viso, contraddistingue il cacciatore di teste. Quanto alle donne invece, portano al collo compatti mucchi di collane formate da palline in pasta di vetro su cui prevale il colore arancione ma anche azzurro, giallo e verde, intervallate da bacchette d&#8217;osso, avorio o <img class="alignleft size-medium wp-image-629" title="img_1478" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2008/11/img_1478-300x200.jpg" alt="img_1478" width="300" height="200" />corno. Bisogna chiedere il permesso al capo villaggio per la visita e lasciargli una piccola donazione. Le case sono lunghe e grandi capanne fatte in bambù con i tetti in paglia. Ci troviamo dunque lontano dal resto del mondo a conoscere uomini che vantano diverse teste tagliate. In questo villaggio c&#8217;è anche il Re. Vive proprio in una long-house sul tetto della montagna. La casa è situata in una posizione curiosa, è infatti per metà in Nagaland e per metà in Myanmar. Il Re ci aspetta in fondo alla capanna, cioè in Myanmar, nel buio, a gambe incrociate, vicino ad un fuocherello assieme all&#8217;amico fidato con cui fuma pipe d&#8217;oppio. Il Re non è anziano come me l&#8217;aspettavo, è un uomo ancora in forza, porta collane di perline turchesi attorno le ginocchia, ha i <img class="alignright size-medium wp-image-630" title="p1020509" src="http://www.osannamatteo.net/wp-content/uploads/2008/11/p1020509-225x300.jpg" alt="p1020509" width="225" height="300" />capelli legati  ed ha tatuato come gli altri uomini, la grande V sul petto. Per alleviare una comunicazione difficile e prolungare questo unico momento con un Re Konyak, non era rimasto altro che donargli qualche sigaretta visto che apprezzano molto il fumo e farsi passare la pipa. In questi villaggi si possono ammirare diversi pezzi unici di statue, statuette e totem incise nei tronchi di legno che sorreggono le capanne, si possono toccare con mani scudi e lance appesi alle pareti, si possono vedere e udire suonare i loro caratteristici tamburi scavati in lunghi e grossi tronchi di legno. Dall&#8217;alto di questo crinale guardo la rigogliosa jungla che copre le Naga Hills lasciando curiosare la mia mente,  pensando a quello che ancora potrebbe esserci e in quale villaggio potrei trovarmi se camminassi ancora per qualche ora, in qualsiasi senso. <strong><em>Ma </em><em>ormai lo sò&#8230;.. ormai è quasi una certezza&#8230; che più si viaggia, più il mondo anziché restringersi, diventa Grande.</em></strong></p>
<p style="text-align:justify;">
<p style="text-align:right;"><strong><em>Matteo Osanna</em></strong></p>
<p style="text-align: left;">Foto Nagaland:</p>
<p><a href="http://picasaweb.google.com/osannamatteo/FotoNagalandICacciatoriDiTeste#">http://picasaweb.google.com/osannamatteo/FotoNagalandICacciatoriDiTeste#</a></p>
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