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HAKUNA MATATA: l’Altrove e la fine del viaggio

Posted By Matteo Osanna On 31/05/2013 @ 13:33 In Uncategorized | No Comments

L’ALTROVE
” E mi sono accorto che non era più così importante cercare di raccontarlo, ma che era meglio ascoltarlo “
di Matteo Osanna

“Siamo arrivati a Ngong a notte fonda dopo mille disavventure e stremati dalla stanchezza. Ci siamo incontrati in quella baraccaimg_3131 ristorante che qua chiamano hotel. C’erano quasi tutti. Infangati, scarpe rotte, alcuni scalzi, il loro alito era fatto di benzina e colla ma nei loro occhi la speranza, la dolcezza, la felicità, la voglia e la curiosità di voltare pagina, la consapevolezza nonostante l’età di lasciarsi alle spalle l’inferno per sedersi in paradiso. Per loro l’ultima notte fra lampi, tuoni e pioggia, poi da domani, futuro e dignità anche per loro. L’Africa ci spoglia di tutto, resta in noi solo ciò che conta.”
“Mattinata di un’umanità incredibile nello stadio di fango ed acqua di
img_3177Ngong, i bimbi danno l’addio alla loro “base”, si sono spogliati e nudi si tuffavano nelle pozzanghere. Poi tutti sull’Anita bus fino a Ndugu Mdogo, facce fuori dai finestrini per vedere il nuovo mondo. Doccia, vestiti nuovi e falò di quelli vecchi. La fine di un incubo. Pare strano vedere il paradiso scendere in terra e pare ancora più strano se questo luogo si chiama Kibera. Da questa sera se guardi il cielo potrai vedere brillare 20 nuove piccole stelle.”

Se dovessi raccontare il mio stato d’animo e quello che ha rappresentato per me questo viaggio in Africa sarebbe come cercare di convertirvi a vita “al continente nero”.
Quel “continente nero” che mi ha insegnato anche a parlare: loro ci chiamano “muzungo” cioè “bianco” senza dispregiativo, ioimg_3409 ritornerò a chiamarli semplicemente “neri“, naturalmente senza dispregiativo. Le parole di cortesia anti razziali che non fanno altro che farci sentire più razzisti e più diversi l’uno dall’altro per me sono finite. E’ inutile chiamarli ragazzi di colore, immigrati, migranti, sans papier, clandestini, profughi, rifugiati politici, non poter chiamare albanesi quelli che vengono dall’Albania, tunisini quelli che vengono dalla Tunisia, marocchini quelli che vengono dal Marocco e italiani quelli che vengono dall’Italia.
Perché chiamarli con il nome dello stato dal quale provengono è dispregiativo? Ma chi l’ha detto?! Chi ha inventato questi nomi e perché?! So anche di stare generalizzando, ma anche che questo è fondamentalmente vero. Nel 2013 è ancora purtroppo così, dirti che sei un’ Americano è un complimento, dirti che sei un Tunisino nella maggior parte dei casi è un offesa.
310852_10200881811355631_1652631325_nSe non vogliamo sbagliare, dovremmo usare un’altra parola che ho imparato, dovremmo chiamarci tutti “brother” (fratelli). Questo è il primo comandamento che ci insegna l’Africa per sopravvivere dentro di Lei. Se non imparerai a guardare il tuo prossimo come un fratello sarai da solo e da solo qui non ce la puoi fare.
Ma ritorniamo a noi, dicevo che raccontarlo tutto sarà difficile, consigliarvi però posso farlo e fare un viaggio di questo tipo, nel posto giusto e con la gente giusta, se ne avete la possibilità fatelo.
Chiudete gli occhi e partite.
Naturalmente dedicate anche tutto voi stessi a questo, questa sarà la parte più importante del viaggio. Voi stessi, non dimenticatelo.
Anche se tutto vi sembrerà strano ed inusuale, non cercate di sopportare e di portare pazienza, il segreto è solo uno: lasciatevi andare e basta, il resto viene da se.
Vi accorgerete con il passare dei giorni che nulla oltre Voi stessi è più indispensabile, il vostro viaggio come una creaturasequenza-01immagine003 crescerà, vi illuminerà, vi forgerà, vi trainerà e vi accorgerete che questo non sarà solo un semplice viaggio, questa volta vale la pena di spendere un’espressione che in molti usano spesso anche quando non ci sta, ma che in questo caso lo è davvero, “un’esperienza di vita”, che fa trasformare una delle tante partenze, da un semplice viaggio ad una missione, fuori, ma soprattutto dentro voi stessi. Si, una missione, e come raccontare una missione?
In un modo o nell’altro, ho sempre cercato di raccontare i miei viaggi, questo riesco a raccontarlo principalmente con la faccia, quello che non mi è mai riuscito. Se c’è una cosa importante per un cacciatore di immagini e di momenti è quella di cogliere ed immortalare in uno scatto i particolari delle persone, delle cose, del paesaggio, dandoti una possibile idea del Paese e della situazione. Questa volta, la maggior parte di questi file, non sono finiti in nessuna scheda e su nessun hard disk, sono e resteranno indelebili nella mia memoria.
img_3149L’unica cosa che posso fare è continuare a cercare di raccontare come ho fatto fino ad ora, ma lo sforzo di descrivere il tutto potrebbe risultare comunque impossibile, perché mancano le parole, perché mancano quelle congiunzioni che mancano proprio in quei luoghi, così potrei iniziare da un discorso e finire altrove, come se stessi navigando per mari senza bussola e così probabilmente succederà.
L’altrove, quell’altrove che l’amico Claudio Cardelli mi aveva augurato con una dedica sul suo libro “My Diary of India“: “per l’altrove, con molti auguri”.
L’altrove io l’ho trovato anni dopo questa dedica, ma soprattutto l’ho trovato in un posto dove non avrei mai pensato di trovarlo,dsc01628 l’ho trovato in Africa e l’ho trovato proprio quando stavo smettendo di cercarlo.
E quando ci pensi ti passa di tutto e mentre pensi di aver trovato il filo giusto per raccontarla, ti vengono in mente le solite due parole “Mal d’Africa”, parole che ormai hanno gli anni, ma che rimangono ancora oggi il più breve racconto di un viaggio e di un sentimento.
Dovrei fare un sacco di nomi per ringraziare tutti quelli che hanno contribuito al successo di questo viaggio ma si rischia sempre di cadere nell’errore di dimenticarsi qualcuno, ma quando uno ormai si sente parte della famiglia, sa che anche quelli della famiglia lo sanno, non c’è bisogno di aggiungere altro, se non un “grazie a tutti”.
dscn1021Questo viaggio che non è stato per me una partenza qualunque, che assomigliava più ad una ricerca che ad un viaggio, ha dato i sui frutti. Ho conosciuto praticamente tutti, nei centri e nei dintorni per le strade. Viaggiare da soli si è rivelato come sempre un’altra cosa, sei spinto a socializzare, anche senza cercartele, sei sempre in compagnia di nuovi incontri.
Incontri che hanno reso questo viaggio unico, dagli amici italiani della prima settimana, al Father, ma anche ai ragazzi del centro.
Non posso non dimenticare i giorni trascorsi in Zambia con Mike Mwende e quelli in Kenya con Peter Odhiamo, inseparabile amico, che oltre adimg_0198essere sempre con me e Padre Kizito è diventato anche il mio compagno di dentifricio e cioè di stanza. Entrambi sono due ex ragazzi di strada, Mike 23 anni ora studia giornalismo a Lusaka, ci siamo tolti diverse soddisfazioni insieme ed era uno su cui in quei giorni potevo davvero contare. L’ho sentito da poco e mi ha raccontato che dopo il nostro servizio sul villaggio di Chikondano lo hanno promosso come speaker ad una radio di Lusaka ed a scuola – sono diventato una celebrità – mi racconta.
img_0501Peter 23 anni anche lui, è invece in attesa dell’inizio del nuovo anno universitario dove studierà per diventare ingegnere elettronico. Il suo sogno più imminente è un letto da comprarsi da mettere nella sua casetta presa in affitto nello slum di Kibera dove andrà a vivere con il fratello minore. Se io ero l’ombra di Kizito, il magico Peter, un gigante alto e asciutto di due metri di origini Ugandesi, era l’ombra di entrambi. Era facile per lui averci sottocchio, per lui che è nato e cresciuto fra i viottoli tutti uguali di Kibera. Con lui ho condiviso tutta la vita di Nairobi, inutili sono stati i suoi tentativi di farmi imparare lo Swahili.
Questi ragazzi rappresentano due dei tanti esempi di un bel percorso dalla strada ad una vita di dignità e sogni perseguibili, percorso che senza l’aiuto di Koinonia non sarebbero mai stati in grado di fare.
Attorno a loro tre ed ai loro mondi, è cresciuto e si è sviluppato il mio viaggio.
Manca ancora un nome e ci ho pensato fino alla fine se farlo oppure no.
Lui forse non sarebbe troppo d’accordo e si liquiderebbe con la solita frase, “a me non mi riprendere, sono ormai ovunque”, cosìimg_3102 anche se dovessi scrivere di lui “ma cosa mi devi chiedere, vai in Internet”.
Ma un po’ di nero su bianco lo devo mettere, perché ho avuto un’opportunità che non a tutti è concessa, perché non tutti vanno su internet, seguono le sue conferenze o leggono i suoi libri. Soprattutto perché tutti questi sono abituati a parlare di quello che ha fatto e non di chi è, ma soprattutto perché il dietro le quinte per la maggior parte della gente è sempre cosa di poco conto. Ma non lo è per me, perché è proprio da dietro le quinte che nasce tutto.
img_0023Viaggiare con Padre Kizito per almeno un mese, è stato un viaggio nel viaggio, un viaggio più lungo, che forse non basterebbe neppure una vita per portarlo a termine, anzi un viaggio del genere da soli non avrebbe senso e non so se tornerò mai più in Africa per fare il turista. Ma lungo non significa interminabile, il tempo è volato, veloce come le grandi nuvole che viaggiano a due passi nel cielo d’Africa.
La storia di Renato Sesana per tutti Padre Kizito è impossibile da raccontare, non ne sarei mai all’altezza. Quello che però posso provare a raccontare é di come mi ha preso senza farmi tante domande, un po’ di tempo per conoscerci e poi l’amicizia, nient’altro, ma questo forse è molto più di qualsiasi altra cosa. Ero partito con una frenesia incredibile, avrei voluto immortalare in un modo o nell’altro ogni istante, ogni sua parola, ma alla fine ho visto che c’era qualcosa di diverso, il rapporto umano, il dialogo, insomma con lui mi sentivoimg_0060viaggiare, e mi sono accorto che non era più così importante cercare di raccontarlo ma che era meglio ascoltarlo. E si viaggiare…perché il Father non è solo tutto quello che di lui si trova su Wikipedia, sulle prefazioni o sulle recensioni dei suoi libri o nei suoi vari interventi fatti in giro per il mondo in qualche famosa università o in qualche importante congresso o alla televisione.
E’ anche un instancabile e concreto lavoratore. Io sono della teoria che più di un lavoro al giorno in Africa non riesci a fare, lui dall’alba al tramonto riusciva a concluderne diversi.
img_0336Padre Kizito per tutti Father è anche un ottimo agronomo, dietologo, nutrizionista, architetto, imprenditore del bene, umile operaio, educatore, autista, un uomo, un’eccellente cuoco ma sopratutto un viaggiatore.
Quando gli ho detto: “Father a me questi 40 giorni mi sono proprio volati”, lui mi ha risposto ” lo so bene, a me sono volati 40 anni”. Se uno mi domandasse chi è Kizito, la mia risposta oltre a quella di essere un uomo che andrebbe santificato su questa terra (ed in Africa lo è, infatti è statoimg_3936 ribattezzato con il nome di un Santo martire dell’Uganda), direi che è un viaggiatore. E’ forse proprio questo il vero spirito del missionario e se Padre Kizito non lo fosse, non sarebbe mai il Father nel vero senso della parola, perché con lui viaggia anche lo spirito e la fede.
Quando arrivavamo nelle chiese dei villaggi o in uno dei centri di img_3119Koinonia, gli educatori ed i ragazzi che vedevano spuntare la sagoma del Father e la luce dei suoi occhi azzurri, sembravano respirassero di aria nuova, io li capivo, perché la stessa sensazione la provavo ogni mattina al primo incontro.
Mi passa tutto nella mente come un film, dalla partita a calcio nello stadiodscn1085 del fango di Ngong con i bambini che poi saranno arrivati al centro e diventati le nuove stelle della costellazione di Ndugu Mdogo, al viaggio nella verde Tanzania, alla potente Zambia, al mangiare con le mani, ai canti, ai tamburi, alle danze e alle messe, a quello che in poco tempo sono riuscito a sentire a tratti come il mio paese: Riruta Satellite sulla Kabiria road. Un pezzo d’Africa, una strada di quelle strade che hanno un cuore. Suggestiva all’alba sorseggiando un caffè caldo dalla img_0495finestra dell’appartamento del Father con tutti i fumi che si alzano in controluce, romantica al crepuscolo quando in quelle due ore dalle sei alle otto pare di vedere la vita che prende forma.
C’è una cosa su tutte che mi è rimasta: non mi ricorderò tutto questo come di un continente a forma di “corno”  ma come di un continente a forma  di “sorriso”. Il riassunto forse questa volta sta tutto qui: ho imparato che se tu inizi a sorridere alla vita anche la vita inizia a sorriderti e per tutto il resto Hakuna Matata.
Una sera ero ospite di Jack e dei bimbi al “rescue center” di Ndugu Mdogo,img_0172 una piccola stanza dove ci sono tre letti a castello poco più lunghi di quanto è la lunghezza di un bimbo, 12 per camera e quindi due per letto. Evans il ragazzino con cui condividevo la piazza mi chiamò e mi disse a bassa voce per non disturbare gli altri “Matteo, ma in Italia esistono i bambini di strada”? Dopo un attimo di silenzio fra la commozione e l’imbarazzo risposi “no, noi non ne abbiamo”. Ma quella non era una risposta, qualcosa in più dovevo dirgli: “però noi abbiamo adulti ed anziani che dormono dentro agli scatoloni sotto i ponti”. Evans sorpreso spalancò i grandi occhi bianchi nel buio della piccola stanza e si lasciò scappare un verso di stupore, poi abbassò il capo e come sollevato, al mio fianco si addormentò.

Leggi tutto il viaggio http://www.osannamatteo.net/2013/04/18/hakuna-matata/ [1]


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