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HAKUNA MATATA

Posted By Matteo Osanna On 18/04/2013 @ 13:35 In Uncategorized | 8 Comments

Kivuli, 18.04.2013  (Nairobi -KENYA-)

HAKUNA MATATA
di Matteo Osanna

Finalmente dopo 23 giorni di Africa sono riuscito a trovare anche il tempo per scrivere, la cosa che in viaggio mi piace più fare, perchè più che le immagini, la scrittura entra a fondo e lascia spazio a quell’ immaginazione dove forse un pò tutti ci ritroviamo. Ogni diario è lo specchio del proprio viaggio, del paese in cui ti trovi e della gente che incontri. Il tempo a mia disposizione per scrivere è sempre tiranno, ma mi sto impegnando comunque a farlo e lo farò anche con la preziosa collaborazione di alcuni amici.

Ogni volta, prima di partire per l’Africa ci penso sempre almeno due volte, ma quando l’Africa ti chiama, non resisti, ci devi andare e non hoimg_0005 mai capito chi dei due ha più bisogno, forse é solo uno scambio reciproco. Dico che ci penso sempre perché i precedenti viaggi nel “Corno” non sono mai stati viaggi qualunque. L’Africa non è l’America Latina o l’Asia e neppure il Medio Oriente, ma non è un discorso geografico il mio, è qualcosa di più profondo, è un sentimento che quando torni da questi luoghi ti accompagna per lungo tempo. Forse anche questo fa parte di quello che in molti chiamano il “mal d’Africa”. Una sensazione che non riesci mai a spiegare, a stento ci riesci solo quando ci provi a scriverlo. In Africa vieni spogliato di tutto, ti ritrovi solo con le cose che ti servono, provi delle emozioni che vanno dall’inquietudine alla gioia commuovente. Ma non solo ti spoglia, è in grado di entrarti dentro e come uno specchio al sole è in grado di riflettere la tua luce interiore, luce che prima abbaglia gli occhi che siamo abituati a tenere socchiusi e poi te li spalanca fino a farti guardare dentro la tua anima, nel profondo più profondo, fino a farti trovare quella verità che a volte può essere anche amara da ammettere e che non pensavi mai che potesse esistere, soprattutto dentro di te. Ma da questo nasce una cosa importante, impari a distinguere e separare il cuore dalla mente e cioè quello che provi da quello che sono le tue abitudini, ti accorgi che ciò che avevi in testa ed il tuo futuro 482747_10201114631454119_366335877_nprogrammato forse non hanno più l’importanza di prima e ti accorgi che la mente senza il cuore non andrà mai troppo lontano, perchè la mente è solo complice del cuore. E li trovi la verità, quello che sei e quello che adesso vuoi, occorre solo un po più di coraggio, dimenticare le promesse che non vogliamo più e gli schemi ai quali siamo incatenati, chiudere gli occhi ed il desiderio si avvera. “Feel free man, we are in Africa”, sentiti libero mi sento ripetere da ragazzi quando mi vedono pensieroso come se per loro non può esserci un problema così irrisolvibile, ma soprattutto fregatene dei pregiudizi della gente, fai quello che è giusto fare, sentiti felice e ringrazia Dio per questo e te stesso per essere tale. Se ci credi e se è importante, fallo e basta, sarà la tua fortuna. Quando ti chiedono da casa come stai rispondi “bene, tutto a posto” quando torni e ti chiedono cosa hai fatto rispondi semplicemente “non ho fatto niente, sono tornato dall’Africa”. Da buon occidentale, europeo, o muzungo come chiamano qua noi bianchi in lingua Swahili, avevo sempre diviso l’Africa in tre viaggi: quella dei parchi, quella dei deserti e quella dei popoli. Naturalmente troppo riduttivo. Poi un viaggio a Nairobi due anni fa, ha cambiato la mia idea di Africa, si è accesa in me la voglia di vivere e conoscere meglio questa terra definita per eccellenza come “la culla dell’umanità”, ed in realtà lo è, basta uscire per strada, basta guardarsi intorno, basta mettersi in gioco. Dal quel giorno ho sempre avuto un img_0094occhio più attento a questo continente ed a quello che accadeva e mi si è svelato agli occhi un paese dai mille volti. Ora per me non è più solo l’Africa delle bellezze, del divertimento e del viaggio esotico quella delle ex colonie europee o quella delle nuove colonie economiche cinesi e delle multinazionali, ma esiste anche l’Africa delle classi politiche corrotte che non hanno mai distribuito ricchezza, quella delle guerre per accaparrarsi le materie prime dove ci sono i principali giacimenti mondiali dei minerali, quella delle moderne schiavitù. L’Africa del terrorismo, l’Africa delle carestie, l’Africa che ha fame e sete di giustizia, l’Africa che ad ogni minuto si rialza, l’Africa che sta così male forse perché noi stiamo così bene (in senso economico, di diritti e dignità), ma soprattutto ho scoperto l’Africa delle baraccopoli o degli slum che meriterebbero uno studio più approfondito.
Così eccomi di nuovo in Kenia, a Nairobi, alloggiato al Kivuli Centre dell’associazioneimg_0095 keniana Koinonia legata alla Ong italiana Amani, nella baraccopoli di Riruta Satellite.
La parola Kivuli in lingua kiswaili significa rifugio ed offre un’alternativa concreta e sicura ai bambini di strada. Qui grazie alla comunità di Koinonia che si occupa appunto degli “street children”, i bambini vengono accolti e mandati a scuola, nutriti ed assistiti anche grazie al lavoro dei loro predecessori più grandi ed è diventato negli anni un punto di riferimento per tutto il quartiere come luogo di aggregazione sociale per vie delle diverse attività ricreative che da educatori ed insegnati vengono esercitate. Poi esiste anche il progetto “families to families” nato nel 2010 da un gruppo di famiglie riminesi di Amani, il missionario comboniano Padre Kizito Sesana e gli educatori di Koinonia che vivono assieme ai ragazzi in queste comunità. Il percorso è rivolto in particolare alla cura, all’educazione ed alla crescita dei bambini di strada con la priorità di privilegiare l’affidamento ed ogni progetto a persone qualificate del luogo. Lo scopo finale è il reinserimento nelle famiglie. Per fortuna esistono questi centri e queste persone che finalmente non parlano di carità, ma di progetti, con uno scopo comune che sta scritto anche sulle loro magliette “we belong to each other”, img_3182apparteniamo l’uno all’altro. Qui si respira la voglia di cambiare e di migliorare e nello stesso tempo sentire il battito dello slum. Questo sarà il mio campo base e questo “rifugio” sarà senza dubbio il miglior posto per poter capire di più questa realtà.
Gli slum, regno di caos e povertà sono entrati forse oggi fra i veri simboli di questo continente e si provano sensazioni strane appena si entra in questi mondi così lontani e diversi dal nostro, pare di essere decollati dal pianeta terra ed atterrati in terra di nessuno o solo di qualcuno. Questi luoghi sorgono prevalentemente attorno alle discariche che sono per alcuni di loro vere e proprie fonti di cibo, alcuni sono veri e propri territori off limits che puoi attraversare solo con la scorta di alcuni poliziotti, niente leggi se nonimg_3103 quelle delle gang organizzate che controllano il territorio. Anche noi, quelle poche volte che usciamo alla sera, ci troviamo a viaggiare per ragioni di sicurezza con i vetri alzati e le sicure abbassate ed ogni volta che dobbiamo rallentare fino quasi a fermarci per un motivo o per un’altro, ci guardiamo sempre attorno, cercando di prevedere quello che potrebbe succedere.
Kibera, Korokocho, Matare, Ngong, Kawangare, potrei allungare la lista ma potrei anche dire ammassi scomposti di legno e lamiera, nessun diritto, violenza, rapinatori, mendicanti, disperazione, rifiuti, bambini o ragazzi di strada che sniffano benzina e colla. In questi luoghi che in realtà per la nostra concezione di vedere la vita e di un luogo dove abitare non sono luoghi, ma solo nomi, solo attraversandoli si coglie questa percezione, di essere spiati, img_0115di essere seguiti, di essere aggrediti, di essere in qualche modo presi di mira ed è rischiosissimo girarci nelle ore di non luce. Le guardie sono ovunque, fuori dalle abitazioni, dai ristoranti, dagli hotel, anche qui a Kivuli ci sono i guardiani Masai ad aprire e chiudere il cancello e alla notte vengono sciolti i cani a presidiare l’interno, dei feroci cani mi risulta che io osservo dal terrazzo. Fra questi agglomerati di lamiera e fogne a cielo aperto, fra queste viuzze invase da rifiuti e canali di scolo la maggior parte della gente sopravvive senza luce e senza acqua potabile. Kivuli ha invece un proprio pozzo, l’acqua è potabile e viene venduta, una grande risorsa per il centro e nessun rischio di patologie per chi la compra. Fra le tante vittime di questo incredibile contesto come ho già scritto, gli street children, i bambini di strada, le anime più indifese.
Per rendere bene l’idea e la situazione in cui vivono riporto la citazione di Renato Kizito Sesana, per tutti Padre Kizito, fondatore di Koinonia, presa dal suo libro Shikò:
“Si incontrano sui marciapiedi, nei parchi, negli androni dei palazzi, nelle stazioni e nelle discariche, nei centri commerciali e nei mercati. Spesso si aggirano in piccoli gruppi, vestiti di stracci, chiedono l’elemosina, si arrangiano con piccoli lavoretti o rubacchiano qua e là. I più piccoli hanno quattro, cinque, sei anni. Bambini di strada, giovani vite regalate alla società, abbandonati o allontanati dalla famiglia, talvolta orfani, più di frequente fuggiti dai genitori. Molto spesso sfruttati da adulti senza scrupoli. Per far soldi o per il sesso. Specialmente le bambine. Più invisibili, più vulnerabili, doppiamente vittime.”
La prima settimana di questo viaggio, è iniziata in compagnia di un gruppo del Riminese coordinato da Francesco Cavalli socio della Ong150707_10201134383947919_721457873_n Amani for Africa, agli educatori della cooperativa riminese Millepiedi, ai rappresentanti di Cittadinanza Onlus e ad altri amici, un gruppo meraviglioso con il quale ho potuto svolgere e condividere a pieno le diverse attività che hanno scandito i nostri giorni, esperienze che saranno proprio alcuni di loro ora a raccontarvi. Li ringrazio di cuore e volevo dirgli che qua non è cambiato niente, piove tutte le sere, solo le buche ed i fossi sono diventati più profondi perché corrosi dai violenti temporali e Kabiria Road pur essendo ormai diventata a tratti una striscia di fango, rimane sempre la stessa, soprattutto al tramonto quando si accendono i fuochi e si inizia a cucinare per strada. Quando posso la attraverso a piedi tutte le sere, questa via esprime e rimane un pezzo d’Africa che da sola vale il viaggio.
Io nel frattempo me ne andrò prima in Tanzania e poi in Zambia con Padre Kizito, img_0087missionario Comboniano con oltre 30 anni di Africa sulle spalle, quando io nascevo, lui iniziava in Zambia la sua avventura africana, una delle migliori opportunità che poteva capitarmi per conoscere a fondo questo paese. Renato Kizito Sesana, o Padre Kizito o Father come lo chiamano tutti i suoi ragazzi che ha salvato dalla strada e come lo chiamerò io, è un pozzo di conoscenza e per il prossimo mese sarà il mio punto di riferimento storico, geografico e naturalmente spirituale.
Il mio viaggio dunque prosegue in questa realtà così affascinante e coinvolgente ma allo stesso tempo dura, nuda e cruda e a proposito di questo mi torna in mente una parola inglese che loro usano spesso “challenge” che noi traduciamo come sfida. Cercherò di apprendere da loro questa incredibile capacità di andare avanti, di reagire a qualsiasi cosa succeda con la loro calma e la loro filosofia, “senza alcun problema” come diciamo noi, o come dicono loro “Hakuna Matata”.

Ngong, marzo 2013 (Nairobi, KENYA)

JACK, EDUCATORE DI STRADA IN KENYA
di Francesco Cavalli

È notte fonda quando Jack arriva a Ngong. Dopo una giornata intensa, l’ultima passata in strada per il gruppo di bambini con i quali si è incontrato giorno per giorno, avvicinandoli, offrendo loro tè caldo con mandazi, o un piatto di fagioli nell’hotel New Paradise. Qui, nei8629208372_bbae99aef4_z quartieri di periferia del Kenya, i posti di ritrovo per mangiare o bere qualche cosa si chiamano hotel.
Sono ormai diverse settimane che Jack ha individuato questo gruppo di “street children” e li frequenta con regolarità. Passa del tempo con loro. Gioca a calcio, ma soprattutto parla. La proposta è chiara, lasciare la vita in strada per offrire una possibilità alternativa. La strada per i bambini che ci vivono è come una droga. In strada dove vivono i bambini la droga, fatta di colle e benzine da sniffare, è la loro sopravvivenza, il loro coraggio, la loro forza. La proposta di Jack è un’alternativa radicale: un letto e un tetto al posto della strada e l’opportunità della scuola al posto della droga.
img_0158Ha parlato con loro giorno dopo giorno, ha vissuto al loro fianco, rimanendo insieme anche la notte, in strada, per capirli, conoscerli, comprenderli. Jack dice spesso che ogni volta che avvicina un gruppo nuovo e passa del tempo in strada impara sempre cose nuove. La strada è una grande università, non si finisce mai di studiare. Lui, educatore di strada, ha studiato all’università quella vera, fatta di docenti ed esami, ma dove ha imparato di più è in strada, con i suoi ragazzi. Non è un lavoro questo – sostiene – recuperare i bambini dalla strada è una missione. Ha 29 anni Jack e da otto ha scelto di vivere questa missione. Anche lui viene dalla povertà di Nairobi, poi l’incontro con padre Kizito, missionario comboniano fondatore della comunità di Koinoia in Kenya, gli ha aperto le porte della scuola e la sua vita è cambiata.
Questa è l’ultima notte in strada per i bambini di Ngong. Così hanno concordato e Jack8628102303_8ec56ed3a2_z arriva per far compiere loro il passaggio definitivo. Piove. Lampi e tuoni. Ma i bambini sono contenti, li aspetta una nuova vita. Jack offre loro l’ultimo pasto caldo al New Paradise. Hanno scarpe rotte, alcuni sono scalzi, bagnati fradici e sporchi di fango. Il loro alito è di benzina, ma gli occhi spenti di sempre questa notte sono accesi di speranza e dolcezza, di attesa, quella di una vita diversa, migliore. Alla prima luce dell’alba si spostano tutti insieme nel campo da calcio dove tante giornate hanno passato insieme giocando, parlando. Pioggia e fango rosso terra come rossa è la terra del Kenya, i bambini si spogliano, nudi si tuffano nelle pozzanghere, si lavano in questa doccia naturale e si rivestono di abiti nuovi donati a loro da Jack. I loro abiti vecchi vengono raccolti e caricati insieme a loro sul bus che li porterà a Ndugu Mdogo, il drop in di Kibera dove andranno a bambiningongfvivere. Quegli abiti che rappresentano la loro vita in strada verranno bruciati appena arrivati alla nuova casa. Piccolo Fratello, questo significa in kiswaili Ndugu Mdogo. Sono venti i nuovi piccoli fratelli che da oggi Jack ha accolto fra le sue robuste braccia.
Difficile calcolare il numero dei bambini che vivono in strada in Kenya. La maggior parte di loro vive negli sterminati slum di Nairobi. Sono 450mila secondo l’Agenzia Fides, organo d’informazione delle pontificie opere missionarie.
Amani, che significa pace in kiswaili, è una ong italiana che da quasi vent’anni sostiene il recupero dei bambini di strada in Africa. L’attività di Jack a Ndudu Mdogo è uno di questi progetti di recupero.

Kibera, Aprile 2013 (Nairobi -KENYA-)

IL MIO NOME E’ INNOCENTE
di Raffaella Meregalli e Maurizio Focchi

Attraverso il contatto con la ONG Koinonia di Nairobi e la ONG italiana Amani, Cittadinanza ONLUS ha conosciuto e potuto visitare il Centroimg_3227 “Paolo’s Home”, dove vengono offerti servizi di fisioterapia per i bambini con disabilità neuropsichiatriche che vivono nello slum di Kibera. Il centro è stato istituito in risposta ad un bisogno urgente della comunità, dato che molte famiglie di bambini con questo tipo di patologie si avvicinavano in cerca d’aiuto agli operatori di Koinonia, che lavorano a Kibera con i bambini di strada. Tale centro è stato inaugurato ufficialmente il 10 dicembre 2007 ma ha poi iniziato le attività nel marzo 2008, con una fisioterapista a tempo pieno, un assistente sociale e un educatore di Koinonia, che è responsabile di tale attività. Attualmente sono in carico al Centro 70 bambini tra 1-15 anni. Le diagnosi più comuni dei bambini sono: paralisi cerebrale, epilessia, autismo, sindrome di down, sdc12278neuropatologie dovute a sofferenza fetale al momento del parto, danni cerebrali dovuti a meningite. Cittadinanza che offre una supervisione costante al centro attraverso i professionisti della salute mentale, ha in progetto, in collaborazione con la Fondazione Paolo Soma, altri partners e con i professionisti locali di Koinonia, di trasformare tale struttura in un centro diurno, dove questi bambini durante l’intera giornata possano effettuare sedute di riabilitazione, ricevere un’educazione informale, ricevere un pranzo adeguato, essere coinvolti con le loro famiglie in attività psicoeducative e coinvolgere le madri/famiglie in attività generatrici di reddito. Allo stesso tempo si vorrebbero rafforzare le attività di sensibilizzazione sulla salute mentale nello slum ed iniziare nuove collaborazioni con le autorità locali su tale tema. Inoltre sarebbe importante poter introdurre nell’organico delimg_3219 centro anche la figura del logopedista, dal cui operato molti bambini trarrebbero estremo giovamento e beneficio nel loro percorso di autonomia.
Le mamme dei bambini della casa di Paolo sono donne estremamente coraggiose, solidali e sensibili. Pur dovendo quotidianamente affrontare tremende avversità e molto spesso abbandonate dai loro mariti e dalle loro famiglie, lottano perché i loro bambini possano raggiungere un’indipendenza, che in molti casi sembra utopia per la gravità delle patologie di cui i bimbi sono portatori. Una storia su tutte quella di “Innocent”, un bambino affetto da una grave forma di rachitismo, rinnegato dalla vergogna del padre che se ne è andato di casa e che la madre ha chiamato appunto Innocente.
img_32231Eppure queste madri ci credono e si aiutano, sorrette anche dalla grande generosità, solidarietà e professionalità delle persone che lavorano alla Casa di Paolo. I bambini non possono che essere dei lottatori come le loro madri, essendo sopravvissuti in un ambiente dove lo stigma verso le persone con patologie mentali è ancora molto elevato. Secondo testimonianze da noi raccolte, i bambini con tali sofferenze vivono rinchiusi nelle loro case e a volte lasciati morire di stenti, in famiglie numerose ed estremamente povere. Altre famiglie si rivolgono, invece, alla medicina tradizionale o ai guaritori locali, essendo ancora molto radicata la credenza che i bambini possano essere posseduti da spiriti maligni.
Ma l’energia positiva per emergere da situazioni difficilissime la si può percepire ogni giorno alla Casa di Paolo, nei discorsi delle madri che non hanno più vergogna o disagio nel parlare della malattia dei loro figli e della loro sofferenza. Molto deve essere però ancora fatto perché la Casa di Paolo non sia solo un’isola felice in un mare di rassegnazione ed indifferenza. Bisogna parlare della malattia mentale perché non venga più nascosta, ma aiutata ed accolta, perché queste madri non siano più isolate nei luoghi dove vivono e perché questi bambini possano crescere con maggiori opportunità di ricevere trattamenti adeguati e rispettosi dei loro diritti.

(Rimini, ITALY)

L’AFRICA E LE MILLE SFUMATURE DELL’ANIMA
di Stefania Fabbri

Sono tornata dal Kenia da qualche giorno, dentro di me un marasma di emozioni talmente ambivalente da far concorrenza aimg_1901 Pandora…attorno a me tante persone che mi chiedono Dai, racconta ma io non riesco che a pronunciare qualche parola… come si fa a raccontare tutta questa vita in 5 minuti davanti a una birra in centro? Sento il conflitto fra una parte di me che vuole custodire gelosamente ciò che ha vissuto, per paura di sminuirlo e per il bisogno di elaborarlo, e una che vorrebbe gridarlo al mondo nella speranza che nessuno più resti indifferente…
Ma cos’hai, è stato così diverso dall’anno scorso? Non so rispondere. In effetti sapevo cos’avrei visto e certo l’impatto è stato meno devastante, ma ancor più vissuto e consapevole. Quest’anno sapevo cosa aspettarmi ed ero ancora più certa di desiderarlo: lo 541243_130154777171296_1175171198_n1avevo atteso per un anno intero. E così mi aggiravo avidamente in cerca di quegli sguardi, sorrisi, suoni, odori acri e pungenti … Posso rievocare in me tutto questo, ma se si tratta di metterlo fuori di me….non riesco proprio a rendere l’idea e non so nemmeno da dove iniziare.
Potrei forse cominciare dalla prima camminata a Kivuli e di come così, gratuitamente e all’improvviso, una bimba mi abbia abbracciata.
Potrei raccontare della visita alle famiglie in esigue e fatiscenti case in affitto e della schiena piegata di una madre abbandonata dal marito con 6 figli al seguito, dei suoiimg_4605 racconti di privazione e sacrificio, del suo sguardo pieno di dignità e forza d’animo; delle risate dei suoi bimbi di 3 e 5 anni che sanno che non sempre c’è da mangiare, ci sono abituati ma che comunque non chiedono e non si aspettano niente, se non che gli sorridi e magari giochi un po’ con loro.
Oppure potrei parlare di Ndugu Mdogo, il centro di accoglienza e recupero per bambini di strada, e del mio cercare quei volti e quegli sguardi impressi da un anno nel mio cuore, del mio essere riconosciuta da loro, che addirittura si ricordavano il mio nome! Del loro accogliermi, prendersi cura e accompagnarmi per le vie di Kibera con il senso di protezione nei miei confronti di chi quella strada e i suoi pericoli li conosce bene. E potrei ancora dire della loro immensa gratitudine e delle benedizioni solo perché eravamo img_4750venuti da lontano e ora eravamo lì per loro….noi bianchi occidentali così spesso giudicanti nei confronti di chi è diverso da noi, così facili ad abbassare lo sguardo o rispondere male a un extracomunitario nel nostro paese, come se avesse meno diritto di noi di esserci e vivere una vita degna di tale nome solo perché nato in un paese povero o in guerra…
E quando penso a questi bambini, che sono così meravigliosi e ci stanno riuscendo a costruirsi un futuro, il pensiero non può non correre immediatamente ai piccoli di Ngong, e a tutte quelle strade abitate da sciami di bambini di tutte le età che si aggirano con i loro occhi rosso fuoco così pieni di tutto, le pupille dilatate, i denti che stanno marcendo, la bottiglietta di colla fra le dita e addosso stracci lerci e strappati. Perché questa è la strada: polvere, rifiuti, fango, insetti, topi, fame, malattie….. questa è la vita di chi non ha nulla.
Mi sembra di sentirlo quel tanfo, rivedo la spazzatura in mezzo a cui dormono e fra cui rovistano tutte queste vite abbandonate a se stesse,img_4726 bambini senza un adulto che li guidi, che li consoli, che li aspetti, che li cerchi, che sappia anche solo che sono al mondo. Mi sento inadeguata e terribilmente arrabbiata con un mondo così ingiusto. Come fa ad esistere tutto questo? Altro ché se esiste. Ma lì, se hai la fortuna di potertici addentrare con la sicurezza di un leader come Jack, puoi venire accettato, entrare a far parte del loro gruppo escoprire anche tanta umanità, dolcezza e, incredibile a dirsi, la speranza.
Ricordo perfettamente il bambino che mi ha scelto: 13 anni ma sembrava già quasi un uomo, si strusciava sulla mia spalla come a farmi le fusa, ricordo il suo stringermi la mano e accarezzarla, presentarmi alla gente per strada dicendo She’s my friend, chiedermi di donargli qualcosa di mio per tenermi un po’ di più con lui, offrirmi un pezzo di mandazo , mostrarmi il suo amico strafatto di colla e dirmi con fierezza io non lo faccio più.
img_3709Ricordo anche le lacrime di uno di loro avermi sciolto il cuore, perché allora, forse, si può tornare a essere bambini.
E al solo nominare Jack, l’educatore di strada che ha fatto della sua vita una missione, mi vengono i brividi. Io non credo nei supereroi, però un giorno ho scoperto che esistono gli eroi. Che è anche meglio, perché coi superpoteri è semplice cambiare il mondo, ma con la sola forza di spirito è tanto, tanto difficile. L’Africa è anche questo: persone magnifiche che si danno completamente e incondizionatamente mettono la propria vita a disposizione degli altri.
Ed ora eccomi qui, con un sensazione di vuoto lacerante, rinforzatae acuita da tutti coloro che mi ricordano che la mia vita è qua e che non posso farci niente se il mondo va così, o da coloro che con un velo di arroganza affermano Bè ma voi cosa avete fatto per loro? come se mi stessi vantando di qualcosa… grazie tante, ma il senso di impotenza ce l’ho già, feroce, e non ne fuggo, anzi voglio assaporarlo. Non voglio più girarmi dall’altra parte, ma guardare chi mi sta di fronte e raccontargli di come si torni a casa sporchi, devastati e col mal di pancia, ma arricchiti di qualcosa che la nostra opulenza non è in grado di offrirci. Perché il cambiamento comincia dentro se stessi per arrivare fuori, altrimenti è solo un miserabile modo di tenere a bada il proprio senso di colpa.

VERSO LA TANZANIA, DOVE TI CHIAMANO MUZUNGO
di Matteo Osanna

Il solito caffè del buongiorno da Padre Kizito e via per qualche giorno in Tanzania. Scopo del viaggio accompagnare al villaggio di Majimotoimg_3196 che si trova nel parco del Serengheti, dalla nonna e dagli zii, W. (Wambia, Pioggia) e P. (Mwite,Vieni) assieme alla mamma A. (Boche, Miele). Pioggia e Vieni sono due ragazzi recuperati dalla strada nel 2006 dagli operatori sociali di Koinonia. Ultima loro visita al villaggio 4 anni fa. Tempo stimato esattamente non si sa, l’obiettivo di oggi è passare il confine ed avvicinarci il più possibile. Ormai, sono talmente assorbito da questa realtà che l’Africa la vedo anche nel cielo. Prendiamo verso nord-ovest risalendo il Kenya poi sotto un cielo varipinto che parla da solo a sud verso Musoma, una tranquilla cittadina che sorge sulle rive del lago Vittoria. Quando ho chiesto a Padre Kizito “Father cosa ci serve per il viaggio?”, la risposta è stata semplice, semplice per come è lui, basica per come lo è l’alimentazione qui Africa: “servono acqua, pane, patate dolci, carote e poi un pò di frutta la compreremo per strada”. Scendiamo sul fondo della Rift Valley ed attraversiamo una delle parti più fertili del Kenya ed eccoci in Tanzania.
I paesaggi diventano selvaggi ed i colori dominanti sono il verde della natura e il blu del cielo, pare di aver trovato una specie d’Irlanda in Africa. Pastori, animali che pascolano e villaggi con case di fango e tetti di paglia a forma di cono e grosse pietre in equilibrio punteggiano le campagne presso ché disabitate. Nuvole, pioggia, sole, arcobaleno ed ecco la luce. Tutto brilla, viaggio in un paesaggio pulito. “Il img_3188Father” è grandioso, ha il doppio dei miei anni ed è sempre più fresco e lucido di me, scherza sempre con i ragazzi e mi tratta come uno di loro. Racconta che la Tanzania è tranquilla per via che non ci sono molte tribù e quindi nessuna é dominante, nessuna rivendica la propria identità.
Dopo la prima tappa a Musoma, ripartiamo l’indomani per il villaggio, ma non troviamo la strada giusta che si addentra nel Serengheti, i ragazzi e Miele se la sono dimenticata. Ingaggiamo un accompagnatore improvvisato per strada, che a sua volta ne ingaggia un’altro che ci porta allo svincolo giusto da dove inizia una vena di terra rossa lunga 105img_3218 km che porta al cuore.
Pare di aver ricevuto un bacio immenso come il lago Vittoria ed il Serengheti messi insieme. Ogni villaggio che passiamo veniamo guardati con sorpresa, non sono molti i bianchi che si addentrano da queste parti, questo lato del Serengheti non è quello dei safari e del bussiness, ma quello della vita comune. Raccogliamo per strada un’altro indigeno e raggiungiamo nelle prime ore del pomeriggio il villaggio di Majimoto.
“Per terra, all’ombra di una pianta dentro un villaggio tradizionale. Fuoco di bastoni e pietre al centro, capre, mucche, pecore, asini, cani. Bimbi curiosi che guardano la mia tecnologia. Bidoni e mercanzie che viaggiano sopra le teste delle donne, uomini che lavorano nelle piantagioni di canna da zucchero. Niente acqua corrente, niente luce. Lo zio anziano della mamma insiste perché io stia comodamente seduto, lo zio dei ragazzi mi chiama Muzungo, la nonna balla ondeggiando il corpo di fronte alla mia telecamera esprimendo la sua felicità e gratitudine per la nostra presenza. Una ragazza ci lava le mani, chissà quanta strada ha fatto per prenderla. The affumicato, canna da zucchero in bocca da succhiare, frutti esotici, capretta pronta per festeggiare il grande ritorno. Poi alla sera, cena con le mani a lume img_0020di torcia, uomini da una parte e donne dall’altra, riso, ugali, la capretta che non è più viva ma arrostita ed interiore della stessa in brodo. Lo zio mi spiega che mangiano una volta al giorno, alla sera, e se ne hanno mangiano tanto perchè di giorno si cammina e si lavora molto. Ma la cena di questa sera va oltre il solito piatto di riso o di ugali in bianco, questa sera la tavola è ricca ed occorre onorala fino alla fine, questa è l’usanza, questo è il loro galateo.
Un viaggio con il Father è una pagina di diario nel diario, è un viaggio al centro della terra. Racconta mille storie, sarebbe sempre da registrare, ma preferisco lasciare da parte quella che potrebbe essere la mia invadenza non facendo altro che ascoltarlo attentamente, perchè non sarebbe mai la stessa cosa, nè per me, nè per lui, in fondo stiamo entrambi viaggiando, condividendo la stessa esperienza e questo mi basta.  E chi può descrivere meglio di me questo ritorno al villaggio se non Padre Kizito, chi meglio di lui potrebbe trovare le parole giuste per una riflessione, mentre io mi riposo all’ombra di una pianta?

Majimoto, 07-10 Aprile 2013 (-Musoma TANZANIA-)

RITORNO AL VILLAGGIO
Due fratelli fra modernità e tradizione
di Padre Kizito

“Da Majimoto sono partita nel 1985, avevo 18 anni, e sono andata a vivere a Nairobi, nel quartiere di Kawangware. La vita non è stata quellaimg_3200 che ho sognato. Ho avuto tre figli, poi il mio uomo è morto. Già eravamo poveri e vivere è diventato ancor più difficile. Son tornata qui nel 2000, credendo di potermi re-inserire. Ma non c’era speranza, e son tornata a Nairobi. I miei figli hanno imparato a vivere fuori casa… Li vedevo sempre più raramente. Ora sono felice di essere qui, due dei miei figli hanno imparato la strada per tornare a casa, forse loro riusciranno a fare quel ritorno che per me non è stato possibile.”
Majimoto è un villaggio nel nord della Tanzania, vicino al parco del Serengeti. Da Nairobi ci vogliono oltre una decina d’ore d’auto. Sette per arrivare al confine, attraversando img_3208successivamente il fondo della Rift Valley, i campi di grano di Narok, le piantagioni di te di Sotik e Kisii, e poi le piantagioni di canna da zucchero di Migori. Un paesaggio verdissimo, di grandi colline, che si apre su ampi orizzonti. Poi, dopo il confine a Isebania, due ore di paesaggio sempre più aperto, fin quasi a Musoma, sul lago Vittoria, e infine due ore di imprevedibile strada sterrata.
In questo ritorno al villaggio, con Boche (“miele” in lingua locale), la salute minata da una vita difficile, sono venuti anche due dei suoi figli, P., 20 anni, all’ultimo anno di scuolaimg_3221 superiore, e W., 18 anni, secondo anno di scuola superiore. C’erano anche John, operatore sociale di Koinonia, e un amico italiano. Sono stati P. e W. a volere questo viaggio, per riconnettersi alle loro origini. Il ricordo del padre si è perso nelle nebbie della prima infanzia, e non hanno mai conosciuto la sua famiglia. Se per tutti è importante avere delle radici, lo è ancora di più in Africa, dove essere parte di un villaggio, di un clan, di un popolo è indispensabile per poter dire di esistere.
P. e W. sono stati recuperati della strada nel 2006, dagli operatori sociali di Koinonia. img_32191Sono entrambi timidi, riservati, di poche parole. Portano sempre il peso del loro passato. Al villaggio della mamma erano già tornati una volta, quattro anni fa, usando mezzi pubblici. Adesso al villaggio hanno ritrovato quattordici zii e un numero incalcolabile di cugini, dato che alcuni zii hanno diverse mogli. La loro guida per cercare di capire i complicati legami familiari è stato lo zio più giovane, diciannovenne, sposato da pochi mesi. La nonna, una donna coi capelli bianchi ma ancora forte, li ha abbracciati quasi piangendo “Temevo non vi avrei più visto”.
Il salto culturale fra Nairobi e Majimoto, dove non ci sono acqua potabile e correnteimg_3214 elettrica e dove nei giorni di pioggia, come in questa stagione, non si può’ far altro che restare nelle capanne a chiacchierare, è stato grande. I due fratelli sono sentiti accolti, amati. Gli zii hanno entusiasticamente assicurato che quando torneranno per stabilirsi definitivamente al villaggio, verrà’ loro assegnato un grande appezzamento dove potranno stabilirsi con mogli – nella nostra tradizione, hanno precisato, se ne possono avere fino a otto – e figli. P. ha notato come ci sia un grande rispetto delle persone. Un mattino, andando insieme ad uno zio a visitare i suoi campi, hanno trovato img_3215dei ragazzi di un villaggio vicino che stavano mangiando dei frutti. “A Nairobi li avrebbero ammazzati di botte” dice P., qui invece lo zio ha solo rimproverato i ragazzi, e poi ha spiegato ai due fratelli che se una persona ha fame ha diritto di mangiare tutto quello che trova, a patto che non porti via niente. Mangiare sul posto non è rubare.
Tuttavia alcuni aspetti che si ricordavano vagamente dalla visita precedente e che magari hanno studiato sui libri di scuola, nella vita reale si dono dimostrati difficile da interiorizzare. Il giorno dell’arrivo, W., mentre parlava con alcuni dei cugini della sua eta,dscn10551 è svenuto, cadendo a terra, rigido come un tronco, lui che è un bravissimo acrobata.
Non credo che P. e W. torneranno mai a vivere stabilmente a Majimoto. Eppure sono sinceri quando dicono che adesso che conoscono bene la strada ci torneranno più spesso, e quando si saranno sistemati a Nairobi, con una moglie e due o tre figli, precisano, cercheranno di introdurre dei miglioramenti nella vita del villaggio della loro mamma.
Nel viaggio di ritorno ho ricordato ai due fratelli ciò che mi ha insegnato un missionario che ha evangelizzato un’intera provincia del Sud Sudan nella prima meta del secolo scorso: quando sei di fronte a situazioni nuove e difficili, parla poco, non giudicare neanche in cuor tuo, ascolta molto, cerca di capire perché ci sono sempre delle ragioni anche per i comportamenti apparentemente più strani. Ringrazia Dio quando la gente accetta di condividere con te la sua vita. Accontentati di essere presente, e di amare.

*Il viaggio continua, da domani sarò in Zambia, a presto per i prossimi aggiornamenti. Appassionatamente….Matteo.

in ZAMBIA
Il viaggio dunque prosegue in terra Zambiana, potente come un fiume in piena che scava, che raccoglie e si porta tutto con se, inarrestabile gopr0242come un treno in corsa che si ferma solo nelle stazioni che contano, inaspettatamente.
In lingua Nyanja, “hakuna matata” si traduce in “pulibevutu”, parola che mi sono dovuto ripetere molto spesso: prima per la rottura della telecamera, poi per i soliti contrattempi africani che farciscono come sempre la quotidianità ma a quelli ormai ci ho fatto il callo, e per finire, per non farmi mancare proprio niente, i pidocchi, di quelli proprio non potevo farne a meno.
La costante di questo viaggio così sorprendente è sempre stata quella di ottimizzare i miei tempi, così vado ancora a bussare alla porta di Padre Kizito che continua preziosamente a collaborare con i suoi articoli. Avevo detto che sarebbe stato la mia guida storica, geografica e spirituale e vorrei fosse lo stesso anche per chi legge questo viaggio. Nell’articolo che segue la Zambia, quello che è stato, la situazione attuale con uno sguardo al futuro ed i successi delle attività di Koinonia.
A seguire un racconto per immagini “no comment” in omaggio alla mia telecamera ferma ai box.

(Lusaka,ZAMBIA)
Mthunzi Centre

LA CINA E’ QUI
di Padre Kizito (da http://kizito.blogsite.org/)

La presenza cinese in Zambia, iniziata con l’acquisizione di miniere di rame, è sempre più importante e tocca la vita di tutti.
“Chiselwa, che chiamavamo Ciccio, all’italiana, per la figura rotondeggiante, adesso c’è’ diventato cosi bravo nell’istallazione di videocamere di sorveglianza per la ditta cinese con cui lavora che sta pensando di mettersi in proprio. Matthias, proprio lui che ha fatto tanta fatica a liberarsi dal vizietto di appropriarsi di cose non sue, fa la guardia giurata. Robert ha finito la scuola di turismo e lavora per una importante compagniaimg_3856 di viaggi e gli hanno proposto di studiare il cinese, per fare da guida a turisti provenienti da quel paese. Richard, Mutale e Jackson invece, dopo la scuola per chef, lavorano in tre diversi ristoranti cinesi. Pomulo, Sky, Protasio e Baisikolo hanno incominciato la scuola di saldatori meccanici, ma ciò in cui sono veramente interessati è il gruppo di danze e folklore tradizionale che hanno messo su insieme. Ma la grande notizia è che Brian ha finito la scuola superiore con risultati cosi alti che quasi certamente sarà ammesso all’università con una borsa di studio governativa.” Mentre mi porta dall’aeroporto di Lusaka (Zambia) a Koinonia, Malama, responsabile della comunità per il recupero di bambini di strada, mi fa una lista dei successi di questo ultimo anno. Ci sono anche risultati più modesti, come Station (cosi chiamato perché la sua base era la stazione ferroviaria) o Peter che fanno semplicemente gli assistenti di fruttivendoli al grande img_0171mercato in centro città, ma è bello sentire questo elenco e vedersi passare davanti questi volti. Certamente nei pochi giorni che passerò a Lusaka li incontrerò tutti, e li sentirò raccontar di persona le loro storie.
I cinesi stanno assumendo un ruolo dominante nelle storie dei ragazzi che sono passati da Koinonia, cosi come in tutta la Zambia. Da qualche anno hanno acquisito il controllo delle miniere (rame soprattutto, ma anche manganese, titanio, zinco, ecc), sono onnipresenti con i loro prodotti nel commercio, stanno silenziosamente acquisendo anche enormi tratti di terra. Le statistiche disponibili ci dicono che l’economia zambiana è, fra le africane, quella più controllata dalla Cina.
Nulla di nuovo per la Zambia. Se c’è un paese che economicamente dipende quasi totalmente da paesi e vicende esterne, è questo. Dopo la colonizzazione inglese, che ha portato via solo in rame una ricchezza incalcolabile, lasciando la Zambia con niente – all’indipendenza nel 1964 c’erano tanti laureati locali quanti se ne possono contare sulle dita di una mano, c’è stato un breve periodo diimg_3886 prosperità, basata sull’alto prezzo del rame. Il crollo mondiale di questo prezzo, dopo che le compagnie americane si impossessarono del rame cileno a seguito del colpo di stato di Pinochet nel 1973, avviò in Zambia un declino inarrestabile, anche per i maldestri tentativi del primo presidente Kenneth Kaunda di imporre il socialismo scientifico. All’inizio degli anni novanta il paese era ridotto nella miseria più nera.
La Zambia è il doppio dell’Italia come estensione, ma con un sesto degli abitanti, senza sbocco sul mare e circondato da paesi turbolenti (Namibia, Angola, Congo, Mozambico, Zimbabwe). Dopo un tentativo di politica agricola assolutamente fallimentare, una prima ripresa economica avvenne verso la metà degli anni 90, con l’arrivo dei capitali e delle compagnie sudafricane, ormai libere di muoversi dopo la fine dell’apartheid. Seguiti, dall’inizio del nuovo millennio, dalla valanga cinese.
img_4012Internamente la Zambia fu uno dei primi paesi africani a muoversi verso la democrazia, senza scosse, secondo l’indole tranquilla degli abitanti. Lusaka non ha conosciuto un vero e proprio colpo di stato. L’unico tentativo, 1982, organizzato da una trentina di militari, finì quando i golpisti, ormai certi di aver vinto dopo essersi impossessati senza colpo ferire, nella notte delle caserme principali e della radio, erano stati arrestati, tutti sbronzi, in un night club della capitale nelle prime ore del mattino successivo.
Adesso la presenza cinese, e il conseguente maggior interesse da parte delle comunità internazionale, ha fatto rifiorire i centri commerciali, in genere ridato fiato adimg_3956 un’economia che era chiusa su se stessa.
Negli anni, i progetti di Koinonia, iniziati nel 1982, hanno seguito questi alti e bassi, con una forte iniezione di fiducia quando è incominciato il sostegno di Amani, una decina di anni fa. Oggi c’è meno povertà visibile, più povertà nascosta, ma comunque i ragazzi che escono dalla comunità hanno maggiori opportunità di lavoro. “Beh, vuol dire che con tanti figli zambiani primo o poi mi ritroverò una nuora cinese!” scherzo con Malama. “No way! Impossibile, i cinesi non si mischiano mai con noi, socializzano solo fra di loro. Vogliono solo le materie prime e la terra”.

(Lusaka, ZAMBIA)
Aprile 2013

UNA CATENA IMPREVEDIBILE D’ EMOZIONI
Viaggio tra incontri e spiritualità
di Matteo Osanna

Potrei introdurre in diversi modi questa mia esperienza in Zambia. Potrei partire dalle frasi scontate delle guide che parlano di questo paese img_4071“come di un territorio affascinante e selvaggio nel cuore della vera Africa, che si rivela come la polpa di un frutto dolcissimo e succoso” ed in realtà è anche questo, oppure potrei parlarne spaziando dalle danze rituali allo spettacolo imperdibile delle Victoria Falls dove la natura si esibisce in tutta la sua potenza, passando poi per l’atmosfera tambureggiante che si respira qui con i ragazzi al Mthunzi Centre e di tutto quello che mi racconta Padre Kizito. Ma non farò né l’uno né l’altro, prometto però un resoconto finale dei miei appunti.
Il tempo passa inesorabilmente e la vita è così intensa che troppo spesso mi coglie impreparato. Sono successe tante di quelle cose in questa settimana e ne continuano aimg_3829 succedere che dovrei passare il giorno a scrivere anziché a vivere. E’ una catena imprevedibile di emozioni.
Ma un modo diverso e veloce per introdurre questo paese c’è ed è con la religione e la spiritualità.
Gli indiani se ne vantano tanto di questo ed hanno fatto della spiritualità il loro biglietto da visita, qui in Africa no, ma non è detto che non lo sia, anzi può esserlo anche di più e dato per cominciare loro non stanno qui tanto a “menarselo” ripetendosi fino all’auto convincimento “ma quanto siamo bravi, ma quanto siamo belli”.
Le religioni africane tradizionali qui in Zambia come per la quasi totalità dei paesi africani si mischiano e si confondono con la spiritualità e con le devozioni giunte da fuori. Benché si parli di religione cristiana, non è detto che riti, credenze, e preghiere si img_3989confondano tra loro e vengano manifestati con liturgie cantate, danzate con gesti e strumenti tipici della tradizione più profonda di ogni etnia.
Voglio dunque introdurre questo paese, con i fatti più che con le parole, con le immagini, con quei momenti che si catturano mettendo il naso fuori dalla missione e ritornare allibito, impolverato di terra rossa con la polvere che scricchiola fra i denti. Questo è quello che qui può accadere nella quotidianità e questo è quello che è successo da queste parti in 12 ore, dalla mezzanotte di un sabato al mezzogiorno di una domenica. In apertura: “dopo ore di preghiera, il potere di Dio che attraverso lo Spirito si manifesta nelle persone e le libera dal diavolo”, “incontri simpatici lungo la strada”, “la Santa Messa al villaggio”, “il Battesimo”.

*Il viaggio continua…..Appassionatamente.

L’ALTROVE
” E mi sono accorto che non era più così importante cercare di raccontarlo, ma che era meglio ascoltarlo “
di Matteo Osanna

“Siamo arrivati a Ngong a notte fonda dopo mille disavventure e stremati dalla stanchezza. Ci siamo incontrati in quella baraccaimg_3131 ristorante che qua chiamano hotel. C’erano quasi tutti. Infangati, scarpe rotte, alcuni scalzi, il loro alito era fatto di benzina e colla ma nei loro occhi la speranza, la dolcezza, la felicità, la voglia e la curiosità di voltare pagina, la consapevolezza nonostante l’età di lasciarsi alle spalle l’inferno per sedersi in paradiso. Per loro l’ultima notte fra lampi, tuoni e pioggia, poi da domani, futuro e dignità anche per loro. L’Africa ci spoglia di tutto, resta in noi solo ciò che conta.”
“Mattinata di un’umanità incredibile nello stadio di fango ed acqua di
img_3177Ngong, i bimbi danno l’addio alla loro “base”, si sono spogliati e nudi si tuffavano nelle pozzanghere. Poi tutti sull’Anita bus fino a Ndugu Mdogo, facce fuori dai finestrini per vedere il nuovo mondo. Doccia, vestiti nuovi e falò di quelli vecchi. La fine di un incubo. Pare strano vedere il paradiso scendere in terra e pare ancora più strano se questo luogo si chiama Kibera. Da questa sera se guardi il cielo potrai vedere brillare 20 nuove piccole stelle.”

Se dovessi raccontare il mio stato d’animo e quello che ha rappresentato per me questo viaggio in Africa sarebbe come cercare di convertirvi a vita “al continente nero”.
Quel “continente nero” che mi ha insegnato anche a parlare: loro ci chiamano “muzungo” cioè “bianco” senza dispregiativo, ioimg_3409 ritornerò a chiamarli semplicemente “neri“, naturalmente senza dispregiativo. Le parole di cortesia anti razziali che non fanno altro che farci sentire più razzisti e più diversi l’uno dall’altro per me sono finite. E’ inutile chiamarli ragazzi di colore, immigrati, migranti, sans papier, clandestini, profughi, rifugiati politici, non poter chiamare albanesi quelli che vengono dall’Albania, tunisini quelli che vengono dalla Tunisia, marocchini quelli che vengono dal Marocco e italiani quelli che vengono dall’Italia.
Perché chiamarli con il nome dello stato dal quale provengono è dispregiativo? Ma chi l’ha detto?! Chi ha inventato questi nomi e perché?! So anche di stare generalizzando, ma anche che questo è fondamentalmente vero. Nel 2013 è ancora purtroppo così, dirti che sei un’ Americano è un complimento, dirti che sei un Tunisino nella maggior parte dei casi è un offesa.
310852_10200881811355631_1652631325_nSe non vogliamo sbagliare, dovremmo usare un’altra parola che ho imparato, dovremmo chiamarci tutti “brother” (fratelli). Questo è il primo comandamento che ci insegna l’Africa per sopravvivere dentro di Lei. Se non imparerai a guardare il tuo prossimo come un fratello sarai da solo e da solo qui non ce la puoi fare.
Ma ritorniamo a noi, dicevo che raccontarlo tutto sarà difficile, consigliarvi però posso farlo e fare un viaggio di questo tipo, nel posto giusto e con la gente giusta, se ne avete la possibilità fatelo.
Chiudete gli occhi e partite.
Naturalmente dedicate anche tutto voi stessi a questo, questa sarà la parte più importante del viaggio. Voi stessi, non dimenticatelo.
Anche se tutto vi sembrerà strano ed inusuale, non cercate di sopportare e di portare pazienza, il segreto è solo uno: lasciatevi andare e basta, il resto viene da se.
Vi accorgerete con il passare dei giorni che nulla oltre Voi stessi è più indispensabile, il vostro viaggio come una creaturasequenza-01immagine003crescerà, vi illuminerà, vi forgerà, vi trainerà e vi accorgerete che questo non sarà solo un semplice viaggio, questa volta vale la pena di spendere un’espressione che in molti usano spesso anche quando non ci sta, ma che in questo caso lo è davvero, “un’esperienza di vita”, che fa trasformare una delle tante partenze, da un semplice viaggio ad una missione, fuori, ma soprattutto dentro voi stessi. Si, una missione, e come raccontare una missione?
In un modo o nell’altro, ho sempre cercato di raccontare i miei viaggi, questo riesco a raccontarlo principalmente con la faccia, quello che non mi è mai riuscito. Se c’è una cosa importante per un cacciatore di immagini e di momenti è quella di cogliere ed immortalare in uno scatto i particolari delle persone, delle cose, del paesaggio, dandoti una possibile idea del Paese e della situazione. Questa volta, la maggior parte di questi file, non sono finiti in nessuna scheda e su nessun hard disk, sono e resteranno indelebili nella mia memoria.
img_3149L’unica cosa che posso fare è continuare a cercare di raccontare come ho fatto fino ad ora, ma lo sforzo di descrivere il tutto potrebbe risultare comunque impossibile, perché mancano le parole, perché mancano quelle congiunzioni che mancano proprio in quei luoghi, così potrei iniziare da un discorso e finire altrove, come se stessi navigando per mari senza bussola e così probabilmente succederà.
L’altrove, quell’altrove che l’amico Claudio Cardelli mi aveva augurato con una dedica sul suo libro “My Diary of India“: “per l’altrove, con molti auguri”.
L’altrove io l’ho trovato anni dopo questa dedica, ma soprattutto l’ho trovato in un posto dove non avrei mai pensato di trovarlo,dsc01628l’ho trovato in Africa e l’ho trovato proprio quando stavo smettendo di cercarlo.
E quando ci pensi ti passa di tutto e mentre pensi di aver trovato il filo giusto per raccontarla, ti vengono in mente le solite due parole “Mal d’Africa”, parole che ormai hanno gli anni, ma che rimangono ancora oggi il più breve racconto di un viaggio e di un sentimento.
Dovrei fare un sacco di nomi per ringraziare tutti quelli che hanno contribuito al successo di questo viaggio ma si rischia sempre di cadere nell’errore di dimenticarsi qualcuno, ma quando uno ormai si sente parte della famiglia, sa che anche quelli della famiglia lo sanno, non c’è bisogno di aggiungere altro, se non un “grazie a tutti”.
dscn1021Questo viaggio che non è stato per me una partenza qualunque, che assomigliava più ad una ricerca che ad un viaggio, ha dato i sui frutti. Ho conosciuto praticamente tutti, nei centri e nei dintorni per le strade. Viaggiare da soli si è rivelato come sempre un’altra cosa, sei spinto a socializzare, anche senza cercartele, sei sempre in compagnia di nuovi incontri.
Incontri che hanno reso questo viaggio unico, dagli amici italiani della prima settimana, al Father, ma anche ai ragazzi del centro.
Non posso non dimenticare i giorni trascorsi in Zambia con Mike Mwende e quelli in Kenya con Peter Odhiamo, inseparabile amico, che oltre adimg_0198essere sempre con me e Padre Kizito è diventato anche il mio compagno di dentifricio e cioè di stanza. Entrambi sono due ex ragazzi di strada, Mike 23 anni ora studia giornalismo a Lusaka, ci siamo tolti diverse soddisfazioni insieme ed era uno su cui in quei giorni potevo davvero contare. L’ho sentito da poco e mi ha raccontato che dopo il nostro servizio sul villaggio di Chikondano lo hanno promosso come speaker ad una radio di Lusaka ed a scuola – sono diventato una celebrità – mi racconta.
img_0501Peter 23 anni anche lui, è invece in attesa dell’inizio del nuovo anno universitario dove studierà per diventare ingegnere elettronico. Il suo sogno più imminente è un letto da comprarsi da mettere nella sua casetta presa in affitto nello slum di Kibera dove andrà a vivere con il fratello minore. Se io ero l’ombra di Kizito, il magico Peter, un gigante alto e asciutto di due metri di origini Ugandesi, era l’ombra di entrambi. Era facile per lui averci sottocchio, per lui che è nato e cresciuto fra i viottoli tutti uguali di Kibera. Con lui ho condiviso tutta la vita di Nairobi, inutili sono stati i suoi tentativi di farmi imparare lo Swahili.
Questi ragazzi rappresentano due dei tanti esempi di un bel percorso dalla strada ad una vita di dignità e sogni perseguibili, percorso che senza l’aiuto di Koinonia non sarebbero mai stati in grado di fare.
Attorno a loro tre ed ai loro mondi, è cresciuto e si è sviluppato il mio viaggio.
Manca ancora un nome e ci ho pensato fino alla fine se farlo oppure no.
Lui forse non sarebbe troppo d’accordo e si liquiderebbe con la solita frase, “a me non mi riprendere, sono ormai ovunque”, cosìimg_3102anche se dovessi scrivere di lui “ma cosa mi devi chiedere, vai in Internet”.
Ma un po’ di nero su bianco lo devo mettere, perché ho avuto un’opportunità che non a tutti è concessa, perché non tutti vanno su internet, seguono le sue conferenze o leggono i suoi libri. Soprattutto perché tutti questi sono abituati a parlare di quello che ha fatto e non di chi è, ma soprattutto perché il dietro le quinte per la maggior parte della gente è sempre cosa di poco conto. Ma non lo è per me, perché è proprio da dietro le quinte che nasce tutto.
img_0023Viaggiare con Padre Kizito per almeno un mese, è stato un viaggio nel viaggio, un viaggio più lungo, che forse non basterebbe neppure una vita per portarlo a termine, anzi un viaggio del genere da soli non avrebbe senso e non so se tornerò mai più in Africa per fare il turista. Ma lungo non significa interminabile, il tempo è volato, veloce come le grandi nuvole che viaggiano a due passi nel cielo d’Africa.
La storia di Renato Sesana per tutti Padre Kizito è impossibile da raccontare, non ne sarei mai all’altezza. Quello che però posso provare a raccontare é di come mi ha preso senza farmi tante domande, un po’ di tempo per conoscerci e poi l’amicizia, nient’altro, ma questo forse è molto più di qualsiasi altra cosa. Ero partito con una frenesia incredibile, avrei voluto immortalare in un modo o nell’altro ogni istante, ogni sua parola, ma alla fine ho visto che c’era qualcosa di diverso, il rapporto umano, il dialogo, insomma con lui mi sentivoimg_0060viaggiare, e mi sono accorto che non era più così importante cercare di raccontarlo ma che era meglio ascoltarlo. E si viaggiare…perché il Father non è solotutto quello che di lui si trova su Wikipedia, sulle prefazioni o sulle recensioni dei suoi libri o nei suoi vari interventi fatti in giro per il mondo in qualche famosa università o in qualche importante congresso o alla televisione.
E’ anche un instancabile e concreto lavoratore. Io sono della teoria che più di un lavoro al giorno in Africa non riesci a fare, lui dall’alba al tramonto riusciva a concluderne diversi.
img_0336Padre Kizito per tuttiFather è anche un ottimo agronomo, dietologo, nutrizionista, architetto, imprenditore del bene, umile operaio, educatore, autista, un uomo, un’eccellente cuoco ma sopratutto un viaggiatore.
Quando gli ho detto: “Father a me questi 40 giorni mi sono proprio volati”, lui mi ha risposto ” lo so bene, a me sono volati 40 anni”. Se uno mi domandasse chi è Kizito, la mia risposta oltre a quella di essere un uomo che andrebbe santificato su questa terra (ed in Africa lo è, infatti è statoimg_3936ribattezzato con il nome di un Santo martire dell’Uganda), direi che è un viaggiatore. E’ forse proprio questo il vero spirito del missionario e se Padre Kizito non lo fosse, non sarebbe mai il Father nel vero senso della parola, perché con lui viaggia anche lo spirito e la fede.
Quando arrivavamo nelle chiese dei villaggi o in uno dei centri diimg_3119Koinonia, gli educatori ed i ragazzi che vedevano spuntare la sagoma del Father e la luce dei suoi occhi azzurri, sembravano respirassero di aria nuova, io li capivo, perché la stessa sensazione la provavo ogni mattina al primo incontro.
Mi passa tutto nella mente come un film, dalla partita a calcio nello stadiodscn1085del fango di Ngong con i bambini che poi saranno arrivati al centro e diventati le nuove stelle della costellazione di Ndugu Mdogo, al viaggio nella verde Tanzania, alla potente Zambia, al mangiare con le mani, ai canti, ai tamburi, alle danze e alle messe, a quello che in poco tempo sono riuscito a sentire a tratti come il mio paese: Riruta Satellite sulla Kabiria road. Un pezzo d’Africa, una strada di quelle strade che hanno un cuore. Suggestiva all’alba sorseggiando un caffè caldo dallaimg_0495finestra dell’appartamento del Father con tutti i fumi che si alzano in controluce, romantica al crepuscolo quando in quelle due ore dalle sei alle otto pare di vedere la vita che prende forma.
C’è una cosa su tutte che mi è rimasta: non mi ricorderò tutto questo come di un continente a forma di “corno”  ma come di un continente a forma  di “sorriso”. Il riassunto forse questa volta sta tutto qui: ho imparato che se tu inizi a sorridere alla vita anche la vita inizia a sorriderti e per tutto il resto Hakuna Matata.
Una sera ero ospite di Jack e dei bimbi al “rescue center” di Ndugu Mdogo,img_0172 una piccola stanza dove ci sono tre letti a castello poco più lunghi di quanto è la lunghezza di un bimbo, 12 per camera e quindi due per letto. Evans il ragazzino con cui condividevo la piazza mi chiamò e mi disse a bassa voce per non disturbare gli altri “Matteo, ma in Italia esistono i bambini di strada”? Dopo un attimo di silenzio fra la commozione e l’imbarazzo risposi “no, noi non ne abbiamo”. Ma quella non era una risposta, qualcosa in più dovevo dirgli: “però noi abbiamo adulti ed anziani che dormono dentro agli scatoloni sotto i ponti”. Evans sorpreso spalancò i grandi occhi bianchi nel buio della piccola stanza e si lasciò scappare un verso di stupore, poi abbassò il capo e come sollevato, al mio fianco si addormentò.



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