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Il bussiness dell’Everest: viaggio con lo zio fra i giganti himalayani

Posted By Matteo Osanna On 22/09/2010 @ 15:30 In Uncategorized | 3 Comments

Può succedere che da una camminata in Valmarecchia nascano dei sogni…che a volte si realizzano. Il mio è un insolito viaggio con lo zio, trent’anni più vecchio di me. “

img_09881KATHMANDU’ (NEPAL) – Vista dall’alto la catena himalayana sembra un’immensa carta stagnola stropicciata e invece non è altro che il risultato dello scontro avvenuto milioni e milioni di anni fa, fra il sub continente indiano e la massiccia placca asiatica. L’aeroplanino colmo di merci e turisti prima sfiora le montagne poi atterra saltellando su di una cortissima pista in salita dove ad attenderlo fuori dall’aeroporto un muro umano di portatori è di nuovo lavoro. Lukla è la grande porta d’accessoimg_1099 alla valle del Khumbu, da qui parte la Via che porta all’Everest. Si sfila tra piccoli bazar, sotto l’incessante sventolio colorato delle bandierine di preghiera e carovane di yak, cambiando ogni tanto versante, attraversando lunghi ponti sospesi. Negli anni venti quando ormai i due poli erano dati per conquistati, l’Everest venne definito il terzo polo. Sono passati più di 50 anni dal 29 maggio 1953 quando il neozelandese Edmund Hilary e lo sherpa Tenzing Norgay misero piede sulla cima più alta del mondo per la prima volta. Da allora molte cose sono cambiate, grazie all’Everest è nato un bussines e 1-edmund-hillary-e-tenzing-norkay-alla-loro-spedizione-sulleverestguardando i prezzi a volte ci si dimentica di essere in Nepal ed essere in Europa. Ancora oggi attorno a questa giostra, ogni bene di consumo, per chilometri e chilometri e migliaia di metri di dislivello, viene trasportato con l’antica forza dei muscoli, per questo più si sale più i prezzi tendono a lievitare. Nei ripidi tratti in salita, salta agli occhi la fatica e lo sforzo dei portatori: la testa rimane nascosta dal carico, le spalle e le braccia non si vedono, solo i talloni spuntano da sotto il carico. L’equilibrio vitale che si è creato in questa valle ruota attorno ad un unico filo conduttore: il turismo, dove tutto viene fatto e costruito img_1108in funzione di esso. Namche Bazar è nata proprio così, la capitale della valle e del popolo sherpa è stata “portata” sulle spalle della gente. Il nostro fisico si abitua lentamente alla quota e la fatica è accompagnata da una sottile emicrania. “Om mani padme um” dicono le scritte bianche che all’improvviso appaiono sui grossi sassi lungo il sentiero. Recitano il mantra che purifica l’uomo dai sei complessi dell’ego. Orgoglio, ottusità, gelosia, cupidigia, ignoranza e rabbia vengono trasformati nelle sei qualità della mente illuminata: resistenza, armonia, generosità, buon comportamento, entusiasmo e comprensione. Lungo la via, il Monastero di Tenghboche rappresenta un luogo sacro, “dove a nessuno img_8699deve essere fatto alcun male”, dove la parte finale di un’ insegna vicino al monastero riporta: “possiate viaggiare in pace e camminare nel diletto e possa la benedizione del perfetto essere sempre con voi”. Da qui in poi, si ha come la sensazione di varcare una soglia invisibile, ci si lascia la materialità alle spalle per dirigersi verso il divino. Camminare fra queste valli, significa anche inciampare in qualche leggenda: “Un Grande Lama che viveva in un piccolo monastero di un villaggio qui vicino, un giorno fu avvicinato da un essere mai visto prima, era grande e peloso. Lo yeti ovvero l’abominevole uomo delle nevi, continuò ad aggirarsi sempre più frequentemente nei dintorni del monastero finoimg_1445 ad instaurare una stretta amicizia con il Grande Lama. Un giorno però in una delle sue camminate, il Grande Lama trovò lo yeti morto proprio nei dintorni del monastero. Fu talmente dispiaciuto che per continuare a vederlo, volle conservare la sua testa”. La dura ascesa prosegue, oltre i 4.000 metri di altitudine la valle si allarga, potrebbe sembrare di essere arrivati al nulla e invece ci si trova nell’immenso, in una dimensione in cui la Terra appare come alle sue origini. Luce sempre più ardente, aria vuota, rocce al posto delle piante. Si sale attratti da queste montagne che producono su di noi un “effetto calamita” e a quota 5.050, troviamo il gioiello della tecnologia italiana 2-piramide-oservatorio-5050-mtconosciuto da tutti come “Osservatorio-Piramide”. Ideato dal prof. Ardito Desio, è diventato oggi, gestito dal comitato Ev-K2-Cnr in collaborazione con l’Accademia di Scienze e Tecnologia Nepalese un laboratorio di studi e ricerche ad elevata altitudine. La struttura dotata di avanzate tecnologie ed autosufficiente dal punto di vista energetico, offre un’insostituibile opportunità per lo studio dei cambiamenti climatici e ambientali, della geologia e dei fenomeni sismici, della medicina e della fisiologia umana in condizioni estreme. Ancora più in alto invece, nei pressi delle voragini azzurrine e delle3-nei-pressi-del-campo-base-5364-mt-riunione-straordinaria-del-consiglio-dei-ministri-nepales cattedrali di ghiaccio del Campo Base (5.364 mt.), si tiene in via del tutto eccezionale una riunione straordinaria del governo Nepalese, che anticipando di qualche giorno il confronto di Copenaghen vuole inviare un messaggio al Mondo intero riguardo l’impatto che il riscaldamento esercita sull’Himalaya. Il premier Madhav Kumar Nepal (giunto in elicottero assieme ad un ventina di ministri, tutti muniti di mascherina per l’ossigeno) ha sottolineato che “le questioni relative al 4-veduta-panoramica-da-kala-pattar5550-in-basso-campo-base5364-in-alto-a-destra-la-vela-del-nclima non riguardano solo l’Himalaya, ma l’intero pianeta”. Con questa storica ed insolita riunione il Nepal “chiede a tutte le grandi nazioni che emettono più gas nocivi, di ridurne urgentemente l’intensità, esortando i paesi ricchi ad assumersi maggiori responsabilità”. Con la speranza che questo avvenga ma che soprattutto serva a qualcosa, saliamo ancora e mettiamo lo scarpone sul nostro obiettivo: il Kala Patthar (pietra nera) a quota 5.550 metri. A questa altezza l’aria è rarefatta, si respira infatti solo il 50% dell’ossigeno che si dispone sul livello del mare, ma è la perfetta conclusione di questo viaggio dove la cima della Terra si svela al nostro sguardo e aimg_85791 quello del cielo. Per gli orientali la montagna più alta del pianeta è madre perché da lei sgorgano i fiumi e quindi la vita. Per tutto il resto del mondo invece l’Everest simboleggia il limite, perché lassù la terra finisce. Possiamo dunque dire che lassù vita e morte per un attimo si sfiorano? Credo di si. Da quando sono iniziate le scalate alla vetta le statistiche (aggiornate al 1996) dicono che chi tenta la salita ha tre possibilità su quattro di rimanere vivo. Un amore e una passione quello della montagna che viene sempre più spesso travolto e annullato da troppe persone che non fanno altro che rincorrere un primato. Forse sarà solo che io vivo questo amore diversamente: guardo, ammiro, vibro, incamero e me ne vado. Ancora un ultimo sforzo per abbracciare lo zio, ce l’abbiamo fatta la nostra salita finisce qua.

Matteo Osanna

Foto Everest:

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