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In diretta dall’India: “Viaggio alle Sorgenti del Gange” (Garwal, INDIA)

Posted By Matteo Osanna On 20/07/2009 @ 23:00 In Uncategorized | 16 Comments

Italia – Delhi 21-22 Luglio 2009

In qualsiasi parte del Mondo, l’ essere umano ha sempre cercato di stabilire un dialogo con Dio e sempre in ogni luogo,  ha fatto lo stesso con i fiumi. Non è un caso che sulle rive di qualsiasi corso d’acqua di notevole importanza e non, sia partita la vita seguita poi dalla civiltà. Così sta capitando anche a me, che sentendomi parte della specie umana,  mi ritrovo sempre più spesso a chiaccherare con Lui e  vedere scorrere un fiume al fianco di ogni  viaggio intrapreso; in Ladakh, la risalita del fiume Zanskar in pieno inverno quando era ghiacciato, in Nepal la valle del Kali Gandaki per raggiungere il Mustang e a casa nostra in Romagna, l’indimenticabile risalita completa dalla foce alla sorgente del nostro fiume, il Marecchia. E’ ormai tutto pronto e per ancora una volta mi ritroverò presto in  un viaggio con a fianco un’altro fiume: il Gange. Quello che cercherò di fare oltre a tentare di mantenere una piccola collaborazione a distanza con il quotidiano La Voce di Romagna, sarà quello di aggiornare il blog con la maggior frequenza possibile, in modo tale che chi mi segue, anzi chi ci segue (con me ci sono anche Diletta e Cristina), possa vivere il viaggio in diretta.  Ormai non resta altro che aspettare ancora qualche ora e partire…il viaggio ci chiama…e che il viaggio sia buono!

Matteo Osanna

” Rompi gli indugi. Parti. E ricorda che il passo più difficile

non è l’ultimo, nonostante la stanchezza accumulata nel cammino,

ma il primo, che ti costringe ad abbandonare l’inerzia dei tuoi giorni.

Questo sentiero sarà la via, la direzione, la meta.

Prosegui con il tuo ritmo verso lo sfondo che appare lontano,

ma che presto diventerà primo piano. Copri la distanza.

Consuma altro dislivello. Respira aria rarefatta delle altezze.

Osserva, e lascia parlare queste curve secolari, questi luoghi generosi

di vita, queste grandi montagne “.

(Tratto da Meridiani Montagne)

Italia, 24 Luglio, via sms

India – 24, 25, 26 luglio 2009
Peccato, in questi giorni Internet non funziona in questa parte d’India.
Il lavoro prosegue comunque. Spero di riuscire ad aggiornarvi il prima possibile. A presto.

Rocco per Matteo

Italia, 26 Luglio, via email

Mi scuso per il ritardo ma da qua è veramente fatica aggiornarvi. Impossibile per il momento riuscire caricare le foto, dovete accontentarvi delle notizie. Quello che leggerete è il racconto delgi ultimi tre giorni che sono riuscito ad inviare a mio cugino Rocco via mail dopo un numero infinito di tentativi. Spero di riuscire nei prossimi giorni a migliorare il tutto, ma non dipende da me. Ciao a tutti e continuate a seguirci.

Rocco per Matteo.

Delhi-Rishikesh, 23 Luglio 2009

Arrivati a Delhi nella notte. Di nuovo l’ India, questo paese dalle mille contraddizioni, dove quelle cose rimaste ancora1 inalterate nei secoli si mescolano oggi nell’ India moderna, quella che cresce e che avanza a ritmi vertiginosi. Si parte e come tutte le volte bisogna fare l’abitudine alla guida indiana e ti dici: “impossibile farlo per un occidentale” ma subito dopo ti chiedi anche “come fanno loro”. La risposta è forse nella frase che ogni tanto qualche indiano ripete “anything is possible in India”. Quando la macchina prende velocità significa che ci lasciamo alle spalle la città, ma a volte è solo un’illusione perchè ci si ritrova spesso fermi in qualche fila  causata da incidenti o da qualche altro inspiegabile motivo. Tutto fa parte del gioco e di quella cosa, anzi di quella frase, che quando programmi uno spostamento la lasci sempre per ultima: 2“tempi indiani permettendo”. Bisogna dirigersi verso l’Uttarachal (paese del nord) e più precisamente nella provincia del Garwal perchè si entri nel vivo del viaggio, dove si possono trovare le vette più importanti dell’Himalaya indiano e dove nascono i due fiumi più sacri per gli indù: la Yamuna e  la Ganga (Gange). Ricordate il disco “white album” dei Beatles? Bene alcune di quelle canzoni le scrissero proprio qui a Rishikesh dove ci troviamo ora. Negli anni sessanta questa tranquilla cittadina che si sviluppa su ambe le sponde del Gange, venne resa famosa proprio dai ragazzi di Liverpool che trascorsero lunghi periodi di meditazione all’interno di un ashram (luogo per il ritiro spirituale) diventando così oltre che un ritrovo4 per hippy un polo di attrazione per chi va in cerca di spiritualità. Rishikesh con i suoi innumerevoli asharam viene considerata oggi la “capitale mondiale dello yoga”. Numerosi indiani giungono fin qua per bagnarsi nelle acque del Gange. Molti di loro vengono da lontano e non sono abituati a vedere noi occidentali così spesso come accade  agli abitanti del luogo e te ne sono grati se sei disposto a fare con loro una foto. Uno addirittura mi ha anche chiesto di fargli un’autografo su di una banconota! La spiritualità della città la si ritrova soprattutto alla sera lungo i ghat, quando al tramonto, al tempio di Parmath Niketan Asharam, sotto gli occhi della dea madre Ganga, qualche turista perso fra i pellegrini e le luci delle candele,  ipnotizzato dai canti e dai tamburi, assiste alla  cerimonia della puja serale.

Matteo Osanna

Rishikesh-Janchichatti, 24 Luglio 2009

5Lasciamo il punto in cui il Gange incontra la pianura e ci dirigiamo a nord verso Uttarkashi dove poi si prenderà la strada che sale verso fino ai 2.500 metri di Janchichatti a sei chilometri dalla nostra prima sorgente, quella del tempio di  Yamunotri dove sgorga il fiume Yamuna. Basta affrontare la prima curva e incrociare subito uno dei particolari cartelli che invitano l’automobilista  a guidare con prudenza. Lasciamo un caldo umidissimo per ritrovarci in un clima più mite. E’ tutto un sali e scendi, il percorso povero di ponti obbliga la strada a seguire il pendio della montagna. Lungo la nostra strada di questa giornata a tratti soleggiata, a tratti nuvolosa, incrociamo parecchie frane date in custodia ai cantonieri delle strade, gli spaccapietra. Il nostro pellegrinaggio è3 inziato ieri con una cerimonia di benedizione indù avuta in un tempio di Rishikesh, l’ultima tappa prima dell’ inizio del Char Dham e cioè del motivo perchè siamo qui. Faccio due passi indietro. “Questo viaggio, era una cosa già prevista da tempo, ma chi viaggia lo sà, si devono combinare diversi fattori che spesso è difficile metterli in fila. La salute prima di tutto, poi il tempo e il danaro che vanno di pari passo,  ed infine se la si trova la compagnia giusta. Poi qualche mese fa quando ritornavo dal Mustang, a Muktinath conobbi un asceta alla ricerca dell’illuminazione, i cosidetti Sadhu che non faceva altro che ripetermi ridendo, una filastrocca di quattro nomi che così velocemente non capivo. Poi a forza di ascoltare,  quei quattro nomi diventarono Badrinath, Kedarnath, Gangotri, Yamunotri.” Questo è il Char Dham e questi quattro luoghi sono templi sacri dove si trovano le sorgenti dei fiumi Alakanda, Mandakhini, Bhagirathi, Yamuna. Questi quattro fiumi danno origine al Gange.

Matteo Osanna


Yamunotri Temple (1°sorgente), 25 Luglio 2009
(alt. 3.208 mt.) (Lat. N 30°59.963′  E 078°27.743′)

11Yamuna, ha una sorella gemella di nome Yama, Signore della morte; “la leggenda vuole che i pellegrini che si immergeranno nelle sue acque, saranno salvati da una morte faticosa”. Finalmente si parte. Oggi siamo diretti al primo tempio del pellegrinaggio, quello di Yamunotri, dedicato al dio Vishnu il preservatore, colui che protegge e sostiene tutto ciò che di buono c’è al mondo. E’ iniziato un viaggio, che ogni credente induista vorrebbe almeno intraprendere una volta nella vita. I pellegrinaggi vengono effettuati per varie ragioni: chiedere agli dei di esaurire un determinato desiderio, portare le ceneri di un parente ad un fiume sacro o acquistare meriti spirituali. Il sentiero, che segue dall’alto il corso del fiume, parte subito in salita. E’ tuttavia un sentiero ben tenuto  e i 700 metri di dislivello si spalmano bene nei sei chilometri che bisogna affrontare per raggiungere il tempio.
Basket? E’ la domanda con la quale i coolies (portatori) si avvicinano proponendoti di farti salire nel loro cesto, ottenendo così per un giorno, il lavoro assicurato. Horses? Questa invece è la domanda con la quale i cavallanti mettono a disposizione sempre per lo stesso motivo i loro cavalli. Pellegrini di diversa casta e diversa età affollano il sentiero. La maggior parte salgono a dorso  di cavallo, altri seduti nelle21 gerle cioè nel cesto trasformato in sedia, altri ancora nelle portantine tenuti in spalla da quattro uomini che camminano tutti allo stesso passo. A piedi siamo in pochi e tra quei pochi ci siamo anche noi. Si incontrano diversi punti di ristoro lungo il percorso, dove ci si può dissetare con tè ed acqua perchè gli alcolici e le bevande nere (caffè, Coca Cola) sono vietate e  ci si può sfamare mangiando qualcosa, naturalmente vegetariano. Nelle grotte ci vivono i baba dove si riuniscono in preghiera e meditazione. In un pellegrinaggio non si può rifiutare l’invito di un baba, così ci accomodiamo a terra dove riceviamo in offerta tè e benedizione. Ora abbiamo anche noi quello che tutti hanno, il tipico segno arancione sulla fronte, il Tilak, a simboleggiare il terzo occhio, lasciamo un 41offerta e proseguiamo il cammino. Gli incontri sono piacevoli, a volte un sorriso è seguito da una stretta di mano e spesso dalla richiesta di una fotografia insieme, poi, con un Namaste ci si saluta. Si continua a salire fra lo scrosciare delle acque fino a giungere ad un ritrovo di cavallanti e portatori. Siamo alle porte di Yanumotri. La particolarità di questo tempio è che al suo interno, ci sono delle sorgenti di acqua calda. Le puje vengono effettuate attorno di quella che viene considerata la sorgente e al suo fianco c’è una sorta di pozzo la cui acqua sgorga a 50° dove la gente in dei sacchetti di tela, ci cuoce riso e patate. E’ giunta l’ora del bagno…bisognerà pure salvarsi da una morte faticosa!

Matteo Osanna


Gangotri, 27 Luglio 2009
(alt. 3.058 mt.) (Lat. N 30°59.658′ E078°56.478′)

Finalmente per un giorno la sveglia suona ad un’ora decente. Dobbiamo infatti  aspettare le ore 10.00 che apra il img_8402Tourist Office ad Uttarkashi dove dei funzionari della polizia rilasciano i permessi per accedere al Gangotri National Park. I fatti si svolgono all’interno di una casetta rotonda in legno dove poco dopo che sei dentro ti ritrovi tutto bagnato dal sudore con in vestiti appiccicati addosso come un francobollo. Nel frattempo un impiegato con la tipica calma indiana ricopia i nostri dati su di un libro, poi il libro viene passato ad un’altro impiegato che li ricopia su di un’altro libro che poi, lo passa ad un’altro che li ricopia ancora su di un registro che alla fine assieme ad un foglio bianco con sopra scritti i nostri nomi in nero, lo passa al funzionario capo, che dopo img_8840averlo letto da sotto gli occhiali, lo firma e me lo dà in mano. Finalmente abbiamo il permesso. La strada è la solita strada di montagna, fatta di buche, frane e curve cieche. Da Uttarkashi inizia quello che i geologi chiamano il grande Himalya Indiano. La strada costeggia il corso del fiume Gange che qui viene ancora chiamato Bhagirathi, prima dal basso, poi dall’alto, poi iniziano i saliscendi. Si può notare come la strada abbia rubato del posto alla montagna, per un bel tratto è un cantiere continuo. Diverse cascate precipitano dagli alti pendii e formano enormi nubi di goccioline d’acqua quando arrivano a toccare l’impetuosa corrente del fiume. I boschi dalle enormi piante si infoltiscono, l’aria si fa più frizzantina, siamo arrivati a Gangotri, rifugio di rishi (uomini santi) e saggi in fuga dalle tentazioni del mondo, meta di pellegrini in cerca di salvezza, uno dei luoghi più sacri di tutta l’India. Un tempo il Gange sgorgava proprio qui a Gangotri, da qui nacque la sacralità del luogo, ora il ghiacciaio è arretrato di 19 chilometri fino a Gaumukh. Una stradina affiancata da negozi, conduce all’ingresso del tempio della dea Ganga. Altro tempio e dunque altra puja per noi, sulle rive del fiume dove il rumore assordante dalla corrente faceva sentire img_8125a malapena le parole incomprensibili del sacerdote che ci faceva la funzione. Quello che poi accade sulla piazza dei pulman di Gangotri è una piacevole sorpresa che faccio fatica a spiegare dal momento che sono arrivato che era già tutto cominciato. Un gruppo di pellegrini provenienti da non so dove, festeggiava il proprio arrivo a Gangotri. Erano tutti gioiosi, uomini e donne creavano un cerchio assieme alla folla e ai curiosi. Tre uomini suonavano i tamburi ed ogni tanto all’interno del cerchio umano, qualcuno cadeva in trance ed iniziava a ballare, in alcuni momenti diventavano anche una decina. Partivano con un grido e poi, i loro corpi ondeggiavano, i loro occhi img_8489si rovesciavano, le loro palpebre vibravano. Siamo stati fortunati, è difficile in un viaggio trovarsi nel posto giusto al momento giusto, forse ce lo meritavamo. Vi lascio con una leggenda. “Molti e molti anni fa il re Bhagirath salì in pellegrinaggio sui monti himalayani dove pregò e meditò in povertà e penitenza fino a quando le sue preghiere di far scendere la dea Ganga sulla terra, vennero esaudite da Shiva. Ma la dea Ganga cadendo dal cielo avrebbe distrutto la terra con la sua potenza se Shiva, imprigionandola nella foresta dei suoi capelli, non l’avesse domata e ridotta a sorgente benevola e purificatrice. E così Ganga scese dalla fronte di Shiva, seguì il re Bhagirath e si scavò il suo corso in questa valle stretta e profonda che da allora, come il fiume, prese il nome di Bhagirathi, il re pellegrino”. E’ da qui che parte il nostro secondo trek, il più famoso verso le sorgenti, per raggiungere la cosidetta Gaumukh (bocca della mucca).

Matteo Osanna


Uttarkashi, 31 Luglio 2009
Trek dal 28/07 al 31/07 2009
(Gangotri-Bhojbasa-Gaumukh-Topoban)

1° Giorno -BHOJBASA-(alt. 3.787) Lat. (N 30°57.119″ E079°03.044″)

12Bisogna lasciarci alle spalle il villaggio, raggiungere il tempio ed attraversarlo per prendere il sentiero che porta a Bhojbasa. Abbiamo con noi due portatori: Bin ha ventidue anni ed è il capo, Lil ne ha diciotto ed è il suo aiutante. Entrambi sono nepalesi, fanno la stagione qui a Gangotri come portatori perché la rupia indiana è più forte di quella nepalese. Bin quando dice “choolò” significa andiamo. Il sentiero si alza dolcemente sul lato destro orografico della vallata, in mezzo a boschi di conifere e betulle, tra cespugli di fiori e di bacche colorate. Incontriamo pochi pellegrini, al di sotto delle nostre aspettative, dato anche dal fatto che a differenza di Yamunotri, il percorso dura diversi giorni e si presenta più difficile. Il cielo minaccia pioggia e giunti a Cheerbasa la nostra previsione si realizza: piove. Ci ristoriamo con un tè caldo nell’unica casetta che assieme a due grotte ed un gazebo in lamiera ne costituisce il villaggio. Si riparte sotto una 22leggera pioggerellina, lungo questa salita che non presenta particolari difficoltà se non quella di stare attenti a non prendere storte sul sentiero, reso disconnesso dai numerosi sassi. Passati i 3.600 metri la pioggerellina va esaurendosi, siamo ormai all’ altezza delle nuvole che formano una riga grigia ai lati e all’orizzonte, a metà delle montagne. Ma non possiamo lamentarci, siamo qua in pieno monsone. Giungiamo a Bhojbasa, un luogo di sosta per i pellegrini che vogliono salire fino a Gaumukh, “la bocca della mucca”, la sorgente del Gange. Bhojbasa non offre niente di particolare, soprattutto oggi che il monsone ci passa davanti agli occhi, non è possibile ammirare né i verdi pascoli, né le spettacolari meditazioni, né la bellezza del ghiacciaio di Gangotri che con i suoi 25 Km di lunghezza, è il più lungo in Himalaya. A Bhojbasa di giorno si vive alla luce del sole alla sera a quella di un generatore e lampade a petrolio.

2° Giorno -TOPOBAN (2°sorgente)- (alt. 4.300 mt.) (Lat. N30°55.073″ E 079°04.557)

Continua il nostro viaggio, a piedi naturalmente, per quella che probabilmente sarà la tappa più dura di tutto il 31viaggio. Dobbiamo infatti raggiungere gli oltre 4.000 metri di Topoban, dopo aver percorso una parte del ghiacciaio Gangotri. Anche se ha smesso di piovere da poco, oggi il tempo sembra concedere spazi più azzurri di ieri. Le nuvole si sono un po’ alzate ed è possibile ammirare a tratti le imponenti cime del Bhagjrathi. Poi finalmente ci appare il ghiacciaio di Gangotri, là dove il fiume scompare per noi che saliamo, là dove il fiume Bhagirathi (Gange) viene alla luce per tutto il mondo indù. Questo luogo, è una grotta di ghiaccio alla base del ghiacciaio chiamata dagli indiani Gaumukh che significa “bocca della mucca” (alt. 3.894 mt. Lat N30°55.910 E 079°04.503). Ci avviciniamo al fiume e di conseguenza alla sorgente. Diversi pellegrini indù effettuano le abluzioni, ma con attenzione, perché in questa stagione la portata d’acqua è molto consistente e la corrente molto forte. Rimangono sulla riva e si 42bagnano con una brocca argentata o dorata. “Dicono che in un pellegrinaggio alle sorgenti del Gange, chi si bagna nelle sue acque, vedrà tutte le sue colpe cancellate dalle sacre acque e sarà purificato nel corpo e nell’anima”. Dopo essermi spogliato, anche anche io mi concedo un’ abluzione con una brocca chiesa in prestito ad un pellegrino. L’acqua è congelata e la si sente soprattutto quando la si versa sulla testa. La si sente scorrere fra i capelli, sul collo e sulla fronte; mi viene in mente di quando Shiva accolse tra i suoi capelli la dea Ganga sulla terra. Risaliamo di 7qualche metro fino a raggiungere l’altezza del ghiacciaio e riprendiamo il pellegrinaggio. Gangotri è un ghiacciaio nero, non è di quel bel bianco azzurro splendente perché è coperto di detriti anche se ogni tanto spunta qualche cresta. Procediamo a rilento, per via del percorso a tratti segnalato e a tratti no, facendo molta attenzione nell’affrontare i seracchi. Impieghiamo circa due ore per un tratto di appena un chilometro. Il tempo inizia a cambiare e tornano le nuvole non appena lasciamo il ghiacciaio per affrontare l’ultima impervia salita dove i sassi scivolano via da sotto i piedi, verso il pianoro di Topoban. Durante tutto il percorso ci si aiuta, non solo tra di noi, ma anche con gli altri pellegrini. Diventa così anche un’occasione per conoscere nuova gente. Scilandra, lo scrivo come si pronuncia, non è solo un pellegrino indiano ma è anche l’editore di un quotidiano di Dheli, il Dainik Bhaskar, il quale ha già scritto un libro sui img_8663Sadhu e ne sta finendo un altro sulla sua esperienza personale nei villaggi Himalayani. E’ anche un profondo conoscitore dello yoga e della meditazione e sa quasi tutto sull’induismo.  Nel primo pomeriggio arriviamo a Topoban, in mezzo alla nebbia. A Taboban vivono attualmente due Baba: Mony Baba, detto “silent Baba”, e Bangali Mata. Seguiamo il ruscello e a sinistra arriviamo da Bangali Mata. Quest’ultima vive sotto una roccia a punta di cui ne ha chiuso il perimetro con dei sassiimg_8643 creando così il suo piccolo e modesto monolocale. A proposito di modestia ecco il nostro alloggio: una piccola casetta dai muri di pietra lunga tre metri e larga due, alta un metro, con il tetto in nailon e lamiera sorretto da dei bastoni orizzontali. La nostra “tana” è posta a qualche metro da quella di Bangali Mata. Lei è vent’anni che vive qui da sola, lascia il suo ashram solo in inverno, nei mesi in cui a Topoban si hanno temperature glaciali. Il vero nome di Bangali Mata è Tara Mae ma da quando ha deciso di rinunciare al mondo, si fa chiamare appunto con il nome di una dea. A circa 200 metri dal nostro ashram, posto su di una piccola collinetta, incontro il secondo abitante del pianoro di Topoban. Anche lui, come Bangali Mata, è un monk che significa “colui che ha rinunciato alla vita”. Anche lui ha rinunciato al suo vero nome e si fa chiamare Nagardas. E’ conosciuto come img_8658Mony Baba, dove Mony significa “colui che non vuole parlare”, infatti lui non parla. Per fortuna c’è un suo amico, un altro monk che sa tutto di lui. Parla inglese con me e hindi con lui e Mony Baba gli risponde annuendo con dei si e dei no. Quello che riesco a sapere da questa insolita intervista, è che, a diciassette anni ha deciso di diventare Baba. Ora di anni ne ha ventisei ma dato che ha lasciato e dimentico la vita comune, di anni ne ha ventidue, non tiene alcun contatto con i familiari, mi mostra un quadro con tanti dei, sono loro i suoi genitori fratelli e sorelle. Anche lui in inverno lascia l’ashram ma non si allontana, si ferma qui a qualche chilometro, nella vicina Bhojbasa. Entrambi seguono la “ralisation” cioè la visione di dio in tutte le cose. Ritorno al nostro asrham dove la nostra baba ci serve la cena. Anche Scilandra, il giornalista, dorme dalla Baba, perché non approfittarne dato che sa tutto? Scilandra, puoi accennarmi qualcosa sui Sadhu? “Il sadu è un asceta, un santo, colui che va alla ricerca dell’illuminazione. Questi viaggiatori senza tempo non hanno img_8185altro compito che realizzare la propria liberazione dal mondo delle illusioni. Alcuni di loro si fermano in qualche luogo, altri vagabondano senza fretta da un tempio all’altro. Portano i loro capelli lunghi annodati, vivono di elemosina e praticano lo yoga. Ne esistono diverse sette, alcuni sono vestiti di arancione, altri di giallo, altri coperti dagli stracci più strani, altri ancora come i sadu naga, sono nudi e coperti di cenere dei morti cremati. I loro simboli sono la ciotola per l’elemosina, il chilum per fumare la charas, le strisce bianche, rosse e arancioni sulla faccia e per finire il tridente che sta a significare la trimurti, il triplice aspetto, la sacra triade indù composta da Brahama il creatore, Vishnu, il conservatore e Shiva il distruttore.”

3° e 4° Giorno (rientro a Gangotri)

img_8187Questa mattina ci alziamo presto perché stando a quello che ci dice la nostra baba, nelle prime ore del mattino la giornata potrebbe essere limpida. Sorseggiamo un tè poi accompagnati da Bin, la nostra guida, ci incamminiamo lungo il pianoro. Non dobbiamo attendere molto che si alzi la nebbia per renderci finalmente conto di dove img_8192siamo. Le nuvole di mano in mano si dissolvono e lasciano spazio alle montagne che salgono al cielo. Torreggiano attorno a noi montagne spettacolari tutte tra i 6.000 e i 7.000 metri. Le tre cime del Bhagjrathi in contro luce sembrano farci da guardia, il Kedardrom, lo Shiviling e il Meru sono uno spettacolo. Il pianoro di Topoban è semplicemente incantevole, se poi lo guardi dal costone che fiancheggia il ghiacciaio è img_8718superlativo. Anticipiamo la partenza perché il più giovane dei nostri portatori sta soffrendo da ieri sera di mal di montagna, tanto da far fatica a reggersi in piedi. Così prendiamo un bagaglio grande e cerchiamo di diluire il più possibile le cose nei nostri zaini personali. Rientriamo a Bhojbasa dopo aver assistito al calvario di Lil che camminava per un po’, poi si inginocchiava, poi vomitava e infine si stendeva tra i sassi. Alla fine mi è toccato portare anche il bagaglio più grande perché Bin si è ritrovato sulle spalle il povero Lil. Ma in un pellegrinaggio, come già detto bisogna aiutarsi e l’azzerare le gerarchie tra turista e portatore non deve essere mai un problema. Siamo stanchi ed esausti, ma felici e carichi, con dentro agli zaini quell’energia, che la si trova lungo il sentiero e la si raccoglie nel pianoro di Topoban.

Matteo Osanna


Joshimath, aggiornato al 05 Agosto 2009

(Dal 01/08 al 05/08)

In viaggio dentro la macchina attraverso un paesaggio bellissimo….lungo una strada dov’è meglio non guardar di sotto. Amar non ve l’avevo ancora presentato, è il nostro autista. Serio, puntuale, efficiente. Non ama parlar troppo e per sentirgli dire una parola img_8857bisogna fargli una domanda. Sposato e padre di due figli è un indiano autentico, porta i baffetti e come tutti gli indiani mette la “P” al posto della “F” nella pronuncia delle parole inglesi. E’ il classico autista di scuola coloniale, uno di quelli che se glielo lasciassimo fare, farebbe il giro della macchina per aprirci e chiuderci le portiere ad ogni fermata. Amar, evita benissimo le mucche, le greggi di capre, i cavalli e i muli. Cerca di attutire i difetti della strada, affronta i tratti fangosi con concentrazione. In Garwal, a chi guida, non è permesso ascoltare la musica, così sa lui quando spegnerla e quando poterla riaccendere. Come tutti gli autisti suona sempre il clacson: ad ogni curva, prima, durante, e dopo il sorpasso, quando incrocia una macchina, un gregge, una mucca, una persona. Suona sempre, anche nei pochi tratti in cui la strada è diritta e libera da tutto. Ha oltre 25 anni di esperienza, conosce il suo lavoro. Amar guadagna 3.000 rupie al mese e cioè l’equivalente di 50 euro. Quando gli ho detto che per me era impossibile, lui ha fermato la macchina e da sotto il seggiolino ha estratto un blocchetto con le sue ricevute di busta paga. “E’ tutto vero, anzi in alcuni mesi non sono state  neppure 3.000 le rupie”. Nonostante questo misero stipendio, Amar è riuscito a costruirsi una vita e una famiglia e quando può cerca di arrotondare, è un bravo meccanico. Ha la fortuna però di lavorare senza sporcarsi le mani, senza rompersi la schiena, ha la possibilità  di girarsi tutta l’India con i turisti, è un lavoro che non vuole perdere ed è per questo che lo fa bene, chiude sempre il discorso con un “thank you Sir”.

All’inizio avevo detto che con me c’erano anche Diletta e Cristina, ma non ve le avevo ancora presentate: ordinate, presenti, coinvolte, propositive, molto simpatiche e col senso dell’umor. Splendide compagne di viaggio che non si lamentano mai, che mi stupiscono, che mi sopportano e mi supportano come segretarie e dattilografe nonché come ricercatrici e studiose. Non sò come  potrò alla fine del viaggio fare a meno di loro, ma se me lo consentiranno, vorrei mettere anche una loro fotografia con il numero di telefono, così se un giorno sarete in cerca di compagnia per un viaggio,  potreste chiederle  se fossero disposte a partire con voi, non si sà mai! Consigliatissime!!!!

Matteo Osanna


Kedarnath (3° sorgente), 02 Agosto 2009

(alt. 3.550 mt.) (Lat. N 30°44.152″ E 079°03.398″)

Il viaggio continua passo dopo passo, su e giù per queste splendide valli. 13Continua anche la nostra dieta vegetariana perché altro non si trova e continuano i templi che significano per noi luoghi dove ricevere una puja, una benedizione che fino ad ora ci ha sempre portato bene. Via, andiamo a Kedarnath. Lasciamo Garikund con la consapevolezza che oggi sarà un duro giorno di cammino, dobbiamo infatti raggiungere i 3.500 mt. di 23Kedarnath affrontando così un dislivello di 1.600 mt spalmato su 14 km. Capiamo sin da subito che dal numero di cavalli, portantine e portatori presenti all’inizio del sentiero, incontreremo molti pellegrini. Sotto un cielo azzurro prosegue il nostro pellegrinaggio lungo questo sentiero lastricato e ben tenuto, largo quanto una carreggiata ma che in alcuni punti non basta quando troppi pellegrini e troppi cavalli si incrociano. C’è tantissima gente, tanti volti, tanti colori, tanti nuovi incontri. Facciamo un pezzo di strada con un Baba che ci insegna un mantra “Om namo shivaya” una preghiera dedicata a Shiva da recitare lungo il sentiero. La maggior parte della gente sale a cavallo, molti, sono quelli che lo fanno a piedi. Si cammina in una valle verdissima dove le alte cascate sembrano cadere nel fiume Mandakini dal cielo. Risaliamo dunque oggi il fiume Mandakini, un altro sacro affluente del 32Gange che nasce poco più sopra del tempio di Kedarnath. E’ un bel pellegrinaggio, la cordialità regna in questo fiume di gente, è un piacere fotografarli e continua a succedere quello che è successo fino ad oggi: in alcuni casi te lo chiedono loro. I cavallanti continuano ad avvicinarsi lungo il percorso per offrirti un cavallo, ma ormai siamo arrivati, vediamo Kedarnath, che la raggiungiamo dopo sei ore di 43dura salita. Il tempio è costruito in pietra grigia e nei sei mesi invernali  resterà chiuso ai fedeli. E’ dedicato a Shiva che sfuggì ai fratelli Pandava, assumendo le sembianze di un toro. Si tratta di un luogo di culto talmente sentito che in passato alcuni pellegrini si lanciavano da una roccia nella speranza di raggiungere istantaneamente la liberazione. Si nota camminando per le vie, che ci si trova in un luogo santo dove tutti i negozi vendono le stesse cose, articoli religiosi. Anche a Kedarnath ci sono numerosi Baba, ma molti di loro chiedono soldi, sempre 52soldi, a volte la semplice offerta non basta mentre, sul sagrato del tempio, la statua del toro Nandi viene cosparsa di burro dai pellegrini in segno di devozione, aspettando di ricevere il fuoco dell’ultima puja serale…….Ore 06.00 Il calpestio dei cavalli mi ha tenuto compagnia tutta la notte e l’alba è arrivata presto. Dalle informazioni raccolte ieri da quei pochi che parlano inglese, alle 6 ci siamo recati sulla piazzetta del tempio per 6assistere alla puja dello Shiva day che si tiene ogni lunedi. Il tempio è già pieno, entriamo con la nostra offerta accompagnati da un bramino conosciuto ieri, dove  numerosi devoti accalcati, riveriscono il Dio Lord Shiva nella forma di una pietra triangolare che assomiglia alla parte posteriore di un bufalo. Lasciamo anche questo tempio e riprendiamo il sentiero, lasciandoci alle spalle anche la terza sorgente, immergendoci di nuovo in un fiume di pellegrini e come loro scendiamo felici per avere acquistato meriti ed indulgenze.

Matteo Osanna


Badrinath (4° sorgente), 04 Agosto 2009

(alt. 3.100 mt.) (Lat N 30°44.736′ E 079°29.488)

Raggiungere l’ultima sorgente, quella del fiume Alaknanda, doveva essere la img_9224cosa più facile sulla carta, visto che a Badrinath ci si può arrivare in auto e invece la nostra macchina che sin da ieri dava problemi al posteriore, oggi ci ha abbandonato, “finish” ci ha detto il nostro autista. Trasferiamo i bagagli su di un taxi e ripartiamo alla volta di Badrinath ma una grossa frana  ostacola ancora la nostra strada posticipando l’ arrivo di qualche ora. Il tempio lo si riconosce subito dai colori vivaci di cui ne è dipinto. E’ il più popolare dei templi del “Char Dham” dato che rimane il più accessibile. Badrinath è sempre stata considerata luogo e fonte di salvezza, una salvezza che è frutto della meditazione yoga. Al tramonto le strade sono affollate di pellegrini, le bancarelle lungo la via che porta al tempio img_9246espongono i soliti articoli religiosi e lungo la mura che costeggia il fiume, una lunga fila di Baba, aspetta che una monetina cada dalla mano di qualche buon uomo  e finisca nella loro ciotola. Siamo nel tempio del perfetto, dove Vishnù praticò l’ascetismo assumendo la forma di nano. A Badrinath si è proprio notato di come attorno ad ogni luogo religioso facilmente accessibile venga creato un grosso business e il listino prezzi per una puja che consegnano al tempio, né è una conferma. Scendendo in basso a destra, lungo una rampa di scale, si arriva nella parte bassa del tempio, quella img_9313vicino al fiume dove si trovano le vasche di acqua calda. Fuori non fa molto freddo e neppure i più devoti riescono ad immergersi da quanto è alta la temperatura dell’acqua. Sarà il luogo, sarà il vapore di quest’acqua santa, saranno le vesti di queste genti e i canti ripetitivi di questa ennesima puja, ma essere qui è come trovarsi nella macchina del tempo. Così, sulle voci dei salmi di questi pellegrini, sotto il fuoco del bramino e del suono dell’ultima campana, provo ad essere uno di loro. Penso a questo “Char Dham” che va a concludersi, mi chino e mi bagno, chiedendo all’acqua di questa sorgente quello che ho chiesto alle altre: che mi purifichi nel corpo e nell’anima. Scorre veloce nella mente questo pellegrinaggio, Yamunotri,Gangotri, Kedarnath, Badrinath , quattro parole che abbiamo ripetuto per tutto il viaggio, camminando fra i luoghi più sacri di tutta l’India, nella casa degli Dei.

Matteo Osanna

P.S Il “Char Dham” è finito, ma il viaggio prosegue, lasceremo queste bellissime valli che l’uomo senza alcun criterio sta  deturpando con il cemento e ci dirigiamo verso le calde e torride pianure dove monsone permettendo accompagneremo il Gange fino a Varanasi, la città santa per eccellenza.  Seguiteci,  il viaggio prosegue…..continueremo ad aggiornarvi. (Matteo, Diletta, Cristina)


Haridwar, 06 Agosto 2009

Lasciamo dunque le montagne himalayane dove secondo la leggenda la Dea Ganga sarebbe sgorgata sulla terra, luoghi, dove ancora si seguita a respirare una spiritualità che difficilmente morirà, perchè tutto questo è l’animaaridwar-22 dell’India. Mentre ci dirigiamo verso le pianure per raggiungere Haridwar, il fiume è cresciuto. Le acque del Mandakini (Kedarnath) e quelle dall’Alaknanda (Badrinath) si sono unite a Rudaprayag mantenendo il nome di Alaknanda poi, a Devaprayag altra confluenza, quella più importante, l’Alaknanda si unisce al Bhagirathi (Gangotri) ed è proprio da questa confluenza che il fiume Gange prende il suo nome. All’appello manca solo la Yamuna (Yamunotri) che ora  scorre un po’ più a sud del Gange ma che aridwar-31ritroveremo ad Allahbad, dove si uniranno in un unico fiume. Raggiungiamo Haridwar, la porta delle pianure per chi scende dalle montagne. Haridwar è un importante centro di pellegrinaggio ed è già pronta ad ospitare il Maha Kumbhu Mela, la “grande festa della brocca“, la più importante festività indù che celebra il mito della creazione dell’universo. “Gli Dei ed i demoni lottavano per conquistare una brocca (kumbh) che conteneva il nettare prodotto dal ribollire dell’oceano. Nella lotta caddero quattro gocce sulla terra, dove nacquero le quattro città sante di Allahbad, Haridwar, Nasik e Ujjain”. Cosi ogni dodici anni, ognuna di queste città, ospita la “grande festa della brocca” e nei primi mesi del prossimo anno toccherà proprio ad Haridwar, quando la città verrà sommersa da milioni di pellegrini. Numerosi sono comunque quelli che arrivano sin qui per bagnarsi nelle acque del Gange che in questo periodo sono impetuose, ma la voglia di purificarsi dai peccati, prende il sopravvento. I più bravi si tuffano in acqua e sfruttando la puja-seralecorrente raggiungono l’altra sponda a nuoto, altri resistono alla corrente attaccandosi a delle catene preposte, altri ancora si chinano e bagnano solo la testa. Ogni sera il fiume si accende quando si svolge il Ganga Aarti, una cerimonia di adorazione per il fiume, dove centinaia di fedeli riempiono la scalinata fra i due templi sulla riva occidentale del fiume e tutta la sponda opposta. Al calar del sole, i rintocchi delle campane danno inizio alla cerimonia, un’altra puja, come sempre diversa dalle altre. I sacerdoti accendono i candelabri e li maneggiano muovendoli secondo il rito, mentre i pellegrini accendono le candele, sopra cesti di foglie colmi di petali di fiori che abbandonano, dopo una preghiera, alla corrente del fiume.

Matteo Osanna


Agra, 07 Agosto 2009

La redazione si è momentaneamente trasferita al quarto piano di un lussuoso albergo (costo della camera € 40) 1-crisituato nel centro di Agra, dove paghiamo per questa notte l’equivalente di tutto quello che abbiamo speso per dormire durante le nostre due settimane di pellegrinaggio. Abbiamo anche una presa di corrente che si può definire tale, una luminosa lampada posta su di un tavolino a quattro gambe e una comoda poltrona da scrivania. Arrivati ad Agra, ci siamo lavati e spulciati in una piscina piena di occidentali,taj-maial2 mentre invece sulle montagne si contavano sulle dita di una mano. Anche a tavola le cose sono cambiate: il riso, le lenticchie e le verdure si sono trasformate in cosce di pollo tandoori e patatine fritte; una catena di cibo americano sulla grande strada a fianco dell’albergo ha sostituito gli improvvisati ristori che si trovavano lungo i sentieri; i suoni delle giovani acque dei quattro fiumi che abbiamo visto nascere si sono tramutati negli schiamazzi della città; macchine, tuc tuc e motorini hanno preso il posto di cavalli, portantine e portatori, i templi sono diventati grandi opere. Una di queste è Taj Mahal, la principale attrattiva della città di Agra, un capolavoro architettonico unico nel suo genere, il simbolo più amato e visitato di tutta l’India. Fu costruito per amore, nella prima metà del seicento, da un imperatore Moghul per commemorare la morte della moglie e vi impiegarono 34 anni per portarlo a termine. Ad Agra ritroviamo la Yamuna che seguiremo sino ad Allahbad dove anche lei si riunirà al Gange.

Matteo Osanna


Khajuraho e Allahbad, 08/09/10 Agosto  2009

Per raggiungere Khajuraho bisogna macinare chilometri e chilometri di questa vasta pianura che viene definita come “fascia delle mucche” o “fascia 1khajurao-grandindù”.  In un passaggio della leggenda di Surabhi, “durante il ribollire dell’oceano la mucca dell’abbondanza fu la prima ad emergere. Divenne così simbolo di rigenerazione e prosperità e le fertili pianure dell’India settentrionale si identificano in essa.” Lasciamo per due giorni il corso della Yamuna spingendoci più a sud, verso i templi di Khajurao. Si ritorna nell’India che ognuno si immagina, quella delle cose esagerate che sembrano impossibili. L’India appesa fuori dai bus, l’India dei bisonti negli stagni e delle mandrie di vacche che bloccano le strade, l’India dei motorini con tutta la famiglia sopra, quella delle donne variopinte in fila alle fontane. L’India dei bambini che ti salutano per strada e ti chiedono una caramella, l’India dei sarti e dei barbieri, l’India non più solo vegetariana, l’India delle cremazioni. Manos, l’abbiamo pescato in un bazar di Khajurao, parla un po di italiano che ha imparato in soli due mesi all’università di Jaipur nel Rajasthan. L’abbiamo scelto perchè è stato l’unico che non si è proposto. Il villaggio nuovo di Khajurao, fatto di ristoranti, alberghetti e negozietti,  non è la vera India -racconta Manos-, così ci accompagna nella vecchia Khajurao. Il villaggio è suddiviso in quattro aree, ognuna assegnata ad una casta, con all’interno il proprio tempio e la propria fontana. La prima casta è quella dei bramini (sacerdoti dei templi), la seconda si chiama Chatria (maraja capo villaggio), le terza Bescie (contadini) e la quarta Sudra (spazzini). Khajurao però è famosa per i suoi templi, fatti 2kamacostruire dalla dinastia dei Chandela a cavallo tra il nono e il decimo secolo e scoperta solo 160 anni fa. Degli 85 templi originari, ne restano solo 22. Per la straordinaria maestria e raffinatezza delle sculture che li ornano e che rappresentano molteplici aspetti della vita indiana di mille anni fa, sono considerati tra le migliori espressioni artistiche del mondo.  Due elementi compaiono con maggiore frequenza: le donne e le immagini erotiche. Ancora non è certo il motivo della presenza di queste scene erotiche. Una teoria sostiene che si tratti di un manuale di kamasutra in pietra, che fosse iniziatico per i figli adolescenti dei bramini che crescevano in istituzioni scolastiche religiose esclusivamente maschili. Secondo un’altra teoria sono di ispirazione tantrica. Il termine tantra significa energia del corpo e secondo tale tradizione religiosa, l’appagamento degli istinti più bassi è uno dei modi per purificarsi da ogni negatività e ottenere l’illuminazione spirituale. In questa ricerca del Nirvana il piacere fisico e l’esercizio spirituale sono considerati ugualmente importanti. Degli otto punti dello yoga, il tantra è l’unico che permette all’uomo di incontrare Dio con il corpo, cosa che non avviene con gli altri tipi di yoga dove l’uomo 3conf-zoomincontra Dio solo con l’anima. Riprendiamo il viaggio risalendo a nord, verso Allahbad in questa parte di India dove da quattro anni piove pochissimo e qualcuno parla di siccità, anche ora che siamo in pieno periodo monsonico, infatti non piove. La città di Allahbad, riveste un ruolo importante nella religione indù. Come la città di Haridwar visitata qualche giorno fa, è una città santa, cioè è sorta in uno di quei luoghi dov’è caduta una goccia del nettare che si contendevano i demoni e gli Dei. Altro motivo perchè Allahbad diventi la meta di molti pellegrini, sta nel fatto che la città sorge sulla confluenza dei due fiumi più sacri e importanti dell’India: il Gange e la Yamuna. Dicono anche, che in questo punto, si unisca a loro un terzo fiume, il Saraswati (fiume dell’illuminazione), il mitico fiume sotterraneo. Raggiunta la piccola baia di Sangam, si affitta una barca a 4conf-grandremi e si raggiunge la confluenza dove le acque più fangose del Gange si uniscono a quelle più limpide della Yamuna. Nel vedere questi due fiumi che si incontrano, quando qualche settimana fa ero sulle montagne a vederli nascere, mi viene da pensare a quanta strada ha fatto quest’acqua, a quanta strada deve fare un pellegrino per purificarsi da ogni colpa e a quanta strada abbiamo fatto noi. Al tramonto è tutto calmo,  le acque dei due fiumi che hanno perso l’impeto della loro giovinezza, scorrono lente e si abbracciano e si mescolano senza far rumore.

Matteo Osanna


Varanasi, 11/12/13 Agosto 2009

14Ora il fiume Gange ha assorbito tutti i suoi affluenti, da ieri, anche la Yamuna è stata accolta tra le sue braccia ad Allahbad. Finalmente la macchina si ferma, siamo ad Assi Ghat, sulla riva occidentale del Gange, alle porte  della città vecchia di Varanasi, da dove inizia, salendo verso nord, una fila interminabile di ghat che si perde con il fiume all’orizzonte. La vita spirituale di Varanasi ruota principalmente attorno ai gath, queste 24lunghe file di gradini che scendono fino al fiume e che sono un filo conduttore tra la terra e le sacre acque. Se le ceneri di un defunto vengono gettate da questi gath si crede che l’anima si liberi dal ciclo delle reincarnazioni e raggiunga sin da subito la liberazione. Per questo, molti indù vengono da lontano con le ceneri di un loro caro per gettarle nel fiume. La città è dunque il cuore pulsante dell’universo indù, un punto di incontro tra il mondo fisico e quello spirituale. In India ci sono pochi luoghi pittoreschi e spirituali come Varanasi. Recarsi ai ghat o all’albergo significa a volte smarrirsi in un labirinto di vicoli chiamati gali, a volte troppo stretti per essere percorsi con due bagagli in spalla. La città di Shiva è uno dei luoghi più sacri del paese, dove i pellegrini vengono a lavare una vita di peccati nel Gange, cremare i loro cari o portare le ceneri di una cremazione avvenuta in un 33luogo lontano da qui. E il fiume più inquinato che abbia mai visto, ma non mi stupisce quando vedo tutto quello che ci finisce dentro, invece mi meraviglio quando mi accorgo che alcune persone bevono le sue acque. La maggior parte dei gath viene usata per fare le abluzioni, per insaponarsi, per lavarsi i denti, per fare la biancheria, per fare il bagno ai bufali, per le cerimonie, per fare yoga, per giocare a carte e a scacchi, ma ci sono anche due gath dove i cadaveri vengono cremati in pubblico; il 44principale è  il crematorio di Manikarnika, al quale ci arriviamo nel primo pomeriggio accedendovi dal fiume. In questa città colma di magia e spiritualità, i rituali più intimi di vita e di morte si svolgono sotto gli occhi di tutti. Posato il primo piede al Manikarnika gath, pare di fare un salto indietro nel tempo chiedendoti dove sei finito, sembra di essere all’inferno e invece questo gath è il posto più fausto in cui un indù possa essere cremato. All’interno è proibito scattare fotografie, dicono che 53devi rispettare il dolore, ma se paghi profumatamente il boss puoi fare qualche scatto, e chi se ne frega più del dolore! In questo luogo di culto esiste una sorta di mafia, che a sua volta gestisce gli innumerevoli procacciatori di affari che si spacciano come guide all’interno del crematorio, chiedendoti offerte per comprare la legna ai figli delle famiglie povere, ma non sono troppo sicuro che le offerte  vadano a finire dove dicono loro. Questo è un chiaro esempio di come la morte possa essere trasformata da qualcuno in un mezzo di speculazione. Appare subito agli occhi qualcosa di indescrivibile, i cortei funebri si fanno largo in mezzo al fumo e alla cenere dei corpi che stanno già bruciando. Degli uomini chiamati dom, gli equivalenti dei nostri becchini, trasportano fino alle sacre acque, su di una  barella di bambù, il cadavere avvolto in un sudario che una volta raggiunto il fiume, verrà immerso nel Gange per essere purificato. Nel frattempo si aspetta che giunga il figlio primogenito che, per usanza, deve accendere il fuoco, solo dopo però essersi rasato la testa ed i baffi. Quando arriva il figlio, 61la salma viene posta ed arsa sulla pira e poi consegnata al sacro fiume.  Benché il corpo venga completamente avvolto in un lenzuolo, è possibile dal suo colore distinguere i giovani dagli anziani e gli uomini dalle donne. Spetta un sudario bianco ai ragazzi e rosso per le ragazze mentre per tutti gli adulti, il colore del lenzuolo  può essere giallo, arancione o dorato. A fare da sfondo alle pire infuocate, impilati in cima al gath, giganteschi cumuli di legna 71aspettano di essere pesati su grosse bilance, in modo da stabilire il prezzo della cremazione. Vengono usati diversi tipi di legna da ardere in questo luogo dove la morte non si ferma mai, dove i corpi bruciano anche di notte. Il tipo di legna che costituisce la pira, dà anche un valore alla cremazione, quello di sandalo è il più costoso. Ne occorrono da due ai tre quintali per ardere un corpo umano e riuscire a fare questo è un arte, dato che la salma deve bruciare nel tempo massimo di tre ore. Spesso accade che il torace degli uomini e le anche delle donne, non si riducano in 8cenere e vengono gettati in acqua così come sono.  Il rito della cremazione non è accessibile a tutti. Agli animali, ai lebbrosi, a quelli morti a causa del veleno di un serpente, ai bambini sotto i dieci anni, alle donne incinta e ai sadhu (perché sono già santi), non è concesso questo rituale. Per unirsi anche loro al Gange vengono avvolti in un sudario, legati ad una grossa pietra e gettati nel fiume senza essere bruciati, ma spesso capita che il corpo, liberatosi dal peso del masso, riaffiori in superficie. Alle donne indù non è neppure permesso assistere alla cerimonia, perché le donne piangono e si crede che le lacrime dei loro occhi cadendo nel fuoco, non permettano all’anima del defunto di raggiungere il Nirvana. Basta 9prendere una piccola barca a remi per arrivare sulla sponda opposta e fare una passeggiata in mezzo a pezzi di corpi, sudari vuoti, teschi ed ossa. Anche a  Varanasi quando scende la sera, si svolge il Ganga Aarti, la cerimonia di saluto al fiume, così seguendo le luci delle offerte che galleggiano nell’acqua, giungiamo anche noi sul  luogo della puja per rendergli omaggio, dove sette pujari  stanno già volteggiando in aria i fuochi al ritmo delle campanelle. Questa è per noi l’ultima sera, ed in mezzo ad una folla di indù, io e la redazione proclamiamo la fine di questo viaggio, inchinandoci per ancora una volta alla santità di questo fiume che abbiamo visto nascere e ringraziando gli Dei di essere stati benevoli con noi. Da quando Varanasi prima ancora di Benares si chiamava Khasci che tradotto significa “la città 10della vita”, dal mondo indù è sempre stata considerata un luogo propizio per morire, perché bruciando qui, su di una pira, si ottiene subito la liberazione dal ciclo delle reincarnazioni, ovvero la moksha. Agli occhi di me occidentale ed appartenente ad un’altra religione, suona strano che questo luogo porti anche il nome di “città della vita” quando il desiderio più grande per un indù è di venirci da morto per essere cremato. Ma se la pensassi come loro, Varanasi, sarebbe anche per me uno dei lughi più santi di tutto il mondo, dove il Gange rappresenta il fiume della salvezza, un simbolo immortale di speranza per tutte le generazioni, passate presenti e future.

Matteo Osanna


RINGRAZIAMENTI:

Il viaggio è finito, io e la redazione del mio blog vi salutiamo e vi ringraziamo per averci seguito da casa con la speranza di essere riusciti a farvi viaggiare con noi. Ringrazio innanzitutto le mie compagne di viaggio, Diletta e Cristina (la radazione) per le quali ho già speso parole di stima  ed affetto e senza le quali, probabilmente, non sarei riuscito a fare tutto quello che ho fatto in così poco tempo. Ringrazio anche mio cugino Rocco, sempre presente  e  disponibile nel colmare anche a lunga distanza,  i problemi  informatici. E per finire, vorrei concludere ringraziando il quotidiano “La Voce di Romagna”  ed in particolare il Direttore Franco Fregni, Davide Brullo, Lina Colasanto e l’amico Gabriele Domeniconi, che hanno creduto sin da subito nel mio progetto dandomi la possibilità di realizzare e concretizzare un mio sogno: quello di  essere l’inviato  per una testata giornalistica. Spero di esserci in parte  riuscito  e mi auguro che “la mia voce per la Voce”,  abbia contribuito  ad ampliare gli orizzonti di questo giornale in continua crescita e che a differenza di altri, crede nelle novità ed in quello che un giovane può dare.  Grazie  davvero di cuore a tutti.

Tutte le altre foto, saranno pubblicate al mio rientro nel Principato di Montebello. A presto.

(Cristina, Diletta, Matteo)

Foto Garwal:

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Come promesso i partecipanti:

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Ioli Cristina: cristinaioli@hotmail.com

Mulazzi Diletta

Mulazzi Diletta

Osanna Matteo

Osanna Matteo

Raduno a Montebello

Raduno a Montebello

Ma cosa cercano?

Ma cosa cercano?


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