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Il Frutto dell’Amicizia (Stato del Kachin, MYANMAR)

Posted By Matteo Osanna On 29/08/2008 @ 00:15 In Uncategorized | 2 Comments

-Stato del Kachin- Dall’alto del cielo si vedono le dagobe dorate spuntare dalla jungla e punteggiare ledscn0065 campagne. Il turboelica atterra saltellando in posizione sbilenca, in un aeroporto di campagna nei pressi della piccola e pittoresca cittadina di Putao, nel Myanmar settentrionale, nello Stato del Kachin, ai confini con l’India e la Cina. La maggior parte della popolazione di questa regione appartiene al ceppo Tibeto-Birmano e le principali etnie che la abitano sono i Kachin, gli Shan, i Lisù e i Rawang. Sono zone ancora in parte integre perché classificate come off-limits fino a qualche tempo fa per via di alcune rivolte e perché il governo aveva posto limiti assai rigidi al movimento degli stranieri. Mentre si va in cerca con gli occhi della prima novità, si capisce che tra le novità ci siamo anche noi. Bene! L’alloggio è il campo militare di Kakabourazi, costituito da baracche in legno forse carine al tempo degli inglesi ma oggi quasi malandate.

-Villaggi Rawang- Tha-wa-dum si raggiunge percorrendo per una img_5666quindicina di chilometri una strada tutta sassi e buche impiegandoci circa due ore. Proprio dove finisce la strada, il paesaggio diventa stupendo e mentre aspetto la piroga per attraversare il fiume, non posso fare altro che perdermi con gli occhi, col pensiero e come al solito con l’obiettivo in questo paesaggio, modello “poster gigante”. Raggiunta la sponda opposta ci si incammina lungo un sentiero che segue in prevalenza il corso del fiume, attraversando diversi villaggi di etnia Rawang. Visitiamo l’unica scuola della zona lasciando al preside penne e quaderni da distribuire ai bambini, mandando naturalmente all’aria le lezioni per qualche minuto. Le stradine centrali che attraversano i villaggi sono diritte e pulite, totale l’assenza di plastica e cemento. Nelle costruzioni vengono impiegati img_5628principalmente legno, bambù e pietre. Ovunque i miei occhi guardano lo sguardo si perde nell’ordine e nel pulito, come se il villaggio fosse il giardino di tutti. Ognuno nel villaggio cura il proprio cortile, raccoglie e pulisce con amore i frutti che la loro terra e la loro fatica gli hanno dato. Le donne nei campi con le loro zappe tolgono le rughe alla terra poi, con i rastrelli la pettinano. Qua tutto sembra avere un senso, le azioni, le gesta che ogni essere umano compie dalla mattina quando si sveglia alla sera quando va a dormire hanno un senso. Nel Kachin, tutto è armonico, tutto sembra vivo, senti il fiume sussurrare, vedi le piante truccarsi di frutti e fiori colorati. Ti senti spiato dalla luna mentre dormi nella palafitta del capo villaggio.

dscn0026Si prosegue in questo fantastico mondo non prima di aver salutato il nostro vicino impegnato nel togliere la pelle ad un grosso serpente catturato ieri nella jungla. Una decina di donne viaggiano con le loro gerle piene di sassi dal fiume al villaggio per costruire una scuola. Ogni capanna è circondata da muretti di pietra che ne delimitano la proprietà. Si cammina in una natura incontaminata, in mezzo a queste genti che vogliono bene a ciò che li circonda, prendendo dalla natura solo quello che gli serve. Amano ciò che calpestano, vivono con un profondo e rigoglioso rispetto nei confronti di chi da loro la preziosa possibilità di vivere. Qui la natura è considerata e rispettata veramente come una “Madre”. Si riesce a dialogare attraverso il linguaggio più antico del mondo: gesti, disegni, sguardi, sorrisi.

“Fa caldo, ho tanta sete e non ho più acqua con me. Una signora, la meno timida forse, mette la mano nelimg_5717 suo cesto ed offre un pompelmo ad ognuno di noi. Oltre al gesto, apprezzo molto il momento in cui arriva tutto questo. Questa mano che entra vuota nel cesto e che quando esce mi allunga un pompelmo talmente bello da sembrare un sole, che mi dona questo frutto quando la mia gola era asciutta e la mia sete al culmine. Un dono mandato da Dio.” Questa gente è straordinaria, perché di fronte a stranieri armati di macchine fotografiche e cineprese, si mantengono composti, calmi, disponibili, generosi. Sono come vorrei fossimo tutti…..proviamoci anche noi!

img_5813-Mulashedee- Piove, il cielo è ancora basso e chiuso e quando si presenta così da queste parti non si può fare altro che sperare e sperare tanto. Mulashedee è un villaggio abitato dai Lisù. Questa etnia, si pensa provenga dall’est del Tibet e dispone di un proprio linguaggio. Nella parola Lisù, “LI” significa colore e “SU” persona. In queste tribù ci sono due capi, uno religioso e uno laico. Il laico si occupa delle leggi e dell’organizzazione, quello religioso di fare rispettare le cerimonie e di far da tramite tra gli spiriti e il popolo.

“Dove finisce il ponte di legno, col primo passo, si entra in un posto fatato, surreale, magico e capanna dopo capanna, palafitta dopo palafitta inizia il villaggio diimg_5763 Mulashedee. Ci si sente in un altro tempo, ci si trova in un altro spazio. Sembra di essere all’interno di una bolla di sapone. Un fiabesco mulino ancora in funzione (modello Mulino Bianco) è il primo a catturare la mia ammirazione. Sembra di essere in una rievocazione storica. Mentre il bestiame occupa ogni angolo del villaggio, gli uomini lavorano alle loro capanne e le donne curano i campi. L’ unica stradina è frequentata dai pittoreschi carri con le ruote in legno trainati da buoi. I bambini giocano e ci spiano nascondendosi dietro le sottane delle madri. Gli alberi di pompelmo sono in frutto. Si gira ad occhi spalancati, ad orecchie aperte. Non è facile descrivere ciò che si prova, non è facile spiegare il perché ci si senta così. Si respira profondamente quest’ aria che sembra curativa. I img_5807bambini, ora meno timidi, vedendoci arrivare da lontano si fermano sul ciglio della strada per donarci anche loro un pompelmo al nostro passaggio che nelle loro piccole mani sembra ancora più grande. E’ incredibile, cercano di socializzare senza chiedere nulla, offrendo dei pompelmi. Continua a piovigginare ma la gente sembra camminare sotto di essa senza bagnarsi. Gran parte delle donne portano attorcigliato attorno alla testa un telo, una coperta, un pezzo di stoffa, qualunque cosa che possa fungere da copricapo. Questa gente è bella, non è invadente e pretenziosa, nessuno ti tira per la maglietta chiedendo l’elemosina. In questo villaggio non esistono né ricchi né poveri, tutti sembrano essere posti sullo stesso livello, c’è quello che basta per tutti. Sembrano non conoscere affatto quella parola contro la quale nel nostro mondo ci troviamo a vivere e combattere ogni giorno: l’egoismo. Fotografo alcune signore che anziché chiederci soldidscn0051 e regali come avviene in molti altri villaggi del mondo, ci invitano ad entrare nella loro dimora. Salgo nella palafitta da una scaletta fatta di legno e bambù che mi separa dal mondo esterno. La capanna è delle solite, sotto c’è la stalla, il pollaio e il porcile, sopra si vive. La signora più anziana ci fa accomodare e ci disponiamo in cerchio attorno al fuoco. L’altro giorno guardavo il fumo uscire dai tetti di paglia, oggi, mi scaldo a quel fuoco che genera quel fumo. E’ un momento molto intimo e si sprofonda nella cordialità. L’anziana signora prima tosta il tè, poi lo mette a bollire e una volta pronto lo versa in dei bicchierini di bambù che da quanto mi piacciono li tengo sempre in mano. Poi mette alcuni tuberi nella brace e altri nella pentola a bollire e ce li offre. Intanto nel villaggio è corsa voce che ci sono degli stranieri e ogni tanto entra qualcuno nella capanna per vederci. Si provano sensazioni da “drogati” in mezzo a queste facce così “stupefacenti”…..Raggiungo chi non era con me trovandolo commosso. Chiesi cos’ era successo: “aveva acquistato un mestolo di legno e stava cercando di pagarlo o di offrirgli qualcosa in cambio”. Il signore che gli ha donato il mestolo dice: “non voglio niente in cambio perché siamo già felici che voi siete qui, voi siete i primi e la sola vostra presenza ci appaga già tantissimo”.

img_5796Quando si viene in questi posti non si può non fare un pensiero ai nostri sprechi e alle nostre troppe facili infelicità. Sarebbe bello a volte lasciare a casa le nostre abitudini occidentali, le nostre grida, la nostra voglia di conquista “modello missionaria” nel cercare di voler far diventare anche loro come noi. La religione Animista ha ormai lasciato il passo a quella Cattolica ma con mio grosso dispiacere le Chiese che ho incontrato erano tutte chiuse. La nostra identità è ormai legata solo al danaro e al successo e non farà altro che finire sotto quei muri che oggi non facciamo altro che innalzare. E’ inutile aver abbattuto un grande muro e costruirne tanti altri più piccoli, perché riavremo sempre un muro! Non abbiamo più un frutto da regalare! Forse dovremo iniziare a pensare che il terzo mondo siamo noi e chiarire bene cosa significhi non avere niente. Alla domanda se è giusto venire o no in Birmania e boicottare il turismo come protesta alla dittatura io rispondo che è un’opportunità per loro e per noi, il resto è solo politica. Sta a noi venire qua e non regalare ma scambiare, acquistare da un privato e non contrattare, cercare di comunicare con loro in ogni maniera per poter essere la loro voce contro questo Governo che sottomette il Myanmar da oltre cinquant’anni con la cosapevolezza che il nostro dissesso non può essere messo a tacere come il loro. Veniamo da un mondo avanzato in tutto e per tutto, siamo consapevoli di ciò che è giusto e sbagliato, bisogna solo essere onesti.

C’è qualcosa, una parola che va oltre noi stessi, una parola che molti non capiscono perché pensano già di conoscerla, che però non cercano, che però non vivono e che si chiama libertà. Libertà di pensare, libertà di vivere, libertà di comunicare, libertà di essere viaggiatori, libertà di essere potuto esserci con il privilegio non tanto di essere arrivato per primo che questo non importa anche se è piacevole, ma essere arrivato in un mondo dove ancora non ci conoscono, in una parte del mondo non ancora capovolta e violentata dal danaro, in una parte del modo dove ci viene ancora concesso il privilegio di essere di esempio e di fare bella figura.

Matteo Osanna

Foto Kachin:

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