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Occhi dal Fiume (ValMarecchia, ITALY)

Posted By Matteo Osanna On 14/06/2008 @ 16:40 In Uncategorized | 12 Comments

img_2417E’ da poco più di trent’anni che sono amico del Marecchia. Fu mio nonno che me lo presentò, lui il fiume lo conosceva bene perché a quei tempi per la gente del posto era ancora sinonimo di vita e di lavoro. Mi ricordo che mi faceva salire seduto nel cassone della sua motoretta post dopoguerra e si partiva, a volte per costruire un capanno da caccia, a volte per andare a pesca, a volte per stare semplicemente ad ascoltare storie di tedeschi, alleati e partigiani sotto l’ombra fresca di un grande pioppo al riparo dalle cocenti fiamme di una calda estate. Nessuno mi aveva mai costretto a seguirlo, potevo tranquillamente starmene a casa con mia nonna, servito e riverito, ma piuttosto che avere in bocca un gelato come un bambino di città, preferivo rimanere un bambino di campagna e masticare una di quelle erbe selvatiche che sceglievo a mio piacimento. Il fiume era anche luogo di incontro fra uomini, si conoscevano tutti, univa le genti delle due sponde. Erano i tempi degli ultimi pecorai e delle ultime escavazioni. Ricordo che nelle giornate di vento, fra i piumini bianchi dei pioppi che si appoggiavano sul naso, pensavo a questo fiume, a quanto era lungo, dove nasceva e dove finiva. Oggi per me l’andare nel fiume oltre a rivivere momenti indelebili della mia infanzia diventa voglia di ricevere ancora qualcosa di bello. Così, spinto dalla mia curiosità, dalla mia inseparabile voglia di avventura e dall’ intramontabile debolezza che ho per il Marecchia, a piedi con zaino in spalla, parto con un gruppetto di amici per un pellegrinaggio, che ci porterà dal mare alla montagna, dalla foce alla sorgente. Un cammino esclusivamente all’interno di questa vena che tocca Romagna, Marche e Toscana, guardando per una volta tanto le cose, non sotto il solito punto di vista di noi umani, ma con i Suoi occhi, cercando di vedere quello che vede e sente il Marecchia. Un ritorno alle origini, verso la sacralità dell’esistenza di questo fiume, un ritorno alla vita.

Venerdi Al di là che lo guardi all’alba o al tramonto dove la luce rossastra gli dona un ché di romantico eimg_0204 nostalgico, il fiume Marecchia alla sua foce appare come un vecchio signore, ormai magro e malato, tormentato da quegli inevitabili malanni che la sua lunga vita e la civiltà gli hanno causato. Non a caso il giorno della partenza, due ruspe lavoravano alla sua foce, proprio su quella linea di detriti che il fiume si crea e che rende più dolce il legame tra il Marecchia ed il mare. Ci si incammina costeggiando il fiume, alla ricerca di un passaggio per entrarci dentro. Bisogna oltrepassare il nuovo ponte di legno, cambiare sponda e raggiungere il campo da baseball per lasciare i rumori della città e prendere quella che sarà la nostra nuova strada: il letto del fiume. Il percorso fila via abbastanza liscio intervallato solo da qualche bosco di canneti e fango che richiedono un po’ più di impegno e che comunque servono a prendere confidenza con questo vecchio signore. Il letto non presenta ancora dislivelli importanti, i suoi ciotoli sono lisci e ben levigati, in img_0295alcuni tratti si trova la ghiaia in altri addirittura la sabbia. Niente male comunque come paesaggio e come vegetazione dopo aver visto qualche fogna finire la sua corsa vicino ai nostri piedi. Il fiume ancora resiste! Pur avendo studiato il percorso, a tratti perdo l’orientamento. La via del Marecchia regala un’altra dimensione, anche se non siamo ancora troppo lontani dalle strade a dalla città, ci separa dalla civiltà e dai rumori. Ponti e frantoi saranno i punti di riferimento. Era chiamato Maricla perchè nelle piene di una volta, poteva apparire come un grande mare ed in effetti camminando ora nel mezzo del letto tra fiori e sterpaglie, il fiume è veramente largo. Camminare in questo tratto è come essere su di un’isola ricamata di fiori lunga fino al ponte di Santarcangelo, dove il Marecchia scorre incanalato alle due estremità. Un gorgo all’arrivo della prima tappa, è un buon motivo per bagnarci totalmente nelle acque del fiume. Insediato dagli anni ‘90 in una vecchia cava abbandonata sorge il Campo Mutoiddscn0014 Waste. In quegli anni, arrivò un gruppo di ragazzi provenienti da Londra e dintorni con le qualità di artisti e musicisti, in grado di organizzare feste e spettacoli con sculture mobili, riciclando rottami di qualsiasi tipo caduti in disuso. Gli abitanti vivono in roulotte, camion, piccole casette, tutto ovviamente riciclato e ricreato. Il campo Mutoid non è una comune vera e propria, tutti si aiutano ma ognuno vive per sé. Animali opposti come gatti, cani e galline sono amici. Non dimentichiamo le innumerevoli sculture presenti ovunque come fossero dei Totem, messi lì a proteggere il villaggio. Definirei i Mutoid una “tribù moderna”. E’ in una lunga roulotte e in un furgoncino della security bank che vive e lavora creando musica e costruendo specchi Kenny, il nostro amico che ci mette a disposizione il suo giardino dove piantare le tende e il suo barbecue per cucinare. Certo il campo oggi non è più ai suoi splendori, in passato è stato gestito male e ha dato i suoi problemi. Essere qui è comunque pur sempre piacevole, è bello vedere rivivere quello che gli altri buttano via. Mi sono sempre chiesto quali siano state le forze che hanno interagito e spinto queste genti a ritagliare proprio qui questo meraviglioso angolo di mondo….Energia? Questo, è uno di quei posti difficili da definire e catalogare che se ci arrivassi bendato e fossi lasciato qui, al riaprire degli occhi non capirei in quale parte del mondo potrei essere. Un posto vicino ma lontano, un posto che ha un cuore, un posto da salvare!

img_0312Sabato Lasciamo cadere le ultime gocce di pioggia dal cielo e in ritardo riprendiamo di buon passo la nostra strada di pietre, accompagnati dai “toc” dei sassi che sbattono l’uno sull’altro quando ogni tanto qualcuno di noi inciampa. Il dislivello ancora è quasi inesistente, la morfologia del terreno cambia, la terra diventa argilla e le sponde ai lati del fiume crescono. Si entra nel canyon, dove il percorso diventa più impegnativo e bisogna stare attenti a non scivolare sul fondo argilloso. Il canyon è tutto da guadare e si procede esclusivamente con i sandali ai piedi. Si cammina lentamente immersi fin sopra le ginocchia e sfruttando la trasparenza dell’acqua, si cerca il punto dove si sono accumulati più detriti quindi, meno profondo. Le pareti del fiume superano i cinque metri e ti lasciano isolato. C’è silenzio nel canyon, rotto ogni tanto dallaimg_0506 corrente del fiume, dal cinguettio degli uccellini e da grosse croste di argilla che si staccano all’improvviso dalle alte pareti. Qui si perde veramente ogni cognizione del luogo in cui ci si trova, pur abitando non troppo lontano da qui, non saprei dire vicino a quale paese mi trovo. Solo i due scogli di Torriana che abbiamo in alto di fronte, appaiono e scompaiono al succedersi delle anse. Percorrere il canyon al suo interno, con l’acqua fino alle ginocchia, i sandali ai piedi e gli zaini pesanti diventa ad un certo punto quasi interminabile, finita una curva, se ne apre sempre un’altra. Occorrono circa tre ore per arrivare alla cascata di inizio canyon dove finalmente lasciamo riposare le spalle dando sfogo alle mandibole. Ritornati sul livello del fiume, dopo aver oltrepassato il ponte di Verucchio, raggiungiamo, sotto un acquazzone tipicamente primaverile, il Santuario della Madonna di Saiano e ci accampiamo sotto la grande quercia ai piedi del roccione di questo luogo Santo.

img_2382Domenica Partenza posticipata anche oggi per lasciare sfogare il cielo. Lasciamo alle nostre spalle Saiano, le rocche di Verucchio, Torriana, Pietracuta, e Montebello; salutiamo la Romagna e la bassa valle per entrare nella media valle che stando all’ultimo referendum sarebbe ancora provincia di Rimini, ma che politicamente è ancora a tutti gli effetti regione Marche. Raggiungiamo i grossi sassi e le belle pozze d’acqua di Ponte S.Maria Maddalena ma bisogna affrettare il passo perché il cielo è plumbeo e minaccia pioggia. Per non perdere metri preziosi che ritarderebbero l’arrivo della tappa, costeggiamo il fiume lungo la ciclabile sotto un insistenteimg_2526 temporale. Il ponte che porta a San Leo ci offre riparo lasciandoci così anche il tempo per accenderci il fornellino e far bollire un buon caffè caldo. Il percorso si mostra molto più impegnativo del previsto non aiutati per niente dalle avverse condizioni meteorologiche. Si apre un varco nel cielo, svetta imponente alla nostra sinistra la fortezza di San Leo e a testa bassa con i nostri zaini pesanti riprendiamo il corso d’acqua, ma la difficoltà ad avanzare continua. Aumenta seppur leggermente il dislivello, aumenta la corrente e la grandezza dei sassi che iniziano a diventare di una bella pezzatura rendendo difficile la camminata. Siamo img_0606ancora in ritardo causa maltempo, riprendiamo la ciclabile fino a raggiungere ponte Baffoni dove ritroviamo il sole e con lui anche un po’ di buon umore. Dopo aver lasciato alle nostre spalle anche Talamello, Novafeltria e Maiolo, giungiamo alle porte di Petrella Guidi e Pennabilli dove sulla destra orografica del fiume troviamo “il Mulino che fu la Filanda” punto di fine tappa oggi. Il padrone del mulino con una genuinità ed ospitalità ormai perduta ai giorni nostri, ci mette gentilmente a disposizione il suo verdissimo prato dove fare il campo e un posto dove accendere il fuoco per asciugare i vestiti. Ci si confronta al fuoco e dopo una riunione di gruppo emerge quanto segue: impossibile ricoprire interamente i 20km della quarta tappaimg_2554 per le probabili cattive condizioni meteo e per il fiume che sta iniziando ad alzare la testa. L’esito all’unanimità sarà alleggerimento dello zaino con razionamento viveri e passaggio con il vecchio ma pur sempre bellissimo furgoncino Wolfswagen del proprietario fino a Mulino di Bascio saltando così una decina scarsa di chilometri. Una scelta difficile, perché dispiace a tutti saltare il tratto della confluenza con il suo affluente maggiore, il Senatello, ma forse la più opportuna verso il raggiungimento della meta finale.

img_2559Lunedì Come se fossimo in Sud America saliamo sul “collectivo” (pulmino) fino a raggiungere Mulino di Bascio. Ci siamo svegliati prestissimo e sono appena le sette. Giornata per ora prevalentemente azzurra. Aggiriamo un vecchio pollaio e riprendiamo il fiume. Si continua a camminare con i sandali perché i guadi sono molto frequenti. Anche qui il fiume spesso si incanala su ambo i lati, optiamo per quello di destra. Continuiamo a camminare avvolti da questo paesaggio che da dentro il fiume appare sempre più medioevale lasciandoci alle spalle la vecchia Torre di Bascio e il piccolo borgo di Gattara. Diverse pozze d’acqua si sono formate lungo il percorso, che alla luce del sole si colorano di sfumature che vanno dal verde al turchese.img_0736 Sulla confluenza del fiume Marecchia con il torrente Presale sorge nel mezzo di un bosco Ranco, un piccolo villaggio quasi disabitato, costituito da un mulino, quattro case e qualche abitante. Inchiodato ad un albero, un pezzo di legno scritto con pennello e vernice bianca recita: -ANDARE ADAGIO -CENTRO ABITATO- BAMBINI-ANZIANI-ANIMALI. Un bel momento, in una situazione davvero d’altri tempi. Entriamo in alta Valmarecchia, prendendo la valle che si apre tra Badia Tedalda a sinistra e le Balze a destra. Inizia la salita, in un paesaggio sempre più verde e rigoglioso, tra cascatelle e specchi d’acqua dove nuotano alcune trote, fino giungere al mulino ben restaurato di Masiacchi, proprio adiacente al fiume. Visto la bellezza e l’intimità del luogo, img_0712sarebbe un peccato non fermarsi e ne approfittiamo per consumare il pranzo. Purtroppo da qui in poi, otre al diventare sempre più impegnativo il percorso, il brutto tempo torna su di noi con diversi acquazzoni che ci costringono ad altre soste forzate, in luoghi peraltro in cui non si dovrebbe stare cioè, al riparo delle piante. Ma siamo in un pellegrinaggio e dobbiamo prendere quello che ci passa il convento. Altra tregua e altri passi. Continuando a salire, il fiume si restringe e diventa sempre più selvaggio e incontaminato, con tronchi e frane dove le pietre non sono più solo grandi massi, ma pezzi di montagna. Piove, piove e piove ancora, ma non importa, l’uomo al terzo giorno si adatta, e questo per noi è il quarto. E’ quasi seraimg_2565 quando svoltiamo a destra e prendiamo il ripido sentiero che conduce all’Eremo della Madonna delle Grazie posto su di una collina distante qualche centinaio di metri dal fiume. Siamo addirittura tra le nuvole, fra alpeggi di vacche bianche e campi di grano, in un clima inaspettatamente surreale. Siamo tutti bagnati, lo zaino è reso ancora più pesante dalle cose inzuppate che ci sono dentro e delle tende dove dovremmo dormire non ne parliamo, in più siamo tra le montagne e il clima inizia ad essere molto fresco. Decidiamo di salire ancora e raggiungere il paese di Fresciano(1,5km) e tentare di ottenere ospitalità da qualcuno. In una trattoria, per l’ennesima volta, troviamo una persona gentilissima e cordiale, una signora che dopo un giro di telefonate, ottiene per noi le chiavi della scuola dismessa. L’essenza di questa giornata, la si può trovare racchiusa in una frase che sta in una targhetta sulla piccola vecchia Chiesa di Ranco scritta da Tonino Guerra riferita ad Eliseio: “Adesso che lui non c’è più, restano per sempre nell’aria le parole che mi disse a proposito dell’esistenza di Dio. Dire che c’è può essere una bugia, dire che non c’è può essere una bugia ancora più grande.”

img_0711Martedì Durante la notte, mentre ascoltavo la pioggia che suonava sul tetto in lamiera della scuola, pensavo a come il tempo ha dettato i ritmi di questo viaggio, chiedendomi se arrivati a questo punto ce l’avremmo potuta ancora fare oppure no. Da ieri, non si parla più di acquazzoni e temporali che arrivano e passano ma di una perturbazione stabile, perché non fa altro che piovere incessantemente. Sacrificando altri cinque chilometri di fiume, percorriamo i quattro di strada asfaltata che ci separano da Pratieghi. La “pensata” del giorno porta alla conclusione che è improponibile fare il campo alla sorgente come previsto e mentre affittiamo due camere all’alberghetto del paese scrutiamo il cielo, che naturalmente non lascia presagire niente di buono. Dobbiamo comunque a questo punto arrivare alla sorgente, in qualsiasi modo e con qualsiasi tempo, bisogna premiare i nostri sforzi, lasciando da parte l’alternativa di tornare a casa senza aver raggiunto l’obiettivo. Dunque si andrà alla sorgente e questa notte si dormirà in un letto. Rientriamo nel bosco e affrontiamo l’ultimo pezzo di Marecchia qui in terra di Toscana. Siamo a circa un’oraimg_0827 di cammino dalla sorgente e il fiume da “vecchio signore” che era, è ritornato “bambino”, ora non è altro che un tortuoso ruscello che si restringe sempre più velocemente. Seguiamo tassativamente il suo corso bagnando ancora i nostri piedi nelle sue acque accompagnati dalla solita volontà e caparbietà che ci ha portato sin qua, sull’Alpe della Luna. Proseguiamo con le mani e con i piedi fino a quando, circondata da un bel bosco, ci appare una piccola lapide di pietra da cui sgorga dell’acqua. Sopra la pietra sta scritto: Monte img_0847Zucca 1030slm “Qui nasce il fiume Marecchia”. Ce l’abbiamo fatta! Dopo cinque giorni di gioie e sacrifici, è finalmente arrivato il momento di piantare la nostra bandiera e di fare quello che non si è potuto fare alla foce: chinarsi davanti alla pietra e con rispetto raccogliere l’acqua in una bottiglia per poterla bere. Il ritorno alle origini e alla vita è avvenuto e si è concretizzato proprio qui, in un bosco dell’Alpe della Luna, dove l’acqua viene alla luce.

C’è chi ha gli occhi socchiusi e chi si asciuga per l’ultima volta i propri abiti davanti ad un enorme camino dove brucia l’ultimo ceppo di legna, mentre fuori, continua ad imperversare un tempo più adatto ai lupi che all’uomo. Sicuramente nella mente di ognuno di noi staranno passando le immagini di questo “film” che ci ha reso protagonisti. Questo nostro peregrinare, lungo questa strada di sassi e acqua, ricca di valori ormai passati di moda, ci ha permesso di raccogliere molte emozioni dandoci la possibilità di capire la vita di chi, in questo fiume e su questo fiume, ci ha vissuto e costruito la propria esistenza. Noi viandanti di un tempo moderno alla ricerca di un segno di vita, il Fiume, che ha compiuto il miracolo della purificazione dell’acqua. Per me, l’aver accompagnato il Marecchia dal mare salato alla sorgente è stata un’emozione particolare. Vederlo da dentro e camminare nella sua anima è stato sorprendente, a tratti commovente al sapere di essere in un delicato meccanismo naturale che dà origine alla vita. Vedere questa trasformazione inversa della materia, che da sabbia di mare diventa pietra di fiume, ma soprattutto l’acqua, che da impura diventa così pura da poterla bere. Un viaggio all’indietro o visto i tempi, in avanti. Un ritorno alle origini, lo scoprire di nuovo una cosa vitale e preziosa come l’acqua, che quassù non fa più bolle di sapone. Arrivare alla sorgente è stato ritrovarsi e rivedersi ancora bambini, di quando si era ingenui, puri, puliti da ogni peccato, anni in cui si aveva il tempo di giocare. Io quel tempo lo sento ancora, e se anche un domani cambierà qualcosa vorrei avere ancora un po’ di tempo per continuare a giocare e spero che certi giorni non tramontino mai. Questo è stato il Marecchia, l’aver tentato di raggiungere con successo un obiettivo nel quale stava scritto che la semplicità e la genuinità sono come questa “Fonte di Vita”, che nulla ti deve ma che tanto di dà.

Alpe della luna, Monte Zucca, Sorgenti del Marecchia

(1° Risalita dalla Foce alla Sorgente 16-20 Maggio)

Matteo Osanna

“I sogni si realizzano,

altri inevitabilmente svaniscono,

ma la capacità di inventarsi sempre nuovi orizzonti,

quella, non muore mai”

( Ambrogio Fogar)

Ringraziamenti: Emanuel Lombardi e Diletta Mulazzi per la collaborazione nella stesura del diario; Andrea Torri ed Eleonora Ricci per le riprese; Sergio Merlari e la Birba (Asky) per la saggezza e la simpatia.

Ringrazio inoltre per l’ospitalità concessa: Kenny (Campo Mutoid Waste), Marco, Betty, Emil e Mio (Il Mulino che fu la Filanda), signora e figlia (ristorante Poggio Barone loc. Fresciano).

Foto Valmarecchia:

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